La Nigeria divisa tra cristiani, islam e petrolio

Rischia di esplodere la plveriera Nigeria, lo Stato più popoloso dell’Africa. Sette persone sono rimaste ferite in un attentato con esplosivo a una scuola coranica nel sud della Nigeria. Lo ha reso noto la polizia. «Una bomba di debole potenza, fabbricata in loco, è stata gettata dentro una scuola coranica a Sapele alle 22 ora locale», ha reso noto il portavoce della polizia dello stato del Delta. L’ordigno «è stato lanciato da una vettura non identificata in movimento… sei bambini e un adulto sono stati feriti. Ricevono cure in ospedale. Nessun morto è stato segnalato e nessun arresto è stato fatto». I bambini feriti hanno dai 5 agli 8 anni. Erano in classe al momento dell’esplosione. L’attacco è avvenuto dopo un’ondata di attentati contro chiese cattoliche il giorno di Natale, che hanno fatto almeno 40 morti.
Un altro atto di violenza si segnala in un’altra parte del vasto Paese: tre persone, una bimba di 3 anni e i suoi genitori, sono rimasti uccisi da un gruppo di uomini armati non identificati nei pressi della città di Jos, teatro negli ultimi mesi di violenze intercomunitarie nel centro del Paese. Lo ha reso noto un responsabile regionale. «Tre persone – un uomo, sua moglie e la figlia – sono stati uccisi nel villaggio di Uwuk. Sono stati assaliti nella notte mentre dormivano», ha precisato all’Afp il portavoce del governatore dello Stato del Plateau. Citando dei locali, la fonte ha aggiunto che gli assalitori hanno lanciato l’attacco martedì sera e apparterrebbero agli stessi gruppi che in passato hanno commesso simili episodi di violenza nello stesso villaggio. Il villaggio di Uwuk, a 20 chilometri dalla capitale provinciale Jos, è formato in maggioranza da membri dell’etnia Borom. La regione di Jos si trova nel centro della Nigeria, alla “frontiera” tra il nord a maggioranza musulmano e il sud cristiano. Sì, perché in Nigeria la religione non è il vero problema, essendo divisa la popolazione praticamente a metà tra le due confessioni; quanto le etnie, circa 250, sparse in tutto il Paese e da secoli in contrasto tra loro. Non a caso il Paese è una repubblica federale divisa in ben 36 regioni. Il gruppo etnico dominante nel nord è quello degli Hausa-Fulani, la maggioranza dei quali professa la religione islamica. Gli Yoruba sono predominanti nel sud-ovest. L’etnia Ibo, quella del Biafra, per intenderci, è invece predominante nell’area sud-orientale. Le popolazioni meridionali sono in maggioranza di religione cristiana. Le lingue e i dialetti sono talmente tanto che per capirsi i nigeriani usano l’inglese, sia pure in una forma ridotta e gergale, il cosiddetto broken english.
Anche per questo scontri tra fazioni ed etnie sono quasi quotidiani. Esponenti di spicco della comunità musulmana nigeriana condannano con forza gli attentati contro i cristiani avvenuti a Natale, rivendicati dal gruppo fondamentalista islamico “Boko Haram”. L’Osservatore Romano, quotidiano della SantaSede, riferisce che al termine di un incontro con il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, il sultano di Sokoto (una delle regioni più ricche), Muhammad Saad Abubakar, guida spirituale dei musulmani del Paese africano e presidente del consiglio supremo della Nigeria per gli Affari islamici, ha affermato che «non esiste nessun conflitto tra islam e cristianesimo, ma solo tra persone malvagie che attaccano persone buone». Ma queste ultime – ha proseguito l’autorità religiosa di riferimento per tutti i musulmani nigeriani – «sono la maggioranza e devono unirsi per sconfiggere i cattivi». Al termine dei colloqui, Jonathan non ha rilasciato dichiarazioni, ma il suo consigliere per la Sicurezza nazionale ha chiesto ai cristiani di non reagire agli attentati. In precedenza, la Jamaatu Nasril Islam (Jni), la principale organizzazione islamica, si era anch’essa dissociata dagli attentati, sottolineando che «l’islam è contro ogni tipo di violenza, anche come risposta agli attacchi cui sono spesso vittime i propri fedeli» e che gli attentati di Natale «sono un attacco ai principi e agli insegnamenti del Corano».
Per l’Associazione dei cristiani della Nigeria, invece, «la situazione nel Paese è sempre più delicata e potrebbe degenerare». Un rischio – rilevano gli analisti – che allarma anche i politici nigeriani e le cancellerie internazionali, preoccupate che un’escalation delle violenze possa infiammare ulteriormente gli animi e accrescere le divisioni nel Paese, oltre a destabilizzare il Paese più popoloso dell’Africa con circa 160 milioni di abitanti e un peso massimo nello scacchiere geopolitico dell’area sub-sahariana. Peso massimo soprattutto per le immense risorse del sottosuolo (e dela mare). La Nigeria infatti è una dei principali Paesi produttori del mondo. I suoi pozzi però sono sfruttati da compagnie estere, anche italiane, contro le quali si battono da anni i guerriglieri del Mend, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, composto da nativi della regione, i quali chiedono che la ricchezza prodotta vada anche a beneficio delle popolazioni locali, poverissime, e che inoltre l’attività di estrazione non devasti l’ambiente naturale intorno. Contro la politica delle compagnie petrolifere il Mend ha messo a segno attacchi, sequestri, sabotaggi.
La Nigeria era anche gravata dalla corruzione politica a ogni livello e dallo scarso rispetto per i diritti umani, tuttavia negli ultimi anno la situazione è leggermente migliorata, da quando cioè l’amministrazione è passata dalle mani dei militari a quelle dei civili. Anche l’economia è in rapida ripresa.