Lo spread illude i “Monti-boys”, la loro eccitazione dura un’ora

Lo spread come Napoleone, due volte nella polvere, due volte sull’altare. L’eccitazione è durata lo spazio di qualche ora, con i grandi giornali – quelli che si sono trasformati negli ultras di Monti, l’uomo della Provvidenza – che titolavano le loro edizioni online con parole d’entusiasmo scritte a caratteri cubitali: lo spread è sceso di parecchio, l’asta dei Bot è andata benissimo (cosa peraltro che accadeva anche con Berlusconi ma nessuno lo diceva), piazza Affari risponde bene. Tutti segnali della stima nei confronti dei tecnici. Una vera svolta, una rivoluzione. Poi l’ardua sentenza: lo spread è risalito inesorabilmente sopra quota cinquecento e la Borsa è scivolata di nuovo, finendo in negativo. In poche parole: non è cambiato un accidenti, meglio metterci una pietra sopra. E la notizia, come d’incanto, non è apparsa più in bella evidenza sul Repubblichiere della Sera e nei siti internet. Purtroppo, aggiungiamo, perché comunque – in una situazione di sfiducia generale – uno spiraglio sarebbe servito a restituire un po’ di ottimismo, elemento fondamentale per consentire alla gente di muoversi con maggior convinzione e magari di organizzarsi per Capodanno invece di chiudersi in casa, di togliersi qualche sfizio ai saldi e magari di farsi un bel regalo per la Befana, alla faccia dei disfattisti.

I conti continuano a non tornare

L’effetto dell’asta dei Bot sullo spread è durata meno dello spazio di un mattino. Già nel pomeriggio di ieri, infatti, il differenziale tra Btp e Bund è tornato al di sopra della soglia psicologica dei 500 punti, dopo che nelle ore precedenti era sceso fino a quota 482. Inevitabile la ripercussione sui tassi: la cedola del decennale che era arrivata al 6,75 per cento è salita di nuovo fino al 6,91. L’asta di oggi, con circa nove miliardi di Btp da collocare, potrebbe anche riservare sorprese non del tutto gradite. Il ministero dell’Economia ha anche assegnato 1,733 miliardi di Ctz a due anni. In netto ribasso i tassi di rendimento medio dei Bot, scesi al 3,251 per cento al 6,504 per cento della fine di novembre. Un successo che, visto l’andamento delle Borse (Piazza Affari ha virato in positivo per poi perdere gradualmente terreno e chiudere con un meno 0,85 per cento) ha convinto fino a un certo punto. Segno che i mercati sono ancora scettici sulle misure che il governo Monti ha varato e su quelle che sono state annunciate per le prossime settimane. E l’ottimismo, necessario per dare impulso ai consumi, è ancora di là da venire. «L’asta italiana è andata bene – ha commentato a caldo il Financial Times – ma il vero test è domani (oggi ndr), quando saranno messi in vendita fino a 8,5 miliardi di euro di titoli a tre, sette e dieci anni».

Insoddisfazione palpabile
Mercati pessimisti e italiani assediati dai tagli e dalle tasse della recente manovra economica, che ha ridotto pesantemente il reddito disponibile delle famiglie italiane. «L’Italia rischia di essere spacciata – dice Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl alla Camera – a causa delle politiche fiscali e di bilancio messe in atto da chi è stato chiamato al governo per salvarla». Una constatazione che fa parte del bagaglio di quanti ritengono che i tecnici  hanno prescritto al Paese una robusta terapia a base di antibiotici che potrebbe anche avere l’effetto di indebolire ulteriormente l’economia produttiva. La manovra italiana da sola rappresenta poco o nulla sul fronte dell’attacco all’euro condotto in questi mesi dalla speculazione a livello internazionale. «Da sola – afferma l’economista francese Jean-Paul Fotoussi in un’intervista a Il Messaggero – non può risolvere la crisi. Ci vogliono un’azione e una risposta europee». Così il circolo si chiude e si torna alle responsabilità politiche del governo tecnico di Monti: senza una condivisione dei sacrifici richiesti anche i provvedimenti più duri potrebbero risultare inefficaci.

Scenari internazionali
Non è solo un problema italiano. Ieri l’euro, in sofferenza contro il dollaro (1,2995), è sceso ai minimi da dieci anni nei confronti dello yen (100,99 sul mercato di New York). Segno che la tempesta attorno alla moneta unica europea non si è ancora placata. Del resto, lo spread tra bund tedeschi e titoli spagnoli, portoghesi e greci è un indicatore eloquente di una situazione che resta difficile. Nel Regno Unito, segnalava ieri l’Ansa, anche i ricchi piangono. Non è la crisi del liberismo, non si è arrivati a tanto. Semplicemente il Banco dei pegni segnala un afflusso anomalo di merce che certo non è a disposizione di tutte le tasche. In garanzia vengono dati veri e propri status symbol degli eccessi del capitalismo londinese: Rolex, vini d’annata, diamanti e Ferrari. Qualcosa sembra essere cambiato: le  parole “Monte dei pegni” iniziano ad essere pronunciati anche in quartieri come Chelsea, Fulham, Kensington e non solo da qualche sventurato. Banchieri, imprenditori, ex-paperoni temporaneamente in bolletta hanno trovato asilo nell’ex-rifugio dei poveri o di chi aveva improvvisamente fatto il passo più lungo della gamba. È il segno dei tempi, con molte certezze che vanno crollando ogni giorno. L’Italia, dunque, non sta peggio degli altri. Non sta peggio oggi e non stava peggio ieri, quando opposizioni irresponsabili e organi di stampa compiacenti dipingevano Berlusconi coma la causa di tutti i mali italiani. Oggi è acclarato che non era così, ma in pochi sono disponibili a recitare il mea culpa.

Levata di scudi
Di fronte a uno scenario fatto di sacrifici ineluttabili è almeno necessario che la ricetta sia equa. È quello che chiedono le organizzazioni sindacali, impegnate a ottenere una rivisitazione della riforma in materia di pensioni. Argomento che sembra stia anche a cuore a Pier Luigi Bersani e al Pd. Lega e Idv, invece, contestano in toto le misure, mentre il Pdl punta l’indice sulle liberalizzazioni in arrivo e afferma che  al governo non sarà consentito di far volare soltanto gli stracci. Giudizio negativo anche dai parlamentari valdostani e dalla Confcommercio, le cui strutture territoriali di Frosinone scrivono al premier per chiedere la riduzione del cuneo fiscale e della burocrazia. La sostanza del problema è che non ci si può limitare a tortonare i soliti noti: deve pagare chi ha di più e chi finora ha evaso. E sono in molti a ritenere che, su questo fronte, Monti non si sia impegnato abbastanza. Tanto che qualcuno arriva anche a proteste eclatanti, come è successo qualche giorno fa a Calenzano, in provincia di Firenze, dove una consigliera del Pdl, arrivata in Consiglio comunale con un lungo cappotto, se l’è tolto ed è rimasta in reggiseno e mutande. Una persona fuori di testa? Affatto. Monica Castro, così si chiama la protagonista dello spogliarello anti-Monti, intendeva solo esprimere il suo punto di vista su misure che considera davvero eccessive. «Doveva essere fatto altro –  afferma – con i provvedimenti del governo Monti in mutande non ci rimarrò soltanto io ma tutti gli italiani».