«La manovra? Sul fisco c’era un’altra strada»

«Bastava anche il mio amministratore di condominio per tassare la benzina», dice il professor Raffaello Lupi, ordinario di Diritto tributario a Tor Vergata e animatore di due blog sulla materia. Nel giorno in cui sia Bankitalia sia la Corte dei conti avvertono che la manovra è recessiva, Lupi spiega che «se i conti sono squilibrati e gran parte delle spese sono fisse, serve a poco lamentarsi che la tassazione è recessiva. O ci rimettono i nostri debiti come noi non sappiamo a chi rimetterli, o dobbiamo valutare semmai se i soldi sono presi nel modo giusto».

Dove li avrebbero dovuti prendere?

Lo Stato non ha mani da mettere in tasca agli italiani. Lo Stato riscuote da solo sì e no 10 miliardi di euro l’anno. Le mani in tasca le fa mettere alle grandi aziende, il grosso arriva da poche migliaia di aziende che, per la loro rigidità, sono costrette a fare gratis gli esattori del fisco, come la grande distribuzione organizzata, le aziende petrolifere, le banche, le assicurazioni, le TLC, le utilities. Quindi il punto è come usare meglio le aziende per mettere le mani in tasca ai consumatori, ai lavoratori, ai risparmiatori.

Scusi, professore, ma questo non è quello che succede con l’aumento dell’Iva, della benzina, del numero delle transazioni bancarie?

Appunto, ma si possono utilizzare le aziende anche in modo più raffinato, per aiutare lo stato a richiedere le imposte dove le aziende da sole sono inadatte a fare gli esattori… 

Quindi parla di lotta all’evasione.

Espressione che io vieterei perché è lacerante, mentre  il nostro vero problema è la richiesta delle imposte. Soprattutto al popolo degli “autonomi”, cui nessuno si presenta a chiedere le tasse: non lo fa l’azienda, non lo fa il datore di lavoro e quindi non le pagano. Non credo verosimile che un lavoratore indipendente verso consumatori finali dichiari tutto, rispetto alla media è onesto chi dichiara il  70%, ed un po’ sbarazzino chi dichiara 
il 20%, ma un po’ di cresta fiscale, in questi settori e in tutti i Paesi, fa parte del pacchetto, dello “status” delle attività flessibili a contatto con il consumatore finale.

E in pratica le aziende che ruolo dovrebbero avere?

Il ruolo di segnalatori del fisco: quando pagano un lavoratore indipendente, anche impresa e non solo professionista, lo segnalano al fisco, dicendo “ho dato a Pinco Pallino questa cifra”. È chiaro che andrebbe fissato un “de minimis”, ma in questo modo le grandi aziende strutturate potrebbero essere utilizzate come esattori del fisco, spostando il campo della richiesta delle imposte e dei controlli.

Ma se le “voragini” si creano a contatto con il consumatore non sarebbe meglio rendere deducibili le spese?

Quello può essere un meccanismo complementare a patto che ci sia una vera tracciabilità: la signora Marisa che scarica l’idraulico deve mettere nella sua dichiarazione il codice fiscale del fornitore, in modo da alimentare le banche dati del fisco con un segnale preciso.

Però ci sarebbe il vantaggio di un sistema di segnalazione capillare…

Questa dello “scaricare tutti” è un po’ una leggenda metropolitana. Intanto non   tutti hanno interesse a scaricare, poi nessun Paese consente di scaricare una pizza, un paio di scarpe o un braccialetto. Il contrasto di interessi va alla grande su alcune spese che hanno una rilevanza sociale, come scuola o sanità. Negli Stati Uniti, per capirsi, funziona meglio, perché la deduzione fiscale sostituisce lo Stato sociale. Poi da noi c’è il problema della farraginosità delle procedure: se per scaricare le spese edilizie devi aspettare dieci anni, fornire la direzione dei lavori, mandare una raccomandata a non si sa quale ufficio, è chiaro che il meccanismo diventa molto complicato. In più, se non generalizziamo l’indicazione del fornitore, non è nemmeno possibile incrociare i dati, quindi il meccanismo è inutile in termini di emersione.

E la tracciabilità secondo lei è utile?

Diciamo che è meglio di niente. Rende la vita più difficile a chi non registra gli incassi, ma la tracciabilità bancaria è un dato molto più grezzo della segnalazione, non consente incroci a colpo sicuro. Faccio fare l’assegno a nome di mia moglie o mio fratello, lo verso su un conto estero, mi faccio dare una carta prepagata, e risolvo così. Coi contanti si starebbe più tranquilli, ma se c’è coesione con amici, familiari e prestanome, ci si organizza.. beh almeno si rinsaldano i rapporti familiari…

Ma, scherzi a parte, c’è una soluzione?

Sono tante soluzioni ciascuna delle quali non basta, ma aiuta. Occorre organizzare e coordinare, senza guerre di religione, recriminazioni sociali, gogne mediatiche, crociate contro pasticceri, parrucchieri, meccanici e simili. Smettiamo di credere al potere miracolistico degli scontrini o delle fatture, perché tutto quello che il fisco non può incrociare a colpo sicuro rischia di essere nascosto, e anche gli scontrini e le fatture emesse poi spesso vengono alleggeriti al momento della dichiarazione. Non pensiamo al mito dei grandi evasori, ma a quello che guadagna davvero 150, 200mila euro: questo se deve tirare fuori tutto quello che dovrebbe al fisco, ne risente pesantemente, gli cambia la vita. Con norme tipo la tracciabilità magari sta meno tranquillo, ma continua a rischiare perché qui parliamo di carne e sangue di pasticceri, ristrutturatori, ristoratori. Per questo è bene iniziare con l’elenco dei fornitori, dove  le aziende dicono chi hanno pagato e perché.