Ma quali ricchi: pagano sempre i soliti noti

Le lacrime di coccodrillo, oltre a quelle della Fornero, sono del centrosinistra, dei sindacati, del popolo viola, dei dipietristi e (in parte) della grande stampa che si è inginocchiata davanti al “salvatore della patria”. Volevano un tecnico al governo e lo hanno avuto. Adesso accettino le misure varate da Monti e la smettano di comportarsi come chi si è trovato di fronte all’ineluttabile: 30 miliardi di manovra, di cui circa 18 di nuove entrate e il resto di tagli alla spesa. Hanno messo in croce Berlusconi e Tremonti, rei di aver garantito la sostenibilità dei conti pubblici ma di non essersi preoccupati adeguatamente della crescita e oggi si trovano di fronte a un esecutivo che per centrare il pareggio di bilancio a fine 2013 rimette in moto la leva delle tasse, sottraendo risorse a famiglie e imprese e quindi dando il via a una manovra che potrebbe innescare ulteriori spinte recessive. Lo sviluppo tanto agognato non c’è ancora ma in compenso dobbiamo fare i conti con provvedimenti che arrivano a colpire anche gli anziani con più di 936 euro di pensione al mese, bloccando l’adeguamento dell’assegno al costo della vita. Poca cosa? Tutt’altro. Ai commentatori che parlano di costi per 20 euro pro-capite è il caso di spiegare che questa somma non viene pagata per 13 mesi l’anno e mai più recuperata.

Pagano i pensionati
La riforma della previdenza è diventata il piatto forte dell’intera manovra. E lo fa con un costo molto alto per chi si apprestava a lasciare il lavoro. Le direttrici che penalizzano gli anziani sono diverse, ma tutte alla fine convergono verso un’unico obiettivo, allontanare il momento in cui il lavoratore va in pensione e fargli riscuotere un assegno più basso. Si chiude un’epoca. Da gennaio del prossimo anno tutti i lavoratori in quiescenza vedranno le loro pensioni calcolate con il sistema contributivo (la somma da riscuotere dipenderà soltanto dai versamenti effettuati e non dal livello delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro quando si presume ognuno ha fatto carriera), le donne andranno in pensione a 63 anni e gli uomini a 66 e finisce la stagione dei trattamenti d’anzianità a cui le donne potranno accedere con 41 anni e un mese e gli uomini con 42 anni e un mese. Poi, dal 2018, l’età diventerà di 66 anni per tutti, uomini e donne, ma chi si tratterrà al lavoro fino all’età di 70 potrà riscuotere una pensione più ricca. Viene attivata, in sostanza, una fascia flessibile  di 62-70 anni per le donne e di 66-70 per gli uomini. Spariscono le finestre mobili e le quote, che rappresentavano una via soft, individuata negli anni scorsi assieme al sindacato, per superare in maniera graduale le pensioni d’anzianità. Il sistema contributivo, per gli anni che vanno dal 2012 in poi, interesserà anche chi al 31 dicembre del 1995, al momento della riforma Dini, aveva più di 18 anni di contributi e, pertanto, finora aveva continuato ad andare in pensione sulla base del calcolo retributivo.

La stangata sulla casa
Entra in funzione l’Imu (Imposta municipale unica) che sostituisce la vecchia Ici e si pagherà anche sulla prima casa con un’aliquota dello 0,4 per mille e una detrazione di 200 euro. Dalla seconda casa in poi si pagherà invece lo 0,76 per cento. Il tutto con una rivalutazione delle rendite del 60 per cento (quelle attuali erano parametrate ai valori immobiliari del 1989) che dovrebbe far lievitare l’imposta di circa la metà rispetto a quella abolita nel 2008 da Silvio Berlusconi. Costerà 11 miliardi di euro e potrebbe lievitare ancora. Il governo avrebbe infatti  intenzione di ritoccare gli estimi (nelle grandi città esistono case popolari diventate signorili ma ancora classificate come tali) e i Comuni avranno dei margini di manovra dello 0,2 per cento (in più o in meno) per le prime case e dello 0,3 per cento (in più o in meno) per le seconde. Potranno inoltre variare l’entità della detrazione per le prime case. Le aliquote Irpef non cambiano, come invece era previsto in un primo momento. Ma questo soltanto in teoria, perché di fatti gli enti locali, a cui sono stati tagliati i trasferimenti per cinque miliardi complessivamente, avranno la possibilità di introdurre delle addizionali. Anche l’Iva è ai nastri di partenza per fare un salto in avanti di due punti dal primo settembre del 2012. Non è detto che l’aumento venga deciso, ma se ciò avverrà non succederà perché, come aveva intenzione di fare il governo Berlusconi si sposterà una parte delle tasse dall’imposizione diretta a quella indiretta con ‘obiettivo di abbassare il costo del lavoro, ma perché in questo modo si intende contrarre una sorta di assicurazione nei confronti dei tagli alle agevolazioni fiscali previste nel caso in cui il governo non fosse in grado di dare il via alla delega fiscale. C’è poi una tassa una tantum dell’1,5 per cento sui capitali scudati, il limite di 1.000 euro per gli acquisti in contante, il disco verde alla liberalizzazione dei farmaci di fascia c (quelli a pagamento che potranno essere venduti anche nelle parafarmacie) e l’estensione del bollo dai conti correnti agli altri strumenti finanziari, quali depositi titoli, polizze vita e fondi mobiliari. Tutto qui? No. Non poteva mancare la ciliegina sulla torta costituita dall’accisa sulla benzina: da gennaio del prossimo anno l’imposta di fabbricazione sulla benzina passerà a 704,20 euro per mille litri e quella sul diesel a 593,20. In tutto circa 2 miliardi di gettito che dovrebbero andare alle regioni a beneficio del fondo trasporti. Secondo quotidianoenergia.it, tenendo conto anche dell’effetto moltiplicatore dell’Iva  i rincari alla pompa potrebbero arrivare a 10 centesimi il litro per la Verde e a 13,6 centesimi il litro per il gasolio. Tirata qualche somma non è difficile rendersi conto che a pagare è soprattutto il cosiddetto ceto medio. Risulta quindi del tutto fuori luogo la soddisfazione di alcuni quotidiani (Repubblica in primis) che parlano di stangata sul lusso. Ma dove sta? Non mi si dica che basta inasprire la tassazione sulle auto di lusso, aerei, yacht, elicotteri e perfino le mongolfiere per fare equità.

Sindacati in trincea
I vescovi guardano ai provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri e osservano che «ci voleva più equità». Anche perché, tenendo conto delle precedenti due manovre estive, il conto sale complessivamente a 6.402 euro in quattro anni e non tutte le famiglie si possano permettere questo esborso senza tirare la cinghia oltre il livello di guardia. Il conto l’ha fatto la Cgia di Mestre, che quantifica così una torchiatura che non può non avere ricadute pesanti sul fronte dei consumi e del livello di vita della gente. I sindacati, dopo aver chiesto invano un confronto costruttivo, adesso scendono in trincea e per lunedì prossimo proclamano uno sciopero di due ore con l’obiettivo di ottenere modifiche alla manovra. Ugl, Cisl e Uil hanno chiesto ai loro iscritti di incrociare le braccia nelle ultime due ore del turno di lavoro per poter manifestare di fronte alle prefetture con l’obiettivo di riaprire le trattative. A Roma la protesta verrà portata direttamente sotto il Parlamento. Cisl e Uil hanno sollecitato la Cgil, che aveva già chiesto un impegno unitario, ad assumere iniziative comuni per chiedere al governo di discutere di pensioni e fisco. Luigi Angeletti, leader della Uil, ha anche telefonato a Susanna Camusso per informarla dell’iniziativa di lunedì. Ma la segretaria generale della Cgil prima ha preso tempo e poi, preoccupata di recuperare una sorta di primogenitura in materia, ha annunciato che l’astensione dal lavoro promossa da Corso d’Italia sarebbe stata di quattro ore, con manifestazioni in concomitanza con l’avvio del percorso di approvazione del provvedimento in aula alla Camera. I presidi di fronte alle prefetture, invece, verranno attuati già a partire da oggi, coinvolgendo anche Comuni, Province e Regioni. La valutazione sulla manovra è chiara: socialmente insopportabile. Secondo la Camusso «il governo sta cercando di fare cassa sui poveri del nostro Paese». Valutazione non molto diversa da quella di Raffaele Bonanni che parla di «misure pesanti e senza equilibrio».

Il via libera di Borsa e spread
La manovra di Monti e le discussioni a Parigi tra la Merkel e Sarkozy, che chiedono in nuovo trattato per dare vita a un’Unione fiscale nel Vecchio continente, sembrano aver tranquillizzato i mercati. Sugli eurobond la Germania dice ancora di no, ma sul debito pubblico italiano le tensioni sono state ieri minori rispetto al terremoto delle ultime settimane. Lo spread tra il nostro Btp decennale e il Bund tedesco ieri è calato a 373 punti base, valore minimo dal 27 ottobre scorso, che ha fatto scendere il rendimento dei titoli sotto il 6 per cento. Anche Piazza Affari ha viaggiato con il vento in poppa: l’indice Fitse Mib ha chiuso con un guadagno del 2,91 per cento, mentre Francoforte è cresciuta dello 0,42; Londra dello 0,28; Parigi dell’1,15. Sugli scudi della piazza milanese, che ha fatto da stimolo anche agli altri listini europei, soprattutto le banche e Finmeccanica.