Manovra approvata ma il governo perde per strada 26 voti

Varata, ma con margini di consenso più stretti. Il via libera definitivo alla manovra economica è arrivato ieri al Senato al termine di una seduta caratterizzata dalle contestazioni della Lega e dal voto finale bipartisan, ma con parecchie defezioni. L’aula di Palazzo Madama ha detto sì alla fiducia posta dal governo con 257 sì e 41 no, con un differenziale di 24 voti in meno rispetto ai 281 di novembre: otto le assenze nelle fila del Pdl, quattro nel Pd mentre ai no della Lega vanno aggiunti l’Idv, Svp e Union Valdotaine, ai quali evidentemente neanche l’intervento in aula del premier ha fatto cambiare idea. L’aula del Senato ha seguito in un’atmosfera di calma e di attenzione le dichiarazioni del premier Mario Monti, che alla fine ha incassato l’applauso della vasta maggioranza che lo sostiene. Solo a quel punto la contrarietà della Lega alla manovra si è manifestata con sonore proteste, alcuni “buuu” e battendo i piedi. Tutto secondo copione.

La centralità dei partiti

Anche ieri Silvio Berlusconi ha battuto sul tasto della centralità dei partiti, precisando che la scelta di votare la manovra è da considerarsi il “male minore”, dettata dalla volontà di evitare “che il Paese potesse, con un’eventuale caduta del governo, finire in una situazione drammatica”. Ieri, in aula, il capogruppo del Pdl ha ribadito la stessa richiesta di centralità dei partiti, che ha portato alla decisione di svolgere un vertice tra il premier e Alfano, oggi, per fare il punto sulle intenzioni del governo sul tema delle liberalizzazioni.
 
La fase due di Monti
Soddisfazione, è stata la parola utilizzata dal premier al termine del voto, preannunciando poi che la “fase due” «era già dentro la fase uno, adesso verrà sviluppata a grande velocità». Nel suo discorso all’assemblea, Monti ha difeso le scelte compiute dal governo – «Andiamo avanti a testa alta» – e ha provato a battere sui tasti della fiducia. Anche con un appello agli italiani:  «È essenziale che gli italiani sottoscrivano i Bot e i Cct, dobbiamo avere fiducia in noi stessi». Monti ha cercato di non mostrarsi troppo preoccupato dalle fibrillazioni che provengono dai partiti che lo appoggiano. Anche con qualche oassaggio ironico: «L’appoggio che sto ricevendo – ha detto, senza mai citare il suo predecessore e neanche il segretario del Pd –  è molto più grande di quello che i partiti a volte dichiarano». Monti ha poi ringraziato il Parlamento per il sostegno (assicurando che «non è mai venuto meno il rispetto» verso le Camere) e i partiti per essersi «piegati» alla necessità di avallare i sacrifici chiesti agli italiani ignorando le pressioni dei loro elettorati e le ideologie di riferimento. E ha aperto alle crescenti richieste di un maggiore coinvolgimento delle forze politiche nella stesura delle misure: «Ogni modalità che ci consente di ascoltarvi in anticipo agevola la nostra azione di governo nell’interesse del paese».

L’equilibrismo del premier
Il premier si è sforzato di apparire ecumenico, glissando sulle contestazioni ricevute dalla Lega: «Mi dispiace che gli elettori di una piccola parte di questo Parlamento non possano essere ascoltati perchè le forze che li rappresentano hanno un atteggiamento di opposizione, ma vi assicuro che le esigenze  di categorie e di regioni a noi non del tutto ignote sono tenute presenti dal governo» . Un colpo bonario anche si sindacati, quando Monti dice che sul mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, sarà necessario procedere con le forze politiche e sociali in modo diverso da quello finora usato perchè il mercato del lavoro richiede per sua natura un maggior dialogo con le parti sociali». Ancora una volta Monti ha contestato l’interpretazione secondo cui le misure anti-crisi colpiscono chi già paga le tasse salvando gli altri:  «Le nuove imposte, purtroppo necessarie, ma ci siamo concentrati sul patrimonio e sulla ricchezza. Questo rende rituale, ripetitivo e senza fondamento lo slogan “pagano i soliti noti”».

La solita Lega scatenata
«Libertà! Libertà!»: è con questo coro, scandito con forza dai senatori leghisti, che gli esponenti del Carroccio hanno accompagnato il finale dell’intervento del loro capogruppo Federico Bricolo. Un intervento definito dal centrosinistra «decisamente provocatorio», che ha creato momenti di tensione nell’emiciclo del Senato. Mentre Bricolo bocciava la manovra del governo spiegando che ci sarebbero state molte più tasse per i lavoratori e pensioni ridotte, dai banchi del Pd sono partite varie grida: «Voi siete stati otto anni al governo!», «voi siete stati servi per otto anni!». Commenti che hanno provocato la reazione altrettanto sdegnata e rumorosa da parte dei senatori del Carroccio. Durante l’intervento di Bricolo, Mario Monti ha ascoltato in silenzio prendendo appunti, mentre il ministro del Lavoro Elsa Fornero, alla quale il capogruppo si è rivolto ripetutamente, risultava assente ai banchi del governo. Ma la parte del discorso di Bricolo che ha creato più tensione in aula è stata quella sui 150 anni d’Italia. «Mentre voi festeggiate i 150 anni dell’Italia – ha detto Bricolo – io, che sono veneto, preferisco celebrare la Serenissima…». I senatori dell’Idv, soprattutto Stefano Pedica, a questo punto si sono alzati in piedi chiedendo a gran voce che il presidente Renato Schifani intervenisse contro Bricolo perchè «l’Italia è una sola, indivisibile!». Schifani ha cercato di riportare la calma, ma tra i banchi del centrosinistra si è continuato a protestare, mentre i leghisti intonavano il coro “Libertà! Libertà!”.

La censura di Matteoli
«Sono in Parlamento da trent’anni e di vicende tipo quelle della Lega ne ho viste tante, fatte anche da altri. Non mi piacciono». Altero Matteoli non ha gradito la sceneggiata leghista in aula e ieri lo ha detto con chiarezza: «La Lega ha scelto un certo percorso ma le cose che ci hanno legati non sono venute meno. Basta essere chiari sugli obiettivi e sul programma. Ci sono 2 Leghe: una sul territorio e che è contro e una Lega che è a Roma e che fa il suo dovere e ci ha sempre appoggiati. Non possiamo pensare che il Pdl stia fermo, deve andare a spiegare il perché di certe scelte ma l’elettorato alla fine apprezzerà i sacrifici e il senso di responsabilità. Il Pdl voterà sempre unito a favore del governo e andrà compatto al Senato».