Il signor Rossi è nei guai, la sinistra guarda e passa…

Il vecchio slogan degli anni Settanta “aumenta il pane, aumenta la benzina…” viene rispolverato e – vista la nuova composizione della squadra di governo – “tecnicamente” reso più attuale. Con un silenzio sospetto, quello dei disfattisti di professione, che nella stagione berlusconiana agitavano l’arma del tanto peggio tanto meglio. Ora restano zitti, fingono di non accorgersi di ciò che la gente dice al bar o sul tram, forse perché la gente comune fa meno rumore (e meno paura) dei vecchi cortei dei metalmeccanici. La situazione degli italiani, però, si è complicata nel giro di poche ore e bisogna tenerne conto: alle conseguenze della crisi, infatti, si è aggiunta la mazzata delle nuove tasse. I prezzi accelerano, i salari rimangono al palo, il reddito disponibile dei lavoratori diminuisce e i consumi retrocedono in “b”. Nessuno stupore, quindi, se l’economia produttiva innesca la retromarcia e fa intravedere lo spettro della recessione e le conseguenti ricadute in materia di occupazione. Un quadro nero che costituisce un richiamo forte per governo e parti sociali alla vigilia della riforma fiscale e di un necessario ripensamento della tassazione delle buste paga che, al lordo, rappresentano un costo importante per le imprese, mentre al netto risultano assolutamente insufficienti per consentire ai lavoratori un’esistenza libera e dignitosa.

Emergenza salari

L’Istat dà i numeri ed emerge che a novembre le retribuzioni dei lavoratori sono rimaste praticamente ferme rispetto a ottobre. Su base annua, invece, sono cresciute dell’1,5 per cento. Un dato, quest’ultimo, che rappresenta la crescita tendenziale più bassa dall’ottobre del 2010, ovvero da oltre un anno, quando si registrò lo stesso dato che risulta essere il valore minimo da marzo del 1999. Le buste paga aumentano in misura assolutamente insufficiente, l’inflazione rialza la testa e, sempre a novembre, ha raggiunto il 3,3 per cento su base annua. Ne consegue una differenza di 1,8 punti, che rappresenta anche la perdita del potere d’acquisto di salari e stipendi nell’arco degli ultimi dodici mesi. Il divario più alto dal 1997, che aggiorna il precedente record. A penalizzare le retribuzioni dei lavoratori, però, non c’è soltanto questo. Anche le lunghe attese per il rinnovo dei contratti pesano. A novembre risultavano in attesa di rinnovo trenta accordi contrattuali, di cui sedici appartenenti alla pubblica amministrazione, relativi a 4,1 milioni di dipendenti (circa 3 milioni nel pubblico impiego). In tanti, il 31,4 per cento del totale, i cui rinnovi sono avvenuti a novembre 2011 dopo un’attesa di 23,9 mesi, mentre solo un anno prima i mesi erano solo 13,4. È evidente che in una situazione di questo tipo il rilancio e la crescita minacciano si essere una vana speranza. Proprio per  questo la Cisl chiede al governo di muoversi per realizzare «una politica dei redditi che sostenga efficacemente la domanda interna e consenta ai salari e alle pensioni di mantenere il loro potere d’acquisto». Anche perché, dopo la manovra, il cuneo fiscale tra salari lordi e netti, invece di diminuire è aumentato.

Crolla il clima di fiducia
Con l’euro in crisi, lo spread alle stelle egli oneri della manovra Monti ce stanno per scaricarsi sui cittadini italiani non c’è da stupirsi se a livello di consumi prevale il pessimismo. L’Istat rileva il clima di fiducia  dei consumatori e fa sapere che a dicembre è passato da 96,1 a 91,6. Il peggioramento è diffuso a tutte le componenti ed è particolarmente marcato per il clima economico generale, con il relativo indice che passa da 83,1 a 77,2. Calano, in particolare, i saldi relativi alle valutazioni prospettiche sul risparmio (da meno 72 a meno 85) e sulla convenienza all’acquisto di beni durevoli (da meno 87 a meno 99). Peggiorano anche le aspettative di disoccupazione  (il saldo passa da 80 a 86) e quelle generali dell’economia italiana (da meno 46 a meno 55). Ad essere pessimista è l’insieme dei consumatori, ma il peggioramento della fiducia è particolarmente marcato soprattutto nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno. L’affermazione di Mario Monti al Senato, secondo il quale la “fase 2”, cioè quella della crescita, è già iniziata con la manovra da 34,9 miliardi, non trova conferma nei fatti. In tutte le zone del Paese non sono i ricchi a piangere, ma sono le fasce medio basse della popolazione ad avere paura del futuro e a tirare la cinghia.

Ripartire dal fisco

L’opportunità per il governo è quella di ripartire dal fisco. Dopo la riforma delle pensioni, infatti, sul tavolo c’è il mercato del lavoro, ma non si può parlare di flessibilità  in entrata e in uscita senza fare un discorso concreto anche sui salari che in questo Paese continuano a essere troppo bassi. Dalle schermaglie di questi giorni sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si capisce però che i sindacati non sono ancora ideologicamente disponibili ad affrontare questo tema. Il ministro del Welfare, Elsa Fornero, a questo punto, sembrerebbe aver fatto marcia indietro, ma è chiaro che, alla fine, la quadratura del cerchio non può che avvenire attorno all’articolo 18 che, su sollecitazioni della Ue, si punta a rendere più flessibile per estendere a tutti il contratto a tempo indeterminato. Il discorso da fare con i sindacati e imprenditori deve essere a 360 gradi: da una parte la disponibilità a modificare l’inamovibilità dal posto di lavoro, dall’altra riconoscimenti concreti in materia di salario, legati a un fisco più equo. L’opportunità viene fornita dalla delega in materia di riforma fiscale, soprattutto adesso che il governo Monti, con la manovra appena approvata, ha scongiurato il taglio lineare agli “sconti fiscali”, sostituendolo con un aumento dell’Iva. Il cantiere si apre quindi su un terreno praticamente vergine. Ci sono circa 476, tra detrazioni e deduzioni, che valgono circa 160 miliardi l’anno e che vanno comunque disboscate recuperando risorse. Non ha senso, infatti, garantire la detrazione s chi ha portato il proprio gatto dal veterinario e poi tartassare il salario di un metalmeccanico o di un lavoratore tessile in maniera iniqua. Alcune novità sono già arrivate  con la manovra che ha praticamente riscritto l’Isee, cioè l’indicatore delle situazione economica che consente ai cittadini di accedere, a condizioni agevolate, alle prestazioni sociali e ai servizi di pubblica utilità. Ma è a monte che si può fare dell’altro lavoro, bonificando la selva delle detrazioni e agendo in modo che tengano conto dei carichi familiari fino ad arrivare, in prospettiva, allo splitting. Così si mettono le premesse per affrontare il problema delle nascite che da noi sono troppo poche: allevare un bambino costa e dallo Stato non arriva praticamente nessun aiuto in termini di servizi e di sgravi.