Forse è il caso di prepararsi alle urne

Ieri alla Camera, durante il voto di fiducia sulla manovra, la sfiducia era palpabile. Fuori dal desolato Palazzo d’Inverno, svuotato di legittimità e di senso, assediato dai sanculotti aizzati da Stella e Rizzo, la sfiducia è altrettanto pesante e cresce di giorno in giorno. Anche i due organi di partito del governo tecnico – Repubblica e Corriere – hanno dismesso i toni agiografici e da veline del Minculpop. Persino per loro, è già finito il tempo del “va tutto bene Madama la Marchesa”. Il giornale di De Benedetti accusa il governo di aver ceduto alle pressioni delle lobby sulle liberalizzazioni. Tutti gli altri – seppur sommessamente – sottolineano che le deroghe ai tagli dei superstipendi di alti funzionari della Pa e superboiardi – alcuni dei quali sono stati cooptati nel governo – non è proprio in linea con gli appelli alla disponibilità al sacrificio che ieri Napolitano rivolgeva anche «ai ceti meno abbienti». Al voto di ieri c’erano più di trenta assenze bipartisan e quattro “astensioni”, oltre ai voti contrari previsti. Bersani ha dovuto fare opera di persuasione con molti dei suoi. La maggioranza trasversale dà segni di stanchezza. Passera annuncia – sotto pressione dei giornali che fanno opinione pubblicata – che a gennaio il governo smentirà la propria stessa manovra con rettifiche sulle liberalizzazioni. Un governo tecnico che fa scelte in base ai sondaggi d’opinione è un’anomalia nell’anomalia. Diciotto mesi di improvvisazione dove porteranno l’Italia?