Le lacrime dei sindacati: e ora che si fa?

E adesso che facciamo? Popolo viola, partiti del centrosinistra, collettivi universitari e sindacati si pongono il dilemma amletico se «essere o non essere». Hanno fatto di tutto per mandare via il Cavaliere, hanno beatificato Mario Monti e all’improvviso si trovano a fare i conti con le misure adottate dal governo dei tecnici. O meglio, di quei banchieri che in passato, almeno a parole, avevano sempre mandato al diavolo. Sinistra di banca, sinistra di governo? Qui le cose si mettono male, i sindacati – al tavolo convocato in fretta e furia per evitare lo sciopero – sono stati trattati maluccio, o mangiate questa minestra o vi gettate dalla finestra. Quasi quasi era meglio Berlusconi. La Cgil del governo di centrodestra aveva contestato tutto, assumendo una posizione ideologica, ma la Cisl, l’Uil e l’Ugl, invece, avevano dialogato a lungo e persino apprezzato alcune posizioni assunte dal governo del Cav che, a suo tempo, non ha esitato a mettere sul tavolo alcune decine di miliardi di euro per finanziare gli ammortizzatori sociali e garantire così un qualche salvagente ai lavoratori italiani nel bel mezzo di una crisi che ha sconvolto il mondo industrializzato. Idv e sinistre, moderate e non solo, erano poi addirittura arrivate alle manifestazioni di piazza, per celebrare l’allontanamento “dell’odiato nemico” da Palazzo Chigi. Ma oggi già temono di rimanere incastrati in questa strategia del rigore che sta mandando al macero anche quel minimo di equità che ancora esisteva in questo Paese.

Lo schiaffo ai sindacati
Centrella, Camusso, Bonanni e Angeletti sono stati le prime vittime del governo tecnico e lo sciopero generale di ieri (il primo unitario dal 2007) ne è l’espressione più evidente. Anche se si è trattato di una protesta per così dire “a salve”: dichiarata, pubblicizzata, ma che, in termini di disagi per i cittadini, ha prodotto poco o nulla.  Abituati a essere consultati, chiamati a concertare, perfino vezzeggiati, si sono trovati di fronte a un esecutivo che ha prima messo nero su bianco l’intera manovra, poi li ha chiamati e ha risposto picche a ogni proposta di modifica. Chi ha visto la loro conferenza stampa, subito dopo l’incontro di domenica sera, definito informale, non ha potuto non notare una sorta di mortificazione che traspariva soprattutto dalle parole di Raffaele Bonanni. Il segretario generale della Cisl faceva capire di non nutrire grandi speranze sulla possibilità di alleggerire i sacrifici a carico di famiglie e pensionati, confermava lo sciopero generale di ieri (tre ore nel settore privato) e annunciava ulteriori iniziative di lotta. Come mai? Ma perché Mario Monti aveva praticamente risposto picche a tutto quello che gli veniva proposto. Assumendo a motivazione di questo atteggiamento il fatto che c’è la crisi, mancano i soldi, si devono collocare cospicue partite di Btp tra i risparmiatori, siamo tenuti sotto osservazione da parte dei mercati. Al termine dell’incontro Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl, riassumeva così lo stato della situazione che si era venuta a determinare. «Oggi non c’è stata alcuna risposta alle questioni concrete che abbiamo portato al tavolo. Noi continuiamo le nostre lotte spiegando ai lavoratori che il governo appare sordo anche nei confronti di poche, modeste modifiche alla manovra che noi riteniamo indispensabili». Una rottura vera e propria. Anche se il governo, più che sbattere la porta, si era limitato a chiuderla.

Abbiamo ucciso il “porco” sbagliato
Al punto in cui sono giunte le cose in molti, ormai, si chiedono se non hanno sbagliato a fare una guerra a tutto campo al governo Berlusconi con il quale si dialogava e si discuteva comunque. Qui, invece, tutto passa in seconda linea di fronte alla necessità di fronteggiare la crisi e viene dato per scontato che alla fine, comunque, la fiducia in Parlamento non mancherà. «Forse abbiamo ucciso il porco sbagliato», ci diceva ieri uno dei partecipanti al sit-in in piazza Montecitorio, parafrasando la celebre frase che viene attribuita a Winston Churchill. Una frase che basta da sola a definire lo stato d’animo della gente in piazza. Non tantissima, almeno fino a ieri, ma significativa per far capire quanto, se non gli atteggiamenti, siano cambiati gli umori di chi è stato chiamato a fare sacrifici per fronteggiare la crisi. Umori che non cambiano anche dopo i correttivi alla deindicizzazione delle pensioni che rimane, anche se adesso è diventata meno severa. I pensionati, le famiglie e i proprietari di immobili sono chiamati a pagare un duro pedaggio, e non basta certo una rondine per fare primavera. Sacrifici  per tutti ma non per gli evasori, contro i quali le misure varate appaiono ancora una volta insufficienti.  Dopo trent’anni di manovre, infatti, l’evasione nel nostro Paese invece di diminuire è aumentata. Scrive il Corriere della Sera che  nel 1981 l’allora ministro Franco Reviglio quantificò l’evasione fiscale in 28mila miliardi, pari a setto o otto punti di Pil, mentre oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini parla di una percentuale compresa tra il 16,3 e il 17,5 per cento del Pil, ossia tra 255 e 275 miliardi di euro.

Retribuzioni ai minimi dal 2009

Torna l’Ici, aumentano le addizionali Irpef, cresce l’Iva e le accise sulla benzina. Un vero e proprio salasso che si abbatte sulle famiglie italiane e sui consumatori. Dai carburanti, ad esempio, dopo gli ultimi rincari, si stima arrivi un gettito fiscale di 37,25 miliardi, in aumento del 6,3 per cento rispetto al 2010. Sugli automobilisti si abbatte anche la cosiddetta tassa sulle automobili di lusso. Il tutto mentre – secondo quanto certifica l’Istat – nel terzo trimestre le retribuzioni lorde sono aumentate appena dell’1,4 per cento su base annua, il valore più basso dal terzo trimestre del 2009, abbondantemente al di sotto del tasso d’inflazione (2,8 per cento). Un’ulteriore conferma dell’alleggerimento delle buste paga strette tra l’aumento della pressione fiscale (arrivata con l’ultima stangata al 45 per cento) e riconoscimenti contrattuali assolutamente insufficienti anche a garantire il potere d’acquisto delle retribuzioni. Le buste paga sono sempre più leggere. L’impoverimento interessa tutte le voci delle ricompense e si riferisce al settore privato, l’unico che potrebbe sollevare un po’ la media retributiva in un periodo di blocco contrattuale nel pubblico impiego. In altre parole, la tagliola non risparmia i redditi di alcun lavoratore e si abbatte sugli extra (premi, arretrati, incentivi all’esodo, contratti aziendali). Scende anche il costo del lavoro, ai minimi da due anni, mentre le associazioni dei consumatori sottolineano che il potere d’acquisto degli italiani è «in caduta libera». Il che rappresenta un vincolo molto importante alla necessaria ripresa dei consumi e getta un’ombra fosca sullo sviluppo produttivo di questo Paese (e quindi sull’occupazione) proprio mentre i più qualificati osservatori nazionali e internazionali rivedono al ribasso le stime per il prossimo anno quando l’economia dovrebbe segnare un valore di crescita negativo (– 0,5 per cento).

Borsa giù, spread ancora su
Piazza Affari continua a dimostrarsi insensibile ai sacrifici che gli italiani stanno facendo. Ieri, dopo un accordo in sede Ue considerato insoddisfacente, la Borsa milanese ha chiuso con una perdita del 3,79 per cento (la peggiore in Europa). Cattive notizie anche dal fronte dei titoli pubblici, dopo che la mattinata si era conclusa con il collocamento tra i risparmiatori di tutti i 7 miliardi di Bot a dodici mesi attesi ieri all’appuntamento con i mercati. Lo spread, il differenziale tra il nostro Btp decennale e l’equivalente titolo tedesco, è tornato sui 470 punti base con rendimenti al 6,77 per cento, per poi chiudere a quota 454. Male anche i titoli pubblici francesi e spagnoli. L’ennesimo vertice Ue – scrive l’agenzia Fitch – ha mostrato «un forte sostegno politico all’euro, ma anche la conferma che una soluzione globale all’attuale crisi non è sul piatto». Uno stato di cose che Nicolas Sarkozy, presidente dei francesi, traduce nel fatto che, dopo il no della Gran Bretagna all’accordo europeo di Bruxelles sulla disciplina di bilancio, ci sono «ormai chiaramente due Europe. Una che vuole più solidarietà e regolazione tra i suoi membri. L’altra che si lega alla sola logica del mercato unico». Potrebbe non bastare. E infatti ai mercati non basta. Lo hanno dimostrato con la reazione di ieri, a conferma che non c’è nulla di peggio dell’incertezza.