Non lasceremo i nostri iscritti senza difese

Rispetto al recente passato, un cambiamento c’è stato: prima di questa manovra i cittadini, soprattutto lavoratori e pensionati, ce l’avevano soltanto con il governo, adesso sotto accusa c’è il governo, con tutti i partiti politici e con tutti i sindacati. Non si contano più, infatti, le email di protesta o di richiesta di aiuto, che giungono ai nostri account di posta elettronica, da parte di iscritti e non iscritti spaventati, disgustati, amareggiati, sfiduciati da quello che ancora una volta si sta scaricando sulle loro spalle. E le ragioni di tutto questo sono evidenti: lo Stato li chiama a fare nuovamente sacrifici, molti dei quali intollerabili, in nome della salvezza del Paese. Ma, se così è, perché non vengono chiamati allo stesso massacro non solo quelli che soldi e privilegi li hanno avuti e li hanno e che pesano sulle casse dello Stato, ma prima di tutto coloro che finora se la sono sempre cavata eludendo, aggirando, evadendo?

Domanda principe
Di fronte a questa situazione i sindacati che fanno? Che cosa riusciranno a ottenere? In molti, anche coloro che sul sindacato non hanno mai contato, ci pongono oggi questi quesiti. E per noi è anche un atto d’accusa, perché da sindacalisti dobbiamo avere il coraggio di ammettere che negli ultimi anni non sono state poche le occasioni in cui  siamo stati messi davanti al fatto compiuto. Con il risultato che le ragioni dei lavoratori e dei pensionati sono passati in secondo piano. Alla fine solo i fatti contano, anche se alcuni nostri colleghi si erano convinti che, conoscendo le decisioni dei governi in via informale e anticipata rispetto alle altre organizzazioni, vantando rapporti confidenziali con alcuni ministri, potessero beneficiare di grandi vantaggi sul fronte dell’opinione pubblica. Così non è, e i risultati portati a casa diventano sempre più evanescenti, mentre le misure “anticrisi” aumentano: prima la necessità di entrare nell’euro, poi i parametri imposti da un’Europa unita soltanto nei fatti, infine il bisogno di far quadrare i conti pubblici in continuo dissesto e peggioramento, quindi la necessità di affrontare la tempesta che ha investito tutta Eurolandia. Ne fa le spese il ceto medio, ormai debole e impoverito, costituito in gran da lavoratori e pensionati, famiglie, giovani, anziani, non autosufficienti, dai quali si è arrivati a pretendere l’inverosimile. Partendo dal pubblico impiego, con gli efficaci slogan sui “fannulloni” che hanno giustificato davanti all’opinione pubblica l’inasprirsi delle misure, fino ad arrivare al congelamento degli stipendi in nome dell’inefficienza dello Stato. La propaganda, gli stipendi ridotti e le consulenze esterne però non sembrano aver migliorato la situazione. Tanto che oggi il pubblico impiego è ancora sotto accusa, anche perché gli uffici pubblici continuano a essere sprovvisti di tutto, perfino carta e computer in grado di funzionare.

Quei lavoratori “narcotizzati”…
Passando dal pubblico al privato si può dire che i lavoratori sono stati “narcotizzati” e  “illusi” con la cassa integrazione, nell’assenza assoluta di una politica economica e industriale, capace di creare sviluppo e allo stesso tempo di supportare imprese e prodotti sui mercati interno e esteri, con particolare riferimento alle aziende ancora sane che si arrampicano sugli specchi pur di non ridurre i livelli occupazionali. E i giovani? Sono stati accusati di essere dei “bamboccioni”. Non hanno il coraggio di lasciare la casa paterna, è quindi solo colpa loro se la laurea o qualsivoglia titolo di studio non aiutano a trovare lavoro. Delle donne, poi, non si è preoccupato nessuno: una madre lavoratrice di trent’anni fa poteva contare sugli stessi servizi (quasi nulla) che oggi sono a disposizione di genitori che hanno figli e lavorano entrambi.

La stangata non è “figlia unica”
E su questa situazione di fatto che vanno a incidere le quattro manovre economiche in sei mesi a cui gli italiani debbono fare fronte. Il decreto Monti, infatti, rappresenta solo l’ultima stangata: prima ci sono stati i due decreti estivi (98 e 138), a cui si è aggiunta la legge di Stabilità (183). Nel complesso provvedimenti che valgono circa duecento miliardi di euro nel periodo compreso fra il 2012 e il 2014: ai valori attuali qualcosa come dodici o tredici punti di Pil che, per ora, non intaccano lo stock del debito pubblico. I risultati, peraltro, non sono del tutto certi: è evidente a tutti quello che i cittadini stanno pagando e si apprestano a pagare. Si è scelta la strada della semplicità, colpendo i soliti noti. I pensionati, perché l’Inps, che ha un bilancio secondo solo a quello dello Stato e pari a 250 miliardi, è in regola ed è facilmente raggiungibile; gli immobili, perché la loro consistenza è nota, anche se sono in molti oggi – secondo l’Istat – a denunciare problemi quando si tratterà di mettere mano al portafogli per pagare la nuova Ici; i consumi, attraverso l’aumento dell’Iva e le accise sulla benzina; persino gli indigenti, se si considera che perdono l’indicizzazione tutti quelli che possono contare su una pensione di 936 euro al mese che non sono certo benestanti. Con la manovra “lacrime e sangue” Monti placa l’ira della speculazione, ma esalta il senso di frustrazione della gente e crea le premesse per l’incertezza che in questi giorni manifestano le persone da noi rappresentate.

Ecco perché andiamo in piazza
L’Ugl non è un sindacato di “guerrafondai”, non è un’organizzazione che predilige la strada della protesta. C’è tutta la nostra storia a dimostrarlo: con la logica dello scontro non si ottengono risultati e il ricorso continuo allo sciopero è pagato prima di tutto dai lavoratori, i quali subiscono la trattenuta corrispondente in busta paga. E pagano anche le le aziende, perché la produzione si ferma con un danno non facilmente assorbibile. C’è un problema di costi, ma c’è anche un problema di immagine. Uno sciopero generale non si fa a cuor leggero, perché genera effetti negativi anche in termini di immagine: guardando dall’estero si può pensare che l’Italia, ormai un osservato speciale, è pervasa da turbolenza sociale. Cosa che appare in grado di allontanare gli investitori esteri. Oggi, però, la gente ha bisogno di gridare tutta la rabbia che ha in corpo, di manifestare il proprio dissnso rispetto alle ricette di chi ci governa e, pertanto, la protesta non era più rinviabile. Così abbiamo deciso, assieme a Cgil, Cisl e Uil, di proclamare lo sciopero di lunedì prossimo, con manifestazioni e presidi unitari. Dovevamo farlo, anche per coerenza, perché alla vigilia della caduta del governo Berlusconi eravamo pronti a scendere in piazza e perché chi si trova oggi alla guida del Paese ha deciso forti interventi in materia di previdenza e di fisco senza quasi consultarci, nonostante questo significhi sacrifici e rinunce per i nostri rappresentati.

Non siamo e non saremo notai
Le parti sociali sono state considerate alla stregua di notai: siamo stati invitati, ci sono state illustrate le misure e ci è stato chiesto di condividerle. Così facendo forse qualcuno ha pensato che potessimo diventare corresponsabili di quanto era stato deciso. Ebbene, così non è. A coloro che oggi chiedono spiegazioni diciamo che la nostra mediazione, ormai da tempo, non è più considerata un arricchimento, non viene interpretata come il mezzo attraverso cui ascoltare la voce di coloro che stanno fuori del Palazzo, ma viene vissuta come un fastidio. Da tempo non riceviamo documenti ufficiali, da tempo non riusciamo a incidere così come vorremmo. E di questo, forse, siamo responsabili anche noi. Marciando divisi abbiamo indebolito i lavoratori.

Bisogna agire compatti
E oggi l’alibi dell’urgenza depotenzia  il nostro ruolo e la nostra capacità di rappresentanza. Ai cittadini non interessa la ritualità delle trattative, ha risposto il presidente del Consiglio di fronte alla nostra pressante richiesta di essere ascoltati. Uno slogan, ancora una volta, maledettamente molto efficace che ci spiega come presto nascondersi dietro un dito non basterà più. E probabilmente non basterà più nemmeno andare in piazza insieme per riconquistare la fiducia di coloro che rappresentiamo e per i quali siamo chiamati a lavorare. Oggi però i ripensamenti del governo Monti e il dibattito sull’opportunità di ridurre l’incidenza della deindicizzazione delle pensioni, ci dicono che il fronte unito dei sindacati confederali qualche cosa può ancora farla. Per questo abbiamo deciso lo sciopero. E poiché le iniziative concrete non sono mai abbastanza, noi dell’Ugl abbiamo anche inviato una lettera al presidente del Consiglio, al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali e al presidente dell’Inps per sottoporre loro i nostri timori relativamente ad alcune posizioni previdenziali per le quali la manovra potrebbe avere ricadute fortemente penalizzanti e, talvolta, danni incalcolabili. Mi riferisco a cassaintegrati e lavoratori in mobilità o sottoposti a esodi incentivati. Costoro, infatti, potrebbero venire a trovarsi senza remunerazione, avendo perso lo stipendio e non essendo ancora nella condizione di andare in pensione, con unici sbocchi possibili il lavoro sommerso o la criminalità.