I ricchi hanno pianto con il Cav, la sinistra ha finto di non capirlo

Cifre alla mano, i ricchi hanno cominciato a piangere con Berlusconi. La sinistra si metta l’anima in pace, l’unico governo – prima di Monti – che non ha messo le mani nei portafogli del ceto medio e dei meno abbienti è stato quello di centrodestra, perché le “risorse” le ha cercate altrove, dove c’era chi poteva permettersi di pagare. Tra contributi di solidarietà e altre misure, sono stati chiamati a contribuire i super manager, chi aveva pensioni a cifre alte e – per usare un termine caro ai “compagni” – i padroni. Non a caso, contro Berlusconi sono insorti alcuni grossi industriali e i poteri forti. Ora la situazione è cambiata, dal “meno tasse per tutti” si è passati all’opzione opposta. Ed è stato lo stesso Berlusconi a dare l’altolà: le tasse sono già eccessive e non si può continuare ad aumentarle. «Se il governo dovesse insiste sul fisco – ha aggiunto – si va alle urne». Una vera e propria presa di distanza da una manovra economica ha portato la pressione fiscale a oltre il 45 per cento. Della stangata dei “tecnici” le famiglie pagano già le conseguenze, tanto che gli acquisti natalizi ne sono profondamente condizionati. Il tutto avviene quando le buste paga sono in difficoltà, dopo anni di vacche magre.

Salari al palo
L’Italia ha un grande problema di competitività: il costo del lavoro è alto, ma i salari sono tra i più bassi d’Europa. Un problema originato da un fisco famelico che fa la parte del leone e che ha fatto si che negli ultimi 15 anni le retribuzioni dei lavoratori italiani abbiano perso terreno rispetto a quelle dei colleghi degli altri Paesi. Elsa Fornero, ministro del Welfare, sembra essersene accorta. Infatti, non più tardi di alcuni giorni fa, ha concordato con il segretario generale della Cisl che è necessario mettere mano ai salari. Ma intanto, con le ricadute della manovra Monti si sta ottenendo l’effetto inverso. Considerando i valori netti il nostro Paese si colloca al ventiduesimo posto su 34, con 19.350 euro: mille euro in meno della media Ocse e quasi quattromila al di sotto della media Ue a quindici. La stessa organizzazione dei Paesi più industrializzati prova a trarre qualche conclusione e rileva che l’Italia, per imposizione fiscale (tasse e tributi) sugli stipendi, si colloca  al quinto posto su 34, con un prelievo del 46,9 per cento misurato sulla retribuzione media di un lavoratore single senza figli. Peggio di noi fanno solo il Belgio, la Francia, la Germania e l’Austria. E se dal lavoratore single passiamo a quello ammogliato la situazione è anche peggiore, perché da noi non c’è nessuna parvenza di quoziente familiare che altri, come la Francia, hanno. E le cose vanno di male in peggio: negli ultimi dieci anni si è fatto un gran parlare ma alla fine i miglioramenti non ci sono stati. Anzi, si è andati nella direzione opposta a causa della bassa produttività e dell’operare del fiscal-drag.

Natale austero
Stante questo stato di cose nessuno si sorprende se i consumi non tirano e il Natale di quest’anno si presenta particolarmente austero. Tra novembre e dicembre, secondo una ricerca del Cermes, il Centro di ricerca su marketing e servizi dell’Università Bocconi, gli italiani hanno speso in media 589 euro in regali, con una riduzione dell’8,1 per cento rispetto ai 641 del natale 2010. Come siano andate veramente le cose lo si capisce guardando alle percentuali: il 44 per cento degli italiani ha ridotto le spese per i regali agli altri, mentre il 54 per cento ha tagliato quelli a se stessi. E le difficoltà legate ai consumi si ripercuotono sulle vendite al dettaglio. La Confcommercio rileva che per questo Natale gli acquisti riguardano soprattutto i prodotti alimentari (71,2 per cento) dopo che solo a Roma, nell’ultimo anno, hanno chiuso circa 5.000 imprese. Uno stato di difficoltà fotografato anche dalle vendite al dettaglio dei primi dieci mesi dell’anno: rispetto allo stesso periodo del 2010, hanno registrato un calo dello 0,8%, con il comparto alimentare in lieve aumento e quello dei prodotti non alimentari in diminuzione. C’è la tendenza, rileva la Federdistribuzione, a rinviare gli acquisti.

Fisco pigliatutto
«Il governo deve fare una riforma fiscale  – commenta Luigi Angeletti, segretario generale della Ul –  questa è l’unica spinta allo sviluppo del Paese. Bisogna ridurre le tasse su lavoro e pensioni. Questo è necessario perché se non aumentiamo un po’ i consumi il prossimo anno avremo una crescita dei disoccupati». È sul fisco, insomma, che appare destianata a giocarsi una gran parte della partita che si apre con il dopo-manovra. Il governo dei tecnici, trovandosi di fronte alla necessità di far quadrare i conti, ha azionato più la leva delle entrate fiscali che quella dei tagli. Lo slogan della vigilia è stato all’insegna dell’equità. Anche i ricchi, si è detto, devono pagare. Poi, alla fine, si sono messe in cantiere delle imposte a carico dei redditi medio-bassi. I ricchi, comunque, non piangono solo per la manovra Monti. Anche quelle di questa estate, varate dal duo Berlusconi-Tremonti, qualche segnale nel senso di una maggiore equità lo hanno dato, anche se opposizioni e grande stampa hanno fatto finta di non accorgersene. In un Paese come l’Italia, dove il 10 per cento della popolazione detiene il 50 per cento della ricchezza, è evidente che c’era bisogno di qualche cosa di più. «Ma non è vero – fa notare Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, che con l’ufficio studi degli artigiani ha calcolato gli effetti economici delle ultime tre manovre correttive sulle tasche di tre tipologie di super-ricchi – che le ultime tre manovre (una di Monti e due di Berlusconi) «non colpiranno i più facoltosi». Gli artigiani di Mestre prendono in considerazione il reddito di un manager d’azienda con 550mila euro di reddito l’anno, un dirigente con un reddito di 350mila e un pensionato con 220mila euro: pagheranno imposte di tutto rispetto. Come? Con la patrimoniale che grava sul loro dossier titoli, con il contributo di solidarietà introdotto da Berlusconi, con l’Imu che interesserà le loro abitazioni e la tassa sul lusso che colpirà le auto di grossa cilindrata. Nel primo caso la tassazione aggiuntiva sarà quest’anno di quasi 8.500 euro, per oscillare nei prossimi tre anni tra i 16 e i 21.300 euro. E non va meglio  nemmeno per il superpensionato. Per lui, se si considera  anche l’ulteriore  contributo di solidarietà introdotto dalla manovra Monti al di sopra dei 200mila euro (aliquota del 15%) le maggiori tasse da versare ammonteranno a quattromila euro per l’anno in corso e tra i 10.700 e i 12.300 per ciascuno dei prossimi anni. Con Berlusconi al governo, dunque, si può dire che i ricchi hanno versato più di una lacrima.