Gli antifascisti di professione: a volte (purtroppo) ritornano

A volte ritornano, sotto forma di farsa. Nelle ultime settimane, in coincidenza del battesimo del governo Monti, è tornato di gran moda un sport molto diffuso qualche anno fa: l’antifascismo militante, “sinceramente” democratico, laico e pluralista, che fiuta il pericolo ed è pronto a dare battaglia (pacifica, s’intende) a chiunque «minacci» la democrazia e la convivenza civile.
Se il pericolo non c’è, lo si inventa nottetempo, lo si confeziona a tavolino con l’aiuto dei social network e di qualche giornalista amico e lo si sbatte in prima pagina invocando la mobilitazione di piazza o, almeno, lo sdegno dei politici contro i presunti rigurgiti fascisti. Che, udite udite, si anniderebbero pericolosamente dietro uno squilibrato che uccide due senegalesi e poi si suicida, dietro quattro bulletti di periferia che giocano a fare i razzisti, dietro un gruppetto di mitomani svitati che, per un briciolo di notorietà, firmano sulla rete improbabili “black list” contro i fiancheggiatori degli immigrati. Ma il pericolo si nasconderebbe persino dietro la pacifica richiesta di un referendum popolare per restituire alla città di Latina il nome originario di Littoria. Un appello naif, forse, ma talmente innocuo da essere stato corredato da una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
L’idea è del comitato “Mi chiamo Latina”, apartitico e apolitico, presieduto dall’ex ufficiale dell’aeronautica Euro Rossi, ottima persona dal profilo immacolato, che propone il recupero, anche nella nomenklatura, della storia della città fondata dal fascismo a tempo di record nel 1932 (la prima pietra fu posta il 29 giugno). Con la caduta di Mussolini, il 9 aprile 1945 venne decretato il cambio del nome, un colpo di bianchetto per cancellare gli “errori” della storia. «Allora decisero in pochi – ricorda Euro Rossi a chi lo incalza – oggi vogliamo che sia la maggioranza a scegliere, che i cittadini possano esprimersi rispetto a quella imposizione che ancora oggi rappresenta una ferita aperta». Che cosa c’è di più democratico e trasparente di una consultazione popolare? Dov’è il pericolo neofascista?
«Abbiamo vie e piazze dedicate a re, imperatori romani, e politici molto discutibili, cartelli bilingui, nomi celti o ladini, ma non possiamo lasciare il suo nome a una città fondata in un momento storico particolare… siamo ridicoli, siamo italiani!», è lo sfogo di Truck su facebook mentre Rivelino posta: «Ci si appella sempre alla libertà di scelta, di credo, di religione, vestirsi come ci pare. Ma quando si tratta di far decidere ai cittadini di Latina perché non vale?». Sempre sul web da ieri è una corsa a stracciarsi le vesti contro il pericolo nero. Per la serie “si comincia con il nome e poi si finisce con l’olio di ricino…”.
«Abbiamo sbagliato nel ’45 e forse sbaglieremmo oggi», dice il sindaco Giovanni Di Giorgi, per nulla preoccupato dalle polemiche degli indignados di turno. «Invece mi darò da fare per chiudere il nuovo regolamento della Commissione toponomastica, che conta 80 componenti e non riesce neanche a riunirsi, per procedere all’intitolazione di nuove strade». E la controversa piazza Giorgio Almirante? «La faremo – dice il sindaco pontino – la faremo».
«Dicono di non essere animati da particolari nostalgie, e che Littoria, in fondo, sia un nome come un altro», si legge sul Corriere on line che non si fa pregare per  gridare all’untore, «sarà, ma nella città emblema del fascismo, proporre di tornare al nome originario è un fatto che crea divisioni, imbarazzo e qualche polemica. Dopo il flop del “fasciocomunismo”, il fallimento della proposta di aggiungere un semplice “già Littoria” alla segnaletica d’ingresso, la finta intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante, la città si regala un nuovo capitolo nella sua giovane storia». Il Corrierone, che ieri ha dedicato un’apertura preoccupata alla notizia della «lista nera neonazista» collegandola addirittura al Ku Klux Klan, non si fa sfuggire l’occasione. Il grido di dolore contro il fascismo è un evergreen, un riflesso pavloviano che riemerge come un fiume carsico, tanto più in queste ore di depressione e disagio sociale, per confondere le acque e non disturbare il manovratore. Gli errori e le sviste disseminate qua e là non sono distrazioni: il capoluogo pontino strappato alle paludi dell’Agro Pontino viene ridotto a “emblema” del fascismo mentre vengono tirati in ballo distrattamente l’esperimento (peraltro fallito) del fasciocomunismo ispirato ad Antonio Pennacchi e la “finta” piazza Giorgio Almirante. Monti e la sua giunta ringraziano, gongolanti che la protesta si scaldi contro Littoria piuttosto che contro la manovra lacrime e sangue. Per il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, dietro qualche blogger anonimo si nasconde il sintomo di «un brodo di coltura che non si riesce sempre a isolare». E che va monitorato per non abbassare la guardia.