Ira, gaffe e refusi nella Commissione in stile “Pallacorda”

Il bivacco alla Camera è da sala di attesa di una ricevitoria del lotto. Circolano foglietti, ipotesi, emendamenti e subemendamenti, tutti hanno una proposta, nessuna sa quale sarà estratta dai tecnici. C’è Renato Brunetta che in Transatlantico gioca con due cellulari e si consegna al nemico: «Possiamo solo aspettare Monti». C’è Guido Crosetto che fa su e giù dal quarto piano animando capannelli di analisi critica in nome del “governo caos”, i leghisti sciamano sorridenti al grido di “tanto peggio tanto meglio”, Dario Franceschini sguscia tra le porte con l’aria di chi sa cose che altri non possono sapere, ma in realtà tutti inseguono tutti e nessuno sa nulla. Quando dalla Commissione esce il relatore Maurizio Leo inseguito da un codazzo di giornalisti fino alla buvette, si vivono scene da film di Moretti. Leo è alla sua prima “fuga” dai giornalisti, si infila in una porta, è quella del governo, resta chiusa fino alle 16.40, quando arriva l’annuncio: c’è il maxiemendamento del governo. Nuovo scatto di Leo, codazzo in affanno. Dietro quella porta Monti ha scritto le modifiche a Imu e pensioni su cui si gioca il voto della Camera, in una giornata nella quale è andata in scena quasi una sorta di rivolta giacobina in stile “Pallacorda” in Commissioni Bilancio e Finanze, fin dalla mattina in ribollente attesa di un segnale del governo. Segnale che arriva solo nel tardo pomeriggio: quando le sei paginette ciclostilate entrano nella sala del Mappamondo i commissari si radunano a gruppetti, studiano, si confrontano, quelli del Pd si arroccano al centro della sala e sembrano i più soddisfatti, nelle fila del Pdl c’è chi storce il naso, subito. Come Marco Marsilio: «Sì, l’hanno migliorata, ma giusto il minimo per avere il voto del Parlamento, guarda qui, anche il contributo sulle pensioni d’oro, l’hanno corretto a penna, dal 25 al 15%, hanno avuto paura…». Alberto Giorgetti, a cui questo governo proprio non va giù, si aggira come un leone in gabbia: «Almeno abbiamo attutito l’impatto sulle famiglie di Ici e pensioni», mentre l’ex sottosegretario all’Economia, Luigi Casero, preferisce prendere tempo: «Così, a caldo, non commento, devo leggere le carte». Da lì a un paio d’ore inizia la discussione sui sub-emendamenti, ma il grosso è fatto: la manovra così modificata avrà il voto bipartisan richiesto, a naso turato, soprattutto nel centrodestra, ma almeno la soddisfazione dei parlamentari è quella di aver dimostrato come sia stato possibile ottenere gli stessi saldi senza stangare del tutto pensionati e piccoli proprietari. «Una piccola medaglietta alla casta, no?», commenta un (volutamente) anonimo commissario. Torna il sereno, o quasi.
Ma per tutta la giornata, nelle due Commissioni riunite al quarto piano di Montecitorio – dove ogni tanto arrivava un emendamento “minore” del governo, come noccioline per sfamare i commissari inferociti – si è respirata un’aria pesantissima. Al punto che a metà giornata arrivava la richiesta ufficiale al presidente Fini di far slittare la discussione in aula a giovedì, visto che in assenza di notizie dal governo le Commissioni riunite non avrebbero avuto il tempo di valutare il maxi-emendamento, se e quando fosse arrivato. La presidenza della Camera, però, rispondeva picche e arrivava la controreplica, una minaccia: «Allora non votiamo nulla in Commissione, si va direttamente in aula». La tensione era alle stelle, anche a causa delle gaffe imperdonabili di Monti, che dalla mattinata aveva annunciato una sua comparsata in Commissione, per poi rimandarla fino a tarda sera: «Un grave sgarbo », lo bollavano i leghisti. Che faceva il paio con quello della Fornero, che annunciava pubblicamente, in altre sedi, la modifica sul contributo dalle pensioni d’oro (poi abbassata al 15%), suscitando le ore dei parlamentari: «Incredibile, dobbiamo sapere le notizie dalla televisione!».