Donne, non è più tempo dell’anacronistico “spezzatino sociale”

A dieci mesi di distanza dal 13 febbraio le donne del movimento “Se non ora quando” sono scese di nuovo in piazza ma questa volta nessuno se n’è accorto. Un sostanziale flop. Hanno raggiunto a malapena le 100mila presenze fra tutte le piazze italiane dove domenica erano stati organizzati i cortei coordinati dal movimento. E non sorprende affatto che le “altre” donne non le abbiano seguite. Non sfugge l’anacronismo di un rivendicazionismo settoriale in un momento di forte tensione sociale per i rigori di una manovra economica dura per tutti. In un momento in cui uomini e donne, giovani e anziani, lavoratori di ogni ordine e grado sono smarriti di fronte a una cura dimagrante di cui non si intravedono ancora futuri benefici, sentire declinare la crisi economica per categorie e  per “generi” è, fuori tempo, fuori dalla storia, oltreché insopportabile.

Ritorno al passato
A leggere e ad ascoltare gli slogan visti qua e là nelle piazze dove le irriducibili scese a manifestare si ostinavano a rivendicare quote rosa e diritti specifici sembrava che le lancette dell’orologio della storia fossero tornate indietro di oltre trent’anni. «Se non ora chi? È ora di fare outing e prendersi quel che ci spetta: il potere. E lanciare un messaggio ancora più chiaro: “Una donna un voto”. Non una minaccia ma una promessa, che ha sempre gli stessi destinatari, i politici. Perché finito il bunga bunga e l’escort mania, non è cambiato molto nell’Italia patriarcale e “machista”», recita il loro manifesto.
Com’è possibile oggi trattare di welfare, occupazione, pensioni, sgravi fiscali, infrastrutture nella logica di uno “spezzatino sociale”? Se non le donne, chi? era il titolo della manifestazione di domenica, «non contro un governo – spiegano educatamente le organizzatrici – ma per parlare al governo, per costruire insieme un paese in cui le donne possano sentirsi finalmente cittadine». Il fatto è che questa petizione di principio si traduce poi in una piattaforma rivendicativa degna del più agguerrito microsindacato di settore : «tutela» del Welfare, no all’aumento dell’età pensionabile femminile, assegno «universale» di maternità, «quote rosa» e 50% dei posti in Parlamento e al governo. In pratica, soldi e quote garantite. Stile categoria protetta.

Fallimento della politica “di genere”

E pensare che il precedente governo è stato uno dei più “rosa” della Repubblica se andiamo con la memoria alla sua composizione. E pensare che il Parlamento in questi anni ha dedicato una parte importante dei lavori in aula a “questioni di donne”. Molte norme lanciate da “tavoli” bipartisan sono state votate a destra e a manca: pensiamo alla norma che prescrive quote rosa nei consigli d’amministrazione. E pensiamo poi alla votazione della legge sullo “stalking”, salutata come una grande conquista “per le donne”. In realtà, a ben guardare, si tratta di una legge che garantisce “tutti”, chiunque sia oggetto di molestia e di violenza, uomo o donna che sia. A dimostrazione che la politica o è per tutti o non è. È, poi, attivo da anni un ministro per le Pari opportunità. Che cosa ha fatto di specifico? Poco o nulla. Allora forse bisognerebbe prendere atto che la politica parcellizzata in singole categorie ora come ora è un sostanziale fallimento oltreché una falsificazione del quadro sociale.

La crisi coinvolge tutti
Le donne ormai da tempo svolgono una molteplicità di ruoli alla pari con gli uomini, fanno parte integrante di meccanismi lavorativi e produttivi penalizzanti per tutti. Le questioni irrisolte di una politica che non aggredisce i nodi strutturali del sistema economico, come stiamo vedendo anche con questa manovra Monti, ci riguardano tutti e tutte senza differenze e non si possono affrontare su opposte barricate di genere. Quando le famiglie hanno problemi, le difficoltà dei padri e delle madri hanno ripercussioni sul futuro dei figli, dei giovani tutti e anche degli anziani che contano sulla compattezza del nucleo. Non si scappa, oggi, da un quadro sociale fatto di vasi comunicanti che richiamano a interventi che uniscano e non che dividano.

Troppe contraddizioni
Del resto, le donne di centrosinistra, che sono l’azionista di maggioranza del movimento che si riconosce in “Se non ora quando?” cadono in contraddizione. Per esempio, quando il ministro Elsa Fornero pianse alla parola “sacrifici”, si richiamarono a un sorta di “indifferentismo” di genere: non piange perché donna, dissero, o in quanto portatrice di una sensibilità femminile particolare. Ha pianto come componente “asessuato” di un governo consapevole di dover varare misure “lacrime e sangue”. Come far collimare, allora, le rivendicazioni di una specificità da veicolare nelle varie posizioni di potere e del lavoro che vorrebbero quotate in rosa? E poi, stridore per stridore, fa un po’ sorridere vedere una donna, avvocato stimata e parlamentare come Giulia Buongiorno, che di quote non ha avuto bisogno, sfilare e manifestare con la bimba e la badante della piccola al seguito…. Sì, anche per questo capiamo bene perché la totalità delle donne non le seguano più.