«L’Articolo 18? Cambiamolo con riforme vere»

Articolo 18? Non è un tabù, a patto di modificarlo nell’ambito di un più vasto pacchetto di misure volte a snellire il mercato del lavoro. E magari realizzare un vecchio sogno: la partecipazione dei lavoratori agli utili. Parola del presidente della commissione Lavori alla Camera, Silvano Moffa.

Come si sta muovendo, a suo parere, il governo Monti nel campo del lavoro?

Be’, direi che prima di giudicare bisogna vedere cosa sarà effettivamente presentato. Il tema è complesso ed è assolutamente necessario superare le posizioni ideologiche.

Si riferisce alla discussione su eventuali modifiche all’articolo 18?

Esatto. Se ne discute molto ma occorre andare al di là dei veti ideologici. Abbiamo un sistema che ha grande flessibilità in entrata ma ne ha poca in uscita. Chi protesta ritiene che modificare questo status quo contribuisca a incrementare il precariato…

E non è così?

Nei paesi in cui c’è meno rigidità in uscita c’è anche meno precariato a differenza dei sistemi come Italia e Spagna. In realtà si tratta semplicemente di rendere più dinamico un mercato del lavoro obsoleto.

Non sono in pericolo le garanzie fondamentali per i lavoratori?

No, a patto che si vari un pacchetto complessivo di riforme. Lo dico chiaramente: sono disponibile a toccare l’articolo 18, ma solo nell’ambito di un quadro più generale di provvedimenti. Che riguardino, per esempio, gli ammortizzatori sociali…

In che modo?

Noi abbiamo una fisionomia statica, per quanto riguarda questi sussidi. Invece bisognerebbe creare le condizioni affinché gli ammortizzatori servano per rendere più dinamico il mercato del lavoro…

Tutto questo potrebbe comportare una modifica dello Statuto del lavoro?

Certo. Si tratta di un documento ormai superato, che non tiene conto  dei cambiamenti della stessa forma del lavoro. Non a caso Sacconi parlava di “Statuto dei lavori”.

Concretamente in che direzione bisognerebbe intervenire?

Bisogna spingere verso una articolazione dei contratti di tipo aziendale e territoriale. In questo modo si potrebbe rendere finalmente attivo il ruolo del lavoratore.

Ha per caso in mente la vecchia battaglia missina sulla partecipazione?

Anche. Partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle aziende. Bisogna far diventare il lavoratore soggetto della produzione, non più oggetto. In Germania ci hanno provato ed è stato un grande successo. Il lavoratore deve essere pensato come un soggetto capace di governare il processo imprenditoriale e di farsi carico degli oneri. Il modello lavorativo va reso snello e flessibile, con un salario agganciato alla produttività. La nuova parola d’ordine deve essere: più produttività, più salario.

Che idea si è fatto del ministro Fornero?

È una persona di grande competenza, ma fino ad ora ha proposto solo spot. Mi auguro che abbia anche il coraggio dell’operatività, non si può andare avanti solo con le interviste…

Passiamo dall’economia alla politica: è sicuro che l’elettorato di centrodestra comprenda il vostro sostegno al governo Monti, anche alla luce dei provvedimenti di cui stiamo parlando?

Credo che gli italiani in generale abbiano, in questa contingenza, un momento di sbandamento. E il nostro elettorato, certo, non è avulso da questa situazione difficile. Di sicuro abbiamo anche una grande capacità di rimboccarci le maniche…

E chissà che la crisi non si riveli anche una opportunità, per riprendere l’abusato luogo comune sul corrispondente ideogramma giapponese...

Certo. Il centrodestra, in particolare, dovrà sfruttare questo momento che, in qualche modo, configura una sorta di sospensione della politica per radicarsi e organizzarsi. Bisogna riprendere in mano una certa capacità riformatrice che ci è propria e che invece, negli ultimi tempi, si era appannata…