Il Pdl: basta tasse, Monti ci consulti

La ricreazione è finita. «Monti deve discutere i provvedimenti prima con noi», e ancora «Basta tasse o si torna al voto»: parola di Silvio Berlusconi davanti ai senatori riuniti l’altra sera a cena per gli auguri di Natale e a Milano con i giornalisti assiepati davanti al Tribunale per il processo Mills. Non è stato un altolà ufficiale (nell’incontro con Monti è stato più soft) ma la richiesta di un cambio di passo per proseguire la navigazione del governo Monti. «Abbiamo detto in maniera chiara a Monti che siccome siamo il principale partito i provvedimenti devono essere discussi prima con noi, come succede tra il principale partito e il governo solitamente». Anche ai suoi il Cavaliere ha fatto capire che è «la prima e l’ultima volta» che si vota una manovra (indigesta, anche se addolcita in calcio d’angolo) in queste condizioni. Nessuna fiducia a scatola chiusa,  insomma, l’agenda di governo va concordata con le forze politiche, a partire da chi ha ancora la maggioranza parlamentare. Il via libera di ieri al Senato alle misure anticrisi è stata una strada bbligata – insiste Berlusconi –  «abbiamo scelto il male minore, nonostante non fossimo d’accordo su molte parti».
Un’accelerazione confermata ieri da Maurizio Gasparri con la richiesta di incontri bilaterali con il premier per concordare l’agenda dei provvedimenti prima che approdino in aula. Sul fronte opposto il Pd non si muove di un centrimetro dal no alla modifica dell’articolo 18, la questione è fuori discussione – manda a dire  Bersani al presidente del Consiglio – altrimenti sono dolori. In queste cresce il pressing su Monti da parte dei due maggiori partiti e tutto lascia presagire che a gennaio sarà costretto a cambiare musica. Se il leader del Pd non intende farsi processare da metà partito e dalla Cgil sull’articolo 18, il Pdl ribadisce le condizioni di appoggio all’esecutivo nel metodo e nel merito recuperando la centralità del Parlamento. A Palazzo Madama Gasparri è stato molto esplicito, con un intervento diretto, molto applaudito nei passaggi in cui si rivendica la priorità della politica e la necessità di tenere fuori dall’agenda tecnica le riforme. Riassetto costituzionale, presidenzialismo («lo abbiamo di fatto, ora costruiamone uno di diritto») e riscritutra della legge elettorale non competono al governo tecnico.
Gasparri, che questa mattina incontrerà a Palazzo Chigi Monti insieme con Angelino Alfano, spiega il senso delle prossime mosse, «noi siamo per il metodo dei colloqui bilaterali. Siamo contro le riunioni di tutti». Per il confronto tra i partiti, aggiunge, «non c’è bisogno di sotterffuggi, c’è il Parlamento e ci sono le commissioni per fare i dibattiti».
Il “consulto” con il capo del governo è stata una sua iniziativa accolta da Palazzo Chigi. «L’ho deciso contattando Alfano e Cicchitto, perché ritengo che questo debba essere il metodo: più che gli incontri collegiali di tutti, credo che le consultazioni bilaterali consentano al governo di avere consapevolezza delle posizioni dei gruppi parlamentari dei vari partiti, perché la nostra fiducia si collega, lo dico in termini positivi, a ciò che insieme si andrà definendo».
Quanto ai temi più politici, precisa Gasparri, «mi riferisco alle riforme costituzionali, a quelle elettorali e del Parlamento, il confronto avverrà in Parlamento tra i gruppi parlamentari. Si tratta, infatti, di tematiche che non riguardano il governo. Lo ripeto, se ci sarà confronto su questi temi, il confronto sarà tra le forze politiche parlamentari». La squadra di governo è avvisata: il recinto è limitato ai provvedimenti per superare la crisi, il resto è compito del Parlamento e delle rappresentanze politiche.
Fabrizio Cicchitto rinforza il concetto: «Se non c’è una cabina di regia, la via d’uscita sono gli incontri bilaterali con il governo. Abbiamo votato il decreto “salva-Italia” in una situazione di emergenza, ma da oggi in poi non voteremo più a scatola chiusa, e se c’è un provvedimento che non ci convince ci terremo le mani libere».
Chiamatelo scatto di orgoglio, ma la strategia è chiara: quello che i cronisti maliziosi chiamano il “doppio passo” di Berlusconi non prevede limiti temporali al governo Monti ma non esclude un ritorno alle urne. Due le possibili condizioni. La prima, che si riesca a fare un accordo con l’Udc e in questo caso il centrodestra “allargato” vincerebbe sicuramente. La seconda, “andare da soli” se il governo continuasse a testa bassa con questa imposizione fiscale, mentre la sinistra e i sindacati continueranno sulla linea dello scontro.