La Lega cerca flash (e voti) con gli insulti

«Al mio segnale scatenate l’inferno…». Mentre Mario Monti snocciola i risultati dell’ultimo Consiglio europeo, il capogruppo leghista, Federico Bricolo, sentendosi Massimo Decimo Meridio del Gladiatore, si scaglia lancia in resta contro il “governo delle banche”, seguito dai fedelissimi. Prima Angela Maraventano, che urla al premier di parlare di pensioni, poi, una dietro l’altra, le camicie verdi del Palazzo si alzano in piedi a inveire contro i banchi dei ministri in un crescendo di contestazioni che culminano con i cartelli sventolati, «basta tasse!», «non è una manovra, è una rapina!», «giù le mani dalle pensioni!».
Doveva essere un appuntamento di routine quello di ieri a Palazzo Madama, ma il Carroccio di lotta (a Roma) e di governo (al Nord) trasforma la Camera Alta in un’arena, costringendo il presidente Schifani a interrompere la seduta. Dopo la sospensione, però, la bagarre ricomincia con un tam tam di offese e il coro di insulti rivolti allo stesso Schifani, «sei un pagliaccio, sei un pagliaccio». Enrico Montani si sarebbe addirittura esibito in una performance di rara eleganza con un “va’ a cagare!”, frase registrata da telecamere e microfoni.
Lo stesso show si ripete alla Camera con un’esibizione pseudo-muscolare contro gli ex alleati del Pdl, «responsabili» di flirtare con la tecnocrazia nemica, e il presidente Fini particolarmente bersagliato. Per ricompattare l’elettorato e ringalluzzire la base militante delusa dal senatùr, il Carroccio non ha altre strade: cercare i flash dei fotografi e qualche titolone inneggiando alla “purezza” originaria. Lo schema è semplice: lasciare al Pdl l’ambizione di conquistare l’Italia per avere la strada spianata in Padania. Numero uno: attaccare il «governo vampiro che succhia il sangue delle categorie più indifese» per tenersi le mani libere da misure impopolari; numero due: speculare sulla crisi per rimpolpare il consenso in discesa; numero tre: cannibalizzare i voti dei malpancisti del Pdl. Una strategia fin troppo scoperta e anticipata ieri dalla Padania che titolava “Adesso Monti scatena la guerra dei poveri” definendo il maxiemendamento presentato alla Camera «il massacro di commercianti e artigiani». In fondo può permetterselo, avendo rinunciato ad ambizioni su scala nazionale, il partito di Bossi può giocare al “tanto perggio tanto meglio” e strillare il suo “no” contro poteri forti e massoneria. Così nell’ordine piovono le esternazioni di Bossi contro Berlusconi («vedo che traffica con i comunisti…»), i richiami alla piazza, gli stanchi riti del Parlamento padano riesumato dalla polvere dopo 16 anni, i comunicati al vetriolo, l’attacco bilaterale alla sinistra “serva della grande finanza” e al Pdl opportunista e traditore.
«Non si fa crescita vendendo il Viagra alle Coop», protesta il senatore Massimo Garavaglia, «caro professor Mario Monti, il suo può essere considerato il governo Prodi III, perché aumenta la spesa pubblica e voi mettete ancora più tasse». Poi confessa tra le righe la debolezza di un isolamento forzato: «Siamo 25 contro 300 e dobbiamo farci sentire». Anche perché per il Carroccio celodurista la vita in Padania non è tutta rosa e fiori: imprenditori e finanziatori gli voltano le spalle, soprattutto in Veneto dove la linea dello scontro frontale col governo Monti non convince. Dopo le amministrative dovremo cominciare a ridurre il dosaggio dell’opposizione, dicono in tanti, anche per poter tornare «a incrociare il Pdl con cui poi si dovrà fare un’alleanza». Visibilità e restyling. A questo  ci pensa Bobo Maroni che, riuniti i deputati a Montecitorio, sollecita «una nuova assemblea per indicare il nuovo capogruppo». L’ex ministro ha fretta e, alzandosi in piedi (come riferiscono i presenti), ha ricordato l’impegno di Bossi sulla scadenza di gennaio per l’attuale capogruppo. Marco Reguzzoni, dal suo canto, non intende tirarsi indietro e aspetta che sia il senatùr a sciogliere la matassa. Ultime cartucce, quelle di ieri, prima di tornare agnellini?. «A Bossi non sfuggirà che l’opposizione aggressiva al governo fino a coinvolgere le istituzioni offre l’immagine di una ribellione sterile senza peraltro la garanzia di futuri dividenti elettorali», dice il pidiellino Osvaldo Napoli. Il riflesso pavloviano del comodo rifugio del Parlamento padano è fumo negli occhi per la base, come pure l’annuncio di una grande manifestazione di piazza contro Monti, a Milano, il 15 gennaio. La Lega abbaia alla luna e gioca al cerino ma, dietro le quinte, tratta per tornare a casa: le amministrative di primavera sono dietro l’angolo e le politiche non sono così lontane