«Dissero a Gaber: divorzia, tua moglie ora è di destra»

Le donne scendono in piazza e ritirano fuori l’anacronistico movimento femminista. Un movimento che però continua ancora a mantenere inalterata la sua logica di appartenenza: l’universo rosa e il pianeta donna, oggi come ieri, valgono solo per chi crede ai valori illuminati della sinistra. Con la conseguenza che le donne che non la pensano come loro e guardano con simpatia ai valori e alle idee della destra sono criminalizzate e contro di loro comincia il tiro al bersaglio. La forma mentis, in sostanza, è uguale a quella di quarant’anni fa e vale sempre l’assioma che solo a sinistra le donne sono intellettualmente valide, impegnate socialmente e  intelligenti. Tutte le altre sono di serie b. Una criminalizzazione che non parte da adesso: già negli anni ’70 l’impegno delle donne del Msi faceva saltare il cerchio logico delle femministe. Erano impegnate e mai superficiali. Quindi non criticabili. L’unica strada era il tiro al bersaglio. Paola Frassinetti, parlamentare del Pdl, viene dalle fila del Msi e spiega che «il movimento femminista degli anni ’70 aveva una peculiarità estremista, discriminava gli uomini ed era un movimento ultra ideologizzato molto duro nei toni. In un contesto – puntualizza – del genere c’erano battaglie molto estreme e le parole d’ordine, come pari opportunità, venivano annullate da un approccio eccessivo e dicriminatorio. Le donne di destra che facevano politica venivano viste come succubi della cultura maschilista e considerate come nemiche». Ma la realtà era diversa e nel mondo femminile del Msi c’era un grande fermento. «Noi – prosegue la Frassinetti – avevamo le stesse possibilità degli uomini all’interno Msi, nel movimento giovanile e nella organizzazione dei campi Hobbit. Le donne furono fondamentali per l’innovazione della destra movimentista di quegli anni. Le parole d’ordine non erano uomo contro donna, ma donna e uomo contro il sistema. Essendo discriminati all’esterno non sentivamo questa contrapposizione interna. Il femminismo fine a se stesso  – conclude – non ci ha mai interessato, anche voi avevano la voglia e la volontà di  perseguire la via della pari opportunità, ma senza la contrapposizione di genere perché volevamo affrontare i problemi del mondo femminile insieme all’uomo». 
La logica di tutto quello che non sta a sinistra è brutto e censurabile passa per gli anni Novanta per arrivare fino ad oggi. Eclatante è il caso di Ombretta Colli, prima femminista e artista impegnata, molto coccolata dalla sinistra. Ma quando nel 1994 scese in campo con Forza Italia, su di lei e su Giorgio Gaber arrivarono le censure e i silenzi, e a volte anche atteggiamenti scorretti, da parte dell’intellighenzia della sinistra e del mondo dello spettacolo. Gaber, che fin dal 1976 aveva scelto la strada dell’astensionismo si recò a votare nel 1999 per la moglie dicendo: “L’ho votata perché è una brava persona”. Una scelta che alcuni salotti “buoni” milanesi non gli perdonarono mai. Ma, come dice Ombretta Colli, «per fortuna non tutti i milanesi e non tutti i salotti “buoni” sono uguali».  «Entrai nel mondo femminista – racconta la senatarice del Pdl – perché mi interessavano le battaglie in favore della donna, ma me andai quando il movimento assunse le caratteristiche di un partito ideologizzato. Il movimento femminista era nato e doveva nascere perché c’era un diritto di famiglia agghiacciante: era necessario che noi ci unissimo per trovare una soluzione (che poi è arrivata solo negli anni Novanta). Era un fatto culturale, c’era una solidarietà incredibile. C’erano uomini più moderni che erano fiancheggiatori positivi del movimento. Ma a poco a poco il movimento cominciò a cambiare fisionomia. Interessava il numero stratosferico che raggiungeva e quindi cominciò a essere oggetto di attenzione dei movimenti extraparlamentari che erano tostissimi. Alcune amiche che frequentavo si innamorarono di queste idee, io no.  E alla fine ho avuto ragione, perché i movimenti extraparlamentari hanno distrutto la forza dell’unione di queste donne che hanno vissuto un pesante oscurantismo. Alla fine il nostro movimento si sciolse come neve al sole». Ombretta Colli spiega che andò via: «Mi ributtai nel mio lavoro con spettacoli teatrali e fiction televisive, finché una sera mentre ero al Teatro Manzoni in un’intervista “ingenua” al Corriere della Sera dissi: “Certo se Berlusconi fosse ministro della Sanità ci si potrebbe ammalare con dignità in questo Paese”. A fine novembre del ’93 fui raggiunta telefonicamente dal Cavaliere che mi incitò a fare quest’esperienza. E così feci ed è un’esperienza che continuo ancora oggi. Certo non sono mancate le delusioni tra i miei vecchi amici, ma io ho un buon carattere e quando mi sento di fare una scelta giusta la faccio fino in fondo e non consento proprio a nessuno di stare col dito alzato a condizionarmi. Non accetto che qualcuno possa interferire con le mie decisioni e debba dirmi “vergognati”. Mi vien da ridere. Pensi che addirittura, consigliarono a Gaber: “Divorzia da tua moglie perché è diventata di destra”.  Noi si rideva tanto. Di certo non eravamo in lacrime…». 
Una situazione che è arrivata anche ai nostri giorni. «Purtroppo – dice Giorgia Meloni, ex ministro della Gioventù – c’è una grossa parte del movimento che è fortemente ideologizzata e tutto ciò crea difficoltà di coesione e di credibilità per le battaglie che intende perseguire. Perché quando usa due pesi e due misure non è più attendibile. Io stessa ho denunciato più volte frasi pronunciate nei nostri confronti che sono poco eleganti. Come quando Giorgio Bocca disse che “eravamo gallinelle del potere con camicette bianche sull’impetuoso seno”. O come quando Lidia Ravera in un’intervista scrisse che le donne del centrodestra fanno la politica “orizzontalmente” fino ad arrivare alla satira volgare. Parole e atteggiamenti molto duri e volgari  che non hanno provocato nessun sussulto di sdegno da parte delle donne che stanno nell’altro schieramento. Non c’è mai stata una frase di solidarietà, nessuno ha mai detto che queste cose non possono dirsi. Cosa che invece io ho fatto senza alcuna  esitazione quando Berlusconi criticò Rosy Bindi. Allora io dissi che per fare politica non occorre essere belle. Purtroppo – conclude la Meloni – la stessa solidarietà non l’abbiamo avuta noi e con questo sistema non si va da nessuna parte». Anche Bianca D’Angelo, consigliere regionale del Pdl in Campania, concorda che «purtroppo c’è una logica standardizzata tra le donne di sinistra che ha radici profonde e che ogni tanto qualcuno tira fuori. Per un certo mondo la cultura è sinistra e le donne di destra sono in una certa maniera…».  Sulle pari opportunità delle donne, osserva, «c’è una gran confusione, c’è un gran parlare e tanta demagogia. Ma chiaramente ci sono anche i casi positivi. Per esempio, qui in Campania abbiamo una legge elettorale che prevede la doppia preferenza di genere e nella scorsa competizione sono entrate dodici consiglieri regionali donne. La nostra Regione in questo campo è leader in tutta Italia ed è molto attiva per le sue battaglie. Abbiamo approvato la legge sulla violenza di genere, un’altra ha introdotto il principio della rappresentanza di genere e in commissione c’è la proposta di legge che unisce due organismi che sono la Consulta e la Commissione Pari opportunità. Si tratta di due organismi molto attivi però stiamo cercando riunirli in un unico organismo per andare oltre lo steccato di uomo-donna».