«In Commissione? Un manicomio. Senza fiducia non ce la fanno»

Parla di una serata in commissione «particolarmente caotica» e dice di sé che certo non può esprimere una «grande soddisfazione». «Nessuno di noi può dirlo e – precisa – tutti abbiamo ribadito a fine seduta che questa non è la manovra che avremmo fatto». Ma, all’indomani della maratona in Bilancio per la presentazione degli emendamenti, Marco Marsilio sottolinea comunque che «sì, qualche miglioramento c’è e qualche balordaggine l’abbiamo corretta».

Allora, nel day after, il Pdl quale miglioramento può rivendicare?

L’inserimento di una prima forma di quoziente familiare nella determinazione dell’Isee. Non è stato usata questa espressione, ma il principio è quello. Si trova nell’Imu sulla prima casa, in cui è stata prevista una detrazione di ulteriori 50 euro a figlio fino al quarto figlio. Si tratta di un preciso risultato politico, perché nella ristrettezza abbiamo scelto di concentrare le risorse su chi ha figli e non di spalmarle su tutti, in maniera indiscriminata.

Lei, con Giorgia Meloni e Silvano Moffa, ha fatto una battaglia per il contributo di solidarietà delle pensioni d’oro. Quale risultato avete ottenuto?  

Non quello che volevamo. Il ministro Fornero aveva accettato un contributo al 25% sulle pensioni oltre i 200mila euro, alla fine quel contributo è stato corretto a penna al 15%, dopo che il testo dell’emendamento era già stato scritto. Avevamo preparato un subemendamento e l’avremmo presentato se la commissione non si fosse risolta nel caos più totale.

Va bene, racconti di questo caos.

Il governo ha portato l’emendamento sulle questioni più pesanti, casa e pensioni, con fortissimo ritardo, cosa che ha impedito alla commissione di esaminarlo e fare ulteriori interventi migliorativi. Inoltre non essendoci un governo politico con una definizione chiara dei ruoli di maggioranza e opposizione, gestire le dinamiche è stato particolarmente complesso.

Ma maggioranza e opposizione, per quanto anomale, ci sono.

Formalmente. Poi la realtà è un’altra. Qui non c’è un governo politico con una maggioranza politica. Quando a fine serata ti arriva un emendamento su pensioni e casa, su cui non puoi intervenire, non protesta solo la Lega che formalmente sta all’opposizione. Tra la Lega e il presidente Conte c’è stato un lungo battibecco, il Pd era in difficoltà sulle pensioni, noi avremmo voluto approfondire il tema degli ordini professionali. Ci abbiamo messo mezz’ora prima di venirne a capo e nel frattempo Borghesi, il capogruppo dell’Idv, partito che ha votato la fiducia al governo, era stato espulso dopo essere stato richiamato all’ordine tre volte. È stato un manicomio e i presidenti hanno dovuto mettere in campo tutta la loro esperienza per chiudere la seduta con un senso compiuto.

Raccontata così sembra una di quelle scene non proprio edificanti che si vedono talvolta in aula.

Invece è l’effetto di una situazione critica in cui non c’è un governo politico e, quindi, non c’è una maggioranza politica che possa fare quadrato per chiudere i provvedimenti.

A proposito, Gasparri ha suggerito al governo di mettere la fiducia perché ne vede «l’imperizia». Sottoscrive?

Ovviamente, sì. Se il governo ci tiene a chiudere il decreto con queste caratteristiche, questi saldi e questi provvedimenti non vedo altra soluzione. In questa condizione se in aula si apre la riffa degli emendamenti sui quali, a seconda del tema, si possono realizzare maggioranze trasversali le più occasionali e impensabili, si rischia di non uscirne più. Se mi lasciano la libertà di esprimermi io ho almeno cento questioni da sollevare, se pongono la fiducia al 99% la vado a votare pur reclamando che il decreto è insufficiente, sbagliato e dannoso perché rischia di creare recessione e inflazione.

È vero che il Pdl si è speso soprattutto per la casa e il Pd per le pensioni?

Questa è una semplificazione politica e giornalistica. Anche per noi la mancata indicizzazione delle pensioni più basse è stata una battaglia di primo piano e abbiamo spinto perché ci fosse l’innalzamento del tetto. Lo stesso emendamento sulle pensioni d’oro era una richiesta di maggiore equità in questo campo. È vera un’altra cosa: che, esclusa la questione delle indicizzazioni, noi siamo consapevoli che una riforma delle pensioni era necessaria, dall’accelerazione del passaggio al sistema contributivo all’innalzamento dell’età. Di più, l’avremmo fatta noi sei mesi fa se la Lega non ci avesse ostacolato. In questo modo magari avemmo anche evitato la tempesta finanziaria che si è abbattuta sul nostro Paese. Per la sinistra, invece, è un tabù, una cosa del genere non sarebbe mai potuta passare.

Liberalizzazioni.

Abbiamo difeso il settore dei taxi, in cui se n’era prospettata una selvaggia, e abbiamo evitato che i farmaci di fascia C finissero venduti al supermercato.

Qualcuno potrebbe dire che avete fatto un favore alla lobby dei farmacisti.

Ma io risponderei che l’idea che la circolazione delle medicine faccia bene è sbagliata, semmai è vero il contrario: troppe medicine fanno male. I farmaci non sono solo un prodotto commerciale di cui va favorita la vendita. E poi noi ci siamo attenuti alle osservazioni dell’Agenzia del farmaco.

Evasione ed elusione.

Il testo originale conteneva un’aberrazione, diceva che se l’Agenzia delle entrate ti mandava un modulo e tu sbagliavi a compilarlo andavi sul penale. Qui non si tratta di rendere la vita facile a chi vuole evadere, ma di evitare delle assurdità anche considerato che il nostro fisco riesce a essere piuttosto complesso. Abbiamo ritoccato la norma, dando all’Agenzia delle entrate e al fisco tutti i poteri di cui hanno bisogno per stanare gli evasori ma senza criminalizzare e trasformare questa attività in un’attività persecutoria.

Una questione su cui lei si era molto speso: i consigli municipali.

Un’altra assurdità. Una balordaggine inserita nel capitolo “costi della politica” per strafare e cercare una facile popolarità. In quel campo sono stati fatti un errore dietro l’altro. Prima la previsione di sciogliere per decreto le Province, come se non fossero un organo eletto democraticamente. L’abbiamo corretta prevedendo il nuovo regime dopo la scadenza naturale delle amministrazioni in carica. Poi il taglio dei gettoni ai consiglieri circoscrizionali, come se stessimo parlando di una pro loco o di un dopo lavoro. Abbiamo messo un tetto, tra l’altro non facendo altro che ribadire una norma già fatta dal nostro governo: restano solo nelle città sopra i 250mila abitanti, ma in questo modo abbiamo difeso la dignità di chi sta in quei consigli che sono il primo livello istituzionale nelle grandi metropoli.