Nomadi, ben venga il piano (ma senza ipocrisie)

Entro la fine dell’anno l’Italia si doterà assieme agli altri Paesi europei di un piano che permetta di utilizzare tutte le risorse che sono messe a disposizione dalla Commissione europea per le politiche di integrazione dei nomadi. Se n’è discusso ieri al Senato, nel corso di un workshop al quale hanno partecipato numerosi interlocutori istituzionali, associazioni e anche organismi internazionali. Un tema sensibile ma che rischia di scivolare nella disinformazione e nella demagogia, che sono i nemici veri dell’integrazione. Non a caso, appena si prende un provvedimento sui nomadi, si alza il coro dei “buonisti” di professione. Ieri è stata la volta di Jeroen Schokkenbroek, rappresentante speciale del segretario generale per le questioni rom del Consiglio d’Europa, che ha puntato il dito contro l’Italia accusandola di «antigitanismo crescente». E anche il neoministro Andrea Riccardi ha detto che «la situazione dei rom non è delle più brillanti: come cittadino mi sono vergognato della loro condizione in Italia».

Le accuse all’Italia
Accuse gravi e non vere quelle che mostrano un’Italia razzista e poco incline all’accoglienza. «È un atteggiamento polemico e inaccettabile – dice Roberta Angelilli – l’Italia non è razzista, ma se si posizionano i grandi campi nelle zone periferiche, quelle prive dei servizi primari, è chiaro che si creano grandi problemi con la popolazione e scoppiano le tensioni. L’Italia sta lavorando al piano, tutti i Paesi membri stanno lavorando di concerto con la Commissione europea ed è la prima volta. Non va bene fare polemiche tanto per farle e giudicare qualcosa senza che ancora è stato emanato. Tutti gli Stati devono presentare il piano a prescindere dal fatto che il ministro competente sia il ministro Riccardi o il signor Rossi. Il piano poi va concertato con l’autorità locale, la Regione e deve fare i conti con i fondi a disposizione». La vicepresidente del Parlamento europeo spiega le motivazioni che hanno spinto l’Ue a scendere in campo e sicuramente tra queste non c’è “l’antigitanismo”. Lo scorso anno, spiega, per la prima volta il commissario europeo Viviane Reding ha presentato il Piano d’azione per garantire ai rom un migliore accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, all’occupazione e all’alloggio. Il piano prevede che tutti i Paesi membri presentino entro dicembre le loro linee d’azione e verrà poi valutato dalla Commissione europea. «L’obiettivo della Reding – sottolinea Angelilli – è quello di accompagnare i Paesi membri in questo percorso per arrivare a un utilizzo più razionale delle somme e, soprattutto, per evitare quello che è successo in passato, quando non c’era un controllo sui fondi e le somme venivano investite in campagne informative e in convegnistica». Ora si cambia regime. Adesso tra le varie priorità c’è l’obbligo per i minori di andare a scuola. Il percorso scolastico è, infatti, l’unico che assicura un futuro di integrazione a tantissimi bambini. Il Parlamento europeo per anni ha rimproverato alla Commissione di stanziare soldi senza poi fare i controlli adeguati. Per esempio, le famiglie non sono state accompagnate per aiutare il percorso di scolarizzazione dei loro figli.

Il caso Roma
Roma è sempre stata una città che ha avuto una presenza molto ampia di nomadi. I campi abusivi negli anni, in cui l’amministrazione era guidata prima da Francesco Rutelli e poi da Walter Veltroni, si sono moltiplicati e la loro presenza ha creato tensione tra gli abitanti dei quartieri spesso vittime di furti nelle abitazioni e nelle auto. Con la giunta Alemanno c’è stata una sterzata volta ad eliminare i campi abusivi e creare delle zone autorizzate in cui i nomadi possono stazionare. «In attesa che il ministro Riccardi promuova un piano nazionale per l’integrazione della popolazione nomade presente in Italia, come lui stesso auspica, – spiega Sveva Belviso, vicesindaco con delega alle politiche sociali – Roma è impegnata da tanto tempo nel migliorare le condizioni umane, abitative e igienico-sanitarie dei rom che vivono nella Capitale. Il nostro impegno è quello di chiudere i campi nomadi abusivi e di trasferire le persone che vi abitano in quelli autorizzati, in cui c’è acqua, luce, rete fognaria, presidi educativi, sanitari e segretariato sociale. Ci si rende conto che non è un obiettivo abitativo completo però dobbiamo considerare da dove siamo partiti». In questi anni sono stati chiusi tanti campi tra i quali il Casilino 900 e il campo Martora. «Due campi – dice – in cui migliaia di persone vivevano tranquillamente in zone con fogne a cielo aperto e gli animali “domestici” con cui giocavano i bambini erano i ratti. Per non parlare della totale assenza di pulizia e della diffusione molto ampia di scabbia e tubercolosi».  Belviso puntualizza che la creazione di campi autorizzati è un punto di partenza, «mi piace considerarlo un laboratorio per stimolare le autonomie  di queste persone. Inoltre  – racconta – i trasferimenti dei campi nomadi sono concordati con i rappresentanti nomadi del territorio. Per esempio, stiamo chiudendo il campo Tor de’ Cenci per trasferire chi vi abita alla Barbuta nel X Municipio. Già stiamo incontrando i nomadi per negoziare con loro il trasferimento. Noi stiamo facendo del nostro meglio, ma nessuno può chiederci  che sulle abitazioni popolari abbiano una corsia privilegiata. Se hanno il punteggio – conclude – per la casa popolare si mettono in lista e attendono il loro turno».

L’esperienza di Milano
Carmine Abagnale è consigliere comunale a Milano e durante l’amministrazione Moratti è stato vicepresidente della Commissione sicurezza. «Quando ci siamo insediati  – racconta – abbiamo trovato 12mila nomadi e più della metà erano abusivi. Si trattava di gente che si accampava un po’ dovunque. Noi li abbiamo monitorati  e ci siamo adoperati per creare campi autorizzati, in poco tempo i nomadi sono scesi da 12mila a quattromila. Chiaramente rimanevano qua e là focolai di campi abusivi ma gli abbiamo reso la vita difficile. Per esempio, siamo riusciti a spostare il grossissimo agglomerato di via Triboniano e a legalizzarlo». La strategia dell’amministrazione è stata quella di mettere dei container e darli in comodato d’uso. «In sostanza – dice – abbiamo stipulato un patto di legalità con loro: dovevano essere iscritti al collocamento, dovevano mandare a scuola i figli, non potevano ospitare nessuno e tenere pulito lo spazio esterno e, soprattutto, non dovevano commettere reati e pagare la quota un contributo per le spese di acqua e luce. Il Comune poiché era proprietario dei container aveva la possibilità di fare sopralluoghi in qualsiasi momento. Tutto ciò  ha comportato una selezione naturale perché chi si comportava bene restava, gli altri andavano via. Peraltro, avevamo creato un servizio di volontariato  con l’associazione della polizia italiana che girava nella città e segnalava alla polizia locale le zone a rischio. Questo tipo di attività svolta in collaborazione con le forze di polizia ha comportato un abbattimento del 40% dei reati classici dei nomadi.  A queste misure è stato anche abbinato il Patto sicurezza tra il Comune di Milano e la prefettura. Il Comune ha messo a disposizione 2 milioni di euro  per le forze di polizia. Quando c’è un allarme la Moratti si recava  al Comitato per l’ordine e la sicurezza e segnalava il caso e tutti gli straordinari per  controllare quella zona venivano pagati dal Comune». Ora la situazione è diversa. «In campagna elettorale – conclude – i nomadi sono stati definiti “compagni”. E piano piano la situazione sta ritornando come prima».