Parte la “fase 2” (e la prima come si è conclusa?)

Tutti i giornali e le agenzie di stampa hanno dato il grande annuncio, chi suonando le trombe e chi le campane: la “fase 2” del governo Monti è ai nastri di partenza. Dopo le feste natalizie, ci fanno sapere con un’eccitazione pari a quella che i bambini hanno quando vedono i regali sotto l’albero, Mario Monti è di nuovo tra noi. «Rientra a Roma per la fase due», titolava ieri il Corriere della Sera online, mentre la Repubblica sottolineava che ci sarebbe stato subito il Consiglio dei ministri. Sempre però con lo stesso incipit: «E ora la fase due». Ma siccome il primo decreto si chiamava (su richiesta dello stesso Monti) “salva-Italia”, si dedurrebbe che il nostro Paese sia già stato salvato ed è ora di pensare ad altro. Un coro alla laudator temporis acti, lodatore del tempo passato, visto che l’aumento delle tasse è un vecchio vizio che torna attuale. Peccato, però, che chi applaude nasconda una situazione del tutto diversa: lo spread è tornato ancora sui 520 punti, la manovra rischia di dare una mano alla recessione, la gente ha paura del futuro e taglia i consumi. Perfino l’arrivo dei saldi viene vissuto con terrore dai commercianti e dalle associazioni dei consumatori, che temono una nuova fuga dagli acquisti. da parte delle famiglie. Di diverso, rispetto a qualche settimana fa, c’è in soltanto la politica dei proclami, sorretta da Palazzo Chigi, dal Quirinale e da alcuni organi della grande stampa che reggono il sacco al governo anche quando appare evidente che tutto è ancora legato alla sola speranza. Così il Consiglio dei ministri convocato per oggi, diventa una notizia. Il fatto che la riunione di governo avvenga durante le festività natalizie, puntualizza la Repubblica, è un «segnale» che il governo ha voluto dare.

Passaggio stretto

In realtà la manovra che recentemente ha avuto l’ok delle Camere non è stata per nulla digerita e sulle cose da fare c’è ancora il buio più assoluto. Lo dimostra la presa di posizione delle organizzazioni sindacali (Ugl, Cgil, Cisl e Uil) che, non più tardi di sabato scorso, manifestando di fronte a Montecitorio, hanno ripetuto «che la partita delle pensioni non è chiusa e la manovra è tutt’altro che equa. Per chiedere agli italiani di condividere i sacrifici – hanno avvertito – occorrono profonde modifiche». Tutto qui? No, c’è anche dell’altro. Le attese del Pdl, manifestate dopo la constatazione di Berlusconi che i provvedimenti appena varati hanno effetti recessivi, e le perplessità di Bersani, che preme per una revisione della riforma previdenziale e chiede di alleggerire quella parte di penalizzazioni legate ai lavoratori che hanno iniziato l’attività lavorativa molto presto. Il governo, con molta probabilità, non potrà far finta di nulla, anche se Monti sembra intenzionato a proseguire per la sua strada. A qualcuno qualche risposta positiva dovrà pur essere data. E non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le Regioni, ad esempio, fanno sapere di non essere pregiudizialmente contrarie a interventi di carattere fiscale sui beni di lusso, ma rilevano che l’introduzione dell’imposta sullo stazionamento delle barche «determinerà effetti dannosi sul sistema economico del Paese in quanto spingerà i diportisti ad abbandonare o a ridurre drasticamente il periodo di permanenza nei nostri litorali e nei nostri porti». Ergo, se la tassa non verrà modificata le Regioni annunciano che si tuteleranno «nelle sedi più opportune». I mal di pancia nei confronti del governo dei tecnici stanno diventando sempre più forti e Guido Crosetto, deputato del Pdl, parla di «danno inimmaginabile e incalcolabile che i tecnici possono fare al Paese».

La ricetta del Professore

Malumori a parte, il governo sta lavorando a una manovra in 6 mosse capace di dare la scossa all’economia. Si parte dalle liberalizzazioni (ma Gasparri già avverte che «dovrà trattarsi di una riforma vera e non ci si potrà limitare a vessare solo alcune categorie»), per passare alle professioni, con l’obiettivo di maggiore concorrenza legato a nuove norme per ordini, parcelle e tariffe, e approdare a un piano per le infrastrutture, in grado di garantire lo sblocco di dieci miliardi di euro, attraverso la ripartenza di opere iniziate negli anni scorsi e mai portate a termine. In agenda c’è anche la delega fiscale e la revisione degli estimi catastali. Una sorta di riforma che dovrà rivedere l’intera materia, specie sul fronte delle esenzioni, delle detrazioni e delle deduzioni, a cui si accompagnerà una rivalutazione molto forte degli estimi che farà, tra l’altro, lievitare di molto la base imponibile su cui calcolare l’Imu e le altre tasse sulla casa. Precarietà, contratti, lavoro e ripresa economica costituiranno il piatto forte del confronto con le organizzazioni sindacali. Il ministro Elsa Fornero ha escluso che tra le cose da fare il governo abbia anche la modifica dell’articolo 18 ma ai sindacati sono già in trincea, mentre Bersani definisce «un matto» chi pensi di mettere mano a modifiche di questo tipo in una situazione come l’attuale. Per ultimo il confronto con le imprese. Già con le norme introdotte nella manovra legata alla “fase 1” gli imprenditori hanno avuto riconoscimenti non disprezzabili, adesso si apprestano a incassare novità di primo piano sul fronte della deregolamentazione, con l’obiettivo di rendere la burocrazia meno costosa sia per le imprese che per il Paese.

Parola d’ordine: lavorare di cesello

Stretto tra la necessità di tranquillizzare i mercati e, nello stesso tempo, di evitare gli scontri con partiti e parti sociali, il premier Monti avrebbe chiesto ai ministri del suo governo di lavorare di cesello. Hanno fatto scuola, in questo senso, i problemi avuti non più tardi di qualche settimana fa sul fronte delle farmacie, con la liberalizzazione dei farmaci di fascia C annunciata e poi ritirata, per cui oggi si vuole procedere con i piedi di piombo. I temi sul tappeto sono quelli noti: taxi, farmaci, tariffe autostradali e aeroportuali, oltre che alcune novità per quanto riguarda gas, carburanti, poste e servizi pubblici locali. Poi c’è il lavoro. E qui la polemica rischia di esplodere. L’accantonamento dell’articolo 18, infatti, potrebbe non bastare. La coperta è corta ed è difficile conciliare le necessità del governo con le attese delle organizzazioni sindacali di conquistare contratti stabili, salari migliori, un fisco più equo e ammortizzatori sociali degni di questo nome. Proprio in virtù di queste considerazioni Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl, guarda alla fretta con cui Palazzo Chigi appoggiato dalla grande stampa annuncia il passaggio alla “fase 2” ancora prima che la “fase 1” si sia conclusa e sia stata accettata da tutti, e dice che «bisogna capire bene cosa ha in mente il governo», perché c’è il rischio che tutto questo baccano mediatico non serva a nulla. «Se l’obiettivo e fare in fretta, come è successo per la fase uno, allora – avverte il sindacalista a margine del presidio unitario davanti a Montecitorio che l’Ugl sta gestendo assieme a Cgil, Cisl e Uil – io a questa “fase 2 non ci credo». Una dichiarazione che la dice lunga sulla possibilità del governo di muoversi in tempi brevi garantendo la pace sociale.