Giakarta riparte dopo lo tsunami di sette anni fa

Esattamente sette anni fa una vasta area dell’Oceano indiano veniva colpita da una delle catastrofi più gravi dell’epoca moderna, passato alla storia con il nome di tsunami (maremoto). Il maremoto e il conseguente terremoto devastarono Indonesia, Thailandia, Birmania, India, Sri Lanka, Maldive, giungendo a flagellare persino le coste della Somalia e del Kenya, a migliaia di chilometri dall’epicentro del sisma. La magnitudo è stata recentemente stabilita in 9,1, seconda solo a quella del terremoto del Cile del 1960 che causò centinaia di migliaia di vittime. Non si è mai saputo quante vittime ci furono nel 2004, ma sembra che siano state dalle 150mila ai 400mila.
Ma prima di raccontare la notizia “positiva” rispetto a questo evento, raccontiamo una specie di storia di Natale di questi giorni. Sembra proprio una favola da dire ai bambini sotto l’albero la storia di Mary Yuranda, una ragazzina indonesiana data per dispersa nello tsunami e che, a 7 anni esatti di distanza, ha finalmente potuto riabbracciare la sua famiglia che la credeva morta. Una storia dai dettagli un po’ confusi a seconda delle fonti di stampa che la riportano, che però in comune hanno tutte il lieto fine. La piccola Mary aveva sette anni (secondo l’Afp, dieci secondo l’agenzia giapponese Kyodo) quando la furia dell’acqua invase le strade di Meulaboh, sull’isola di Sumatra, la più colpita dallo tsunami con 180 mila morti. La bimba stava passeggiando con la madre Yusnidar e una sorella più grande, e furono travolte dal mare impazzito. Di entrambe le bimbe si persero immediatamente le tracce, ma Mary fu – forse – più fortunata: si salvò dalle onde e fu presa in custodia da una donna che però poi la costrinse a mendicare per le strade della capitale della regione, Banda Aceh. Solo pochi giorni fa la ragazza, oggi – forse – 14enne, è riuscita a liberarsi dai suoi aguzzini, raggiungendo in bus il suo villaggio natale. Gli abitanti, che l’hanno vista vagare per le strade, l’hanno condotta nell’ufficio del capo villaggio. Mary ha detto che cercava la sua famiglia, ma non ricordava altro che il nome del nonno, Ibrahim. La notizia di una ragazzina che cercava i suoi cari è arrivata alle orecchie dell’uomo che si è precipitato a verificare chi fosse la piccola perduta. I genitori l’hanno riconosciuta da alcune voglie su un fianco e sul collo e da una cicatrice sulla tempia. Da quando è tornata a casa, Yuranda parla poco, ma sono le lacrime di gioia di mamma Yusnidar e papà Tarmiyus a esprimere l’emozione più forte, quella di aver ritrovato una figlia, creduta morta per sette lunghi anni.
Ma la notizia di questi giorni è che l’Indonesia, il Paese più colpito sette anni fa, è considerato oggi dalle agenzie di rating internazionali come uno dei più “appetibili” dove investire. Il perché è piuttosto chiaro: quando è stato tutto raso al suolo, si ricostruisce; e dove c’è ricostruzione, lavori pubblici, c’è crescita economica. E dove c’è crescita economica, c’è sviluppo. In più, in Indonesia, il più grande Paese musulmano del pianeta, circa 250 milioni di abitanti, vi sono più giovani che vecchi, e per l’economia questo è un altro volano di sviluppo, perché i giovani non solo producono e lavorano, ma hanno anche più entusiasmo, sono più elastici mentalmente e soprattutto cercano e capiscono le nuove tecnologie. Infatti tutti i Paesi cosiddetti emergenti sono perlopiù abitati da giovani.
Un’altra area dove probabilmente nel prossimo futuro le agenzie di rating appunteranno le loro attenzioni come posti dove investire dal promettente futuro, saranno le nazioni protagoniste della cosiddetta Primavera araba, dove lo tsunami non è stato fisico, ma politico; e dove concorre anche l’altra delle ragioni propedeutiche allo sviluppo, la presenza di giovani generazioni. Infatti, quando un Paese azzera il suo passato, riesce a liberarsi delle gerarchie e delle impalcature amminstrative e burocratiche sclerottizzate, in qualche modo riparte dal principio, è una tabula rasa, scommette sul proprio futuro: quindi Egitto, quindi Libia, quindi Tunisia, quindi – forse – anche la Siria tra qualche tempo. Senza contare le risorse naturali che molti di questi Paesi riserbano nel loro sottosuolo.
Cosa vogliamo dire con questi ragionamenti? Che la “vecchia” Europa, abituata da qualche generazione a un livello di benessere altissimo, non ha in questo momento in sé le forze per costruire nuovo sviluppo, perché oltre un certo limite non si può ascendere. E allora? Ci vuole uno tsunami, un terremoto, una rivoluzione cruenta per poi ripartire? Ma no, nulla di così tragico, semplicemente non è detto che la famosa e ipercitata «crisi» di cui sentiamo parlare non possa diventare davvero un toccasana per le nostre disastrate – e sclerotiche, ora ci vuole – economie post industriali. Sì, avremmo bisogno della crisi, di recedere un po’ per poi ripartire. E quale può essere lo tsunami di casa nostra, il piccolo terremoto de’ noantri se non Mario Monti? Forse non sono queste le sue intenzioni, ma può darsi che inconsciamente riduca il nostro benessere, ci faccia recedere un po’ a quando stavamo peggio, ci dia l’identità perduta che ci consenta di ripartire con entusiasmo  e con più serietà. Per fare dell’Italia un posto, sempre con pochi giovani, però nel quale i giovani possano lavorare, avere idee, sviluppare la loro creatività e portarci fuori dallo tsunami nel quale Monti inconsapevolmente ci sta gettando. Speriamo ci si limiti a una specie di default controllato. D’altra parte alternativa non c’è. Forse.