Non è l’Europa che vogliamo (e che volevamo

L’ultimo a iscriversi nel club degli “europerplessi”, per non dire euroscettici, è stato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. La crisi? Probabilmente è «anche figlia di un vizio di origine delle istituzioni europee: il loro rapporto schizofrenico e contraddittorio con la democrazia. Si pretende che i Paesi membri dell’Unione siano democrazie, ma si pretende anche che se ne dimentichino tutte le volte che sono in gioco questioni di interesse europeo. All’origine c’è un’ambiguità che accompagna da sempre il processo di integrazione». Il problema è il vizio d’origine di un’unione politica con una moneta unica slegata da logiche politiche e democratiche. «Si è scoperto – ha osservato Panebianco – che una moneta unica senza una Bce dotata degli stessi poteri delle Banche centrali che hanno in singolo stato alle spalle non può reggere o che bisogna eliminare del tutto l’autonomia decisionale in materia di bilancio in capo ai Parlamenti nazionali. Si immagina (senza dirlo apertamente) che gli elettori europei concederanno senz’altro il loro permesso».

Il club degli “europerplessi”
Con Panebianco il club degli europerplessi si infoltisce di giorno in giorno. Un fronte internazionale che annovera un ampio ventaglio di posizioni. Sul fronte più estremo Max Otte, 47 anni, docente di Business Management all’Università di Graz, autore di un libro appena arrivato sugli scaffali, Fermate l’euro disastro! (Chiarelettere).   
«Non possiamo pagare sempre per il potere di poche persone – scrive l’accademico austriaco – Non aspettiamo oltre: non permettiamo che si faccia di noi dei soggetti confusi e rassegnati, e che ci si trovi un’altra volta a fronteggiare una crisi che non abbiamo causato. Basta, difendiamoci!».  Da lui arriva l’invito alla ribellione contro quella che viene definita «l’oligarchia finanziaria» perché «non possiamo pagare una crisi che non abbiamo generato». Per intenderci Otte ne ha anche per Mario Monti e di come è caduto il precedente governo: «Di Berlusconi – dice in un’intervista al periodico GQ – si può dire quello che si vuole, ma quel cambiamento è stato non democratico. E non è stato il primo attuato in quel modo. Lo stesso è accaduto in Portogallo, in Slovacchia e in Grecia: e sempre a causa dei mercati finanziari, o dell’élite finanziaria. Penso che la democrazia sia in pericolo, anche se si può discutere molto sull’aiuto dato da Berlusconi alla democrazia… Ora – incalza Otte – abbiamo tecnocrati in Italia, in Grecia e alla Banca centrale europea. Esattamente quello che desiderava l’elite finanziaria. Questa non è una cosa buona per le persone».
Tra i profeti dell’«avevo detto» il professor Gwyn Prins, economista e direttore del Mackinder Center, il programma che studia gli eventi economici nel lungo periodo della London School of Economics (Lse), che già nel 2007 aveva previsto la crisi dell’euro spingendosi fino a teorizzare la fine dell’Unione europea. Per non parlare di Christopher Sims, uno dei vincitori del Nobel 2011 per l’economia, che già dieci anni fa temeva una crisi dell’euro dovuta a un supporto finanziario insufficiente. A Stoccolma per ritirare il premio, ha menzionato ai cronisti svedesi una sua intervista del 2002. Nei suoi commenti di quasi dieci anni fa, l’economista statunitense sosteneva che la moneta unica europea, oggi condivisa da 17 Paesi, poteva finire nei guai «per una mancanza di chiaro appoggio fiscale» al momento della sua creazione. Sims, premiato per le ricerche sulle relazioni di causa-effetto tra economia e politiche dei governi, condivide il riconoscimento da 1,5 milioni di dollari con il connazionale Thomas Sargent.

Il sogno di Adriano Romualdi
In queste ore torna d’attualità il pensiero della destra degli anni Settanta. Negli anni della guerra fredda c’era chi immaginava di andare oltre la scelta tra il blocco Usa e il blocco Urss. Lo slogan era «Europa-Nazione-Nazione-Sarà!» La visione di un’Europa unita, dall’Atlantico agli Urali, sembrava poter superare gli schematismi, infrangere le parti, posizionarsi oltre. Una visione teorizzata con profetica lungimiranza da Adriano Romualdi, morto nel 1973 a 33 anni in un incidente stradale. Il tema dominante dell’opera di Romuladi è stato appunto quello della tradizione e della civiltà europea. Riletti oggi, assumono un carattere profetico alcuni articoli della raccolta Gli Indoeuropei. È centrale l’idea di un substrato comune ai popoli europei, che risiede nelle origini dei popoli ed è alla base dell’idea dell’Europa nazione: un continente, in grado di contrapporsi da solo sia al capitalismo sfrenato degli Stati Uniti che all’orrore del socialismo reale. Quella orgogliosa consapevolezza della propria identità che assume rilievo di grande attualità di fronte alla debolezza di un’Unione europea, sempre più vittima dell’ingerenza delle multinazionali e del potere globale delle banche. Una visione che non andava sostituire l’orgoglio nazionale ma che voleva semmai esaltare il ruolo culturale, identitario, e la funzione tradizionale di ogni singola Patria, al servizio di un ideale che non poteva essere racchiuso, come oggi nella moneta unica decisa a tavolino da banchieri e tecnocrati.

Il peccato originale del ’68

Non è questa l’Europa che volevano i ragazzi di destra degli anni Settanta né quella che oggi vuole la destra italiana. Il sogno di Europa nazione e di Europa dei popoli si è consegnato all’Europa delle banche. Sarebbe tuttavia riduttivo imputare agli euroburocrati, agli alti dirigenti delle banche nazionali e internazionali arrivati sulle poltrone di governo per decidere le sorti delle nazioni e del continente solo in base ai calcoli contabili. Alle base di questa debolezza c’è una sinistra che ha sgretolato il concetto stesso di Europa trasformando i valori europei in un partita dare/avere, dove il solo valore è quello monetario. Dal 1968 al 1998, tutto il decadimento sociale arriva dal movimento sessantottino che ha demolito tutti i princìpi. Il concetto di libertà è stato trasformato nel concetto di “liberazione”. Sull’onda dei movimenti studenteschi, la lotta per la liberazione (dal tabù del sesso, dai genitori, dall’autorità dei professori) ha distorto tutti i principi morali. Da qui la difficoltà di trovare un filo comune su cui poggiare la visione dell’Europa nazione.

Il mea culpa di Jacques Delors
Non è né l’Europa che vogliamo né l’Europa che volevamo. Come riconoscono anche alcuni dei principali artefici della Ue così come ce la ritroviamo. Sentite Jacques Delors, ex Presidente della Commissione europea e architetto dell’eurozona. La moneta unica europea è nata male fin dall’inizio e gli attuali leader europei sono intervenuti «troppo poco e troppo tardi» per rafforzarla, dice in un’intervista al Daily Telegraph. Per Delors l’attuale crisi dell’Europa nasce da «un errore di esecuzione» commesso alla nascita dell’euro: i leader europei scelsero di chiudere un occhio sulle debolezze e sugli squilibri delle economie degli Stati membri. «I ministri delle finanze non vollero vedere disaccordi con cui avrebbero dovuto fare i conti», denuncia. L’euro vide quindi la luce senza che ci fossero delle forti autorità centrali in grado di mettere fine all’indebitamento degli Stati membri, un’omissione che ha portato all’attuale crisi. E ora che il debito di Paesi come la Grecia e l’Italia hanno portato l’eurozona sul precipizio, Delors ritiene che tutti i Paesi membri debbano assumersi le proprie responsabilità per la crisi: «Tutti devono farsi un esame di coscienza».