Il tam-tam dei disfattisti ha fatto centro: il 2010? Nero

Se, come sosteneva lo scrittore francese Honorè De Balzac, «la felicità materiale riposa sempre sulle cifre», l’ultimo anno vissuto dagli italiani è stato più difficile del previsto. Quell’aforisma, infatti, sembra ricalcare la fotografia diffusa ieri dall’Istat con il consueto annuario statistico, una massa di cifre in negativo che – a dirla appunto come il maestro del romanzo realistico ottocentesco – non offrono spiragli ad alcun tipo di felicità, né materiale né spirituale. Una fotografia in bianco e nero con famiglie in sofferenza, disoccupati in aumento, carceri che scoppiano e buste paga sempre più leggere. Il 2010 degli italiani, che emerge dal consueto “Annuario”, è stato vissuto a braccetto con la crisi interna e internazionale, la popolazione che invecchia, il traffico, lo smog e i rifiuti in aumento. Ne deriva un quadro preoccupante, un po’ da trincea, dove l’italiano medio soffre, si rinchiude, non spende, manco fuori ci fosse l’apocalisse. Frutto della crisi economica internazionale, dei bombardamenti di spread e Borsa, del disfattismo distribuito a piene mani dalla sinistra con l’aiuto dei giornali “amici”.

Palazzo Chigi in pole
Per gli investimenti c’è poco spazio. I lavoratori tirano la cinghia, ma c’è anche chi trova il modo di “ingrassare”. In prima fila ci sono i travet della presidenza del consiglio le cui retribuzioni, tra il 2009 e il 2010, sono cresciute del 15,2 per cento staccando tutte le altre categorie sia del pubblico che del privato. Uno scandalo nello scandalo perché, praticamente da sempre, i dipendenti della presidenza del consiglio (53.000 euro medi all’anno), del Quirinale, della Corte costituzionale e di Camera e Senato sono anche i meglio retribuiti. Tra l’incremento delle buste paga di chi ha la fortuna di lavorare a Palazzo Chigi e il rialzo medio a livello nazionale passa un abisso: dal 15,2 al 2,1 per cento. Una differenza forte originata dal fatto che alle spalle del personale della presidenza del consiglio c’è praticamente il vuoto. Per portuali e impiegati delle telecomunicazioni, tanto per fare un esempio, gli aumenti salariali non hanno superato  il 4 per cento. E così anche per gli addetti alla ricerca. Sotto lo zero per cento reale stanno le retribuzioni dei dipendenti delle agenzie fiscali, dei monopoli (cresciuti dello 0,7 per cento), delle Forze dell’Ordine (+0,9 per cento), della Pubblica istruzione (+0,6). Mentre i Vigili del fuoco non sono andati al di là dello 0,4 per cento. In mezzo, tra il privilegio di lavorare a Palazzo Chigi e la “sfortuna” di guadagnarsi la vista spegnendo gli incendi, c’è il personale dei servizi di terra degli aeroporti, che ha visto gli stipendi crescere del 5,2 per cento, seguito dai giornalisti, per i quali l’incremento è stato del 4,7 per cento. Cifre molto crude che aiutano a capire il perché delle difficoltà a tradurre in fatti concreti l’appello del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che invita a coniugare la solidarietà con la necessità che anche i meno abbienti facciano sacrifici. In molti casi, però, non basta la cruda percentuale a definire l’incremento della busta paga. Spiega Franco Siddi, segretario nazionale della Fnsi, che nel caso dei giornalisti l’aumento del 4,7 per cento si è registrato dopo che le retribuzioni contrattuali della categoria erano rimaste ferme per sei anni. L’Istat, dunque, fotografa una situazione, ma lo fa senza raccontare un contesto particolare fatto di una contrapposizione tra editori e giornalisti che ha portato a ripetuti scioperi e al blocco delle buste paga. Perciò, rileva Siddi,  «tra la rappresentazione virtuale dei dati e la realtà dei fatti c’è la vita vissuta». Un fatto incontestabile, anche perché all’interno della categoria ci sono sicuramente nicchie di privilegi, ma c’è anche la gran parte dei giornalisti che vive di retribuzioni al minimo contrattuale e ci sono giovani che sono costretti a fare i conti con contratti a termine rinnovati di tre mesi in tre mesi.

Crescono i disoccupati
L’Italia della crisi, fotografata dall’annuario Istat, si compone anche di 2.102.000 persone in cerca di occupazione, di cui 834.000, vale a dire ben 4 disoccupati su 10, sotto i 30 anni, mentre il tasso di occupazione scende dal 57,5 del 2009 al 56,9 del 2010  (ma per le donne si ferma al 46,1 per cento): crescono disoccupati e inattivi. E questo avviene per il terzo anno consecutivo. 561.944 i nati nel corso dell’anno (ai minimi dal 2006), consumi al palo e città strette nella morsa del traffico e dello smog.
La crisi si sente anche attorno al focolare. Nel 2010 la spesa delle famiglie italiane è aumentata di appena 11 euro rispetto al 2009 raggiungendo i 2.453 euro medi al mese (+0,5 per cento). Consumi al palo, quindi, nel momento in cui la necessità di fare crescita renderebbe auspicabile una maggiore propensione alla spesa. Ma se il reddito disponibile non aumenta è difficile che gli acquisti crescano, soprattutto se alle difficoltà economiche si sommano la paura del futuro, le incognite legate ad una congiuntura europea che non promette nulla di buono, e un battage dei media e del centrosinistra che hanno portato gli italiani a rinchiudersi in se stessi per paura di quello che si andava profilando all’orizzonte. Silvio Berlusconi era diventato il male assoluto e la causa di tutti i problemi. Con lui al governo – ripetevano Bersani, Casini, i sindacati e molti organi di stampa – non può succedere nulla di buono. E chi ci credeva si comportava di conseguenza, rimandando l’ottimismo a tempi migliori, evitando di contrarre prestiti e le spese più impegnative.

La famiglia tira la cinghia

Gli italiani mangiano meno (467 euro al mese contro i 475 del 2008), visitano di più i musei (ma molti ingressi sono gratuiti) e spendono per gli spettacoli, ma comprano sicuramente meno libri. Nelle Asl crescono i tempi d’attesa. File interminabili agli sportelli e problemi di accesso al pronto soccorso sono la spia della difficoltà della gente a  godere dei servizi di pubblica utilità. L’assistenza del pronto soccorso si segnala come la più difficile da ottenere, seguono le forze dell’ordine, gli uffici comunali, i supermercati e gli uffici postali. Trend positivo per i reati consumati sul territorio nazionale. Nel 2009 sono stati denunciati 2.629.831 delitti, il 3 per cento in meno rispetto al 2008. Rilevante – spiega l’Istat – è il calo delle rapine, dei sequestri di persona e degli omicidi. Crescono, invece, le denunce per usura e, in maniera lieve, le violenze sessuali. Ma diminuiscono i protesti. Un fenomeno, quest’ultimo, in evoluzione opposta rispetto a quella attesa nel momento in cui la crisi si è fatta più stringente, le difficoltà economiche sono aumentati e gli operatori del commercio hanno dovuto fare i conti con la difficoltà della gente a spendere.
Anche per la scolarità l’evoluzione è nel segno della contrazione. Se per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria di primo grado il tasso di scolarità si attesta da qualche anno attorno al 100 per cento, la scuola secondaria di secondo grado subisce una modesta flessione, dal 92,7 del 2008/2009 al 92,3 del 2009/2010.