«Monti ci convochi»: i sindacati si svegliano?

Forse una parolina andrebbe detta sulla riforma delle pensioni ormai praticamente “nero su bianco”, devono essersi detti dopo un bel letargo i leader sindacali. Un po’ per dovere “professionale”, un po’ per non morire montiani, hanno deciso di alzare la voce per chiedere un confronto con il premier, che non sembra smaniare per aprire nuovi tavoli che intralciano la sua marcia contro il tempo.
Ai tempi del Cavaliere bastava l’annuncio dela semplice ipotesi di mettere mano al sistema previdenziale –  anche solo un “ci stiamo pensando” – per scendere in piazza contro gli “affamatori” e scatenare la rivolta preventiva. E adesso? Per rabbonire la base che scalpita e i compagni che si sfogano sul web, le segreterie confederali tentano una (civilissima) alzata di scudi giusto per dimostrare di essere in vita. Niente scioperi niente cortei, tranne quello annunciato da quegli scalmanati della Fiom.
Si sveglia per prima Susanna Camusso facendo sapere che il limite dei 40 anni di contributi per le pensioni di anzianità non si tocca («40 è un numero magico») e che Monti non può evitare di incontrare le parti scociali («si rischia di continuare a commentare indiscrezioni e indicazioni. Credo che sia giunta l’ora che il governo ci chiami e ponga il tema di quali scelte intende fare»). Ma finora, salvo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, da Palazzo Chigi nessuno risponde, del resto il professore, che a ogni pie’ sospimto chiede pazienza per la salvezza nazionale, si lascia scappare un’altra piccola gaffe definendo i tavoli di confronto con le parti sociali «ritualità svantaggiose per il paese e per i cittadini». Confronto? Dialogo? Trattative? Stanchi riti di cui Monti fa volentieri a meno. Magari alla fine ci prenderà un té con il leader dei sindacati ma non cambierà di una virgola le misure anticrisi.
«È molto grave che non ci sia alcun confronto, perché il confronto serve a trovare soluzioni eque», si sfoga Raffaele Bonanni su Canale 5 appellandosi a superMario perché non si faccia convincere da chi frena. «Non mi sembra che ci sia un dibattito sulla possibilità di far fuori i privilegi nella previdenza», aggiunge il numero uno della Cgil, «ci sono 850mila persone in regime speciale che non sono mai state toccate. Faremo di tutto per dimostrare che anche questo governo è sulla scia di chi non vuole trovare soluzioni che distinguano persone e persone». Del resto anche all’esecutivo  – dice – non conviene procedere senza un lavoro  trasparente. Insomma, il programma montiano comunicato al Senato non si prende a scatola chiusa. Per Bonanni servono «comportamenti rigorosi accompagnati da equità, che non si può comprare in farmacia ma si costruisce con il confronto», insiste, costretto ad accontentarsi di un incontro “cordiale” con il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera.
La riforma annunciata, o meglio spifferata dai giornali, per Luigi Angeletti «è una misura palesemente ingiusta, i sindacati non possono essere d’accordo se si preannuncia che le persone che continuassero a lavorare dopo 40 anni di lavoro verserebbero contributi che non hanno alcun effetto sulla loro pensione, cioè praticamente pagherebbero contributi a vuoto, e non pochi perché in alcuni casi corrispondono ad un terzo del loro stipendio». Come si fa a dire che questa soluzione è accettabile? chiede il segretario generale della Uil spiegando che la strada è un’altra. Sempre la stessa. «Bisogna ridurre le tasse sul lavoro: questa è la cosa più importante, che può consentire di aiutare la competitività delle imprese, aumentare i consumi ed evitare l’aumento della disoccupazione. Perché la cosa più equa è quella di evitare che aumentino i disoccupati». Monti non batte ciglio mentre il ministro Fornero, da Bruxelles, rassicura sulla disponibilità al dialogo con le parti sociali prima del 5 dicembre, ma il boccino è nelle mani del presidente del Consiglio. «Nonostante io sia considerata molto severa, sono una persona aperta al dialogo», dice il ministro del Lavoro, «quindi dovremo trovare una finestra per il confronto con i sindacati, ma questo dipende dal presidente del Consiglio e dai vincoli di tempo, perché ne abbiamo poco». Favorevole al reddito minimo garantito, ha detto che «i privilegi vanno eliminati, anche se da soli non risanano i conti pubblici; è chiaro che quanto verrà deciso dal governo sulle pensioni «sono riforme che implicano sacrifici, ma noi cerchiamo di dare loro una cifra che possa renderle un po’ meno sgradite e tollerabili». Tra queste annuncia l’introduzione del metodo contributivo pro-rata nel sistema pensionistico. Sarà una delle misure presentate lunedì al Consiglio dei ministri, «le eccezioni saranno fatte verso il basso e non verso l’alto».
In attesa della telefonata di Monti, la Camusso concentra i suoi strali verso Emma Marcegaglia, che l’altro ieri aveva detto che «nulla è più intoccabile». «A Confindustria dico che sulle pensioni bisognerebbe avere un atteggiamento più laico, il problema – incalza il segretario della Cgil – sono i lavoratori cacciati dalle imprese dopo 50 anni. Più che fare censure si impegnino loro a non aprire processi di mobilità». La Camusso ha risposto anche ad una battuta del vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, sulla «soglia magica dei quarant’anni» («se riferito ai suoi anni forse è un qualche rimpianto dei suoi 40 anni», aveva detto). «A Bombassei dico che è una battuta da Repubblica precedenti a Monti. È rimasto indietro di una puntata e dovrebbe rendersi conto che gli italiani hanno apprezzato questo cambiamento».