Dietrofront compagni, adesso la soap opera non è berlusconiana

Gli iscritti della prima ora al Bo.Bi ( ricordate il gruppo antiberlusconiano “Boicottate il Biscione”?) potranno tirare fuori lo champagne dal frigo con una giornata di anticipo rispetto al Natale. A pochi giorni dall’undicesimo compleanno e al raggiungimento del traguardo delle 2.500 puntate, chiude Centovetrine la soap opera di punta di Canale 5. Uno dei prodotti televisivi che rappresentava il fiore all’occhiello di Canale 5, finisce in soffitta. Tanto per capire di che cosa parliamo, l’anno scorso, in occasione del decennale, il vice presidente di Mediaset Pier Silvio Berlusconi aveva definito Centovetrine «un caposaldo dell’industria televisiva italiana». La brutta notizia l’hanno data i lavoratori della soap: «Sarà un Natale amaro per tutti noi che lavoriamo a Centovetrine e questo grazie a Mediaset che ha deciso di chiudere la produzione della soap. Dopo 11 anni di lavoro, gli studi di Telecittà, alle porte di Torino, chiuderanno i battenti, lasciando a casa 300 persone, senza considerare tutto l’indotto».
Le trecento famiglie rimaste disoccupate potranno consolarsi con il saggio di Massimiliano Panarari, pubblicato da Einaudi, L’egemonia sottoculturale. Il massmediologo ha spiegato la tossicità di questi prodotti per la società italiana. «La costruzione del nostro immaginario contemporaneo» si basa su questa tv berlusconiana, «un’egemonia sottoculturale prodotta dall’adattamento ai gusti nostrani del pensiero unico neoliberale, in quel frullato di cronaca nera e cronaca rosa, condito da vip assortiti, che sono diventati i nostri mezzi di comunicazione, ormai definitivamente dei “mezzi di distrazione di massa”». Nel libro è elencata «una serie di fenomeni, per dimostrare che il berlusconismo è fondato su un’idea di politica fatta sull’“iperrealtà”, cioè sulle rassicurazioni di un mondo ben diverso da quel che appare. Le televisioni in Italia, a partire da Drive-in, hanno rappresentato la manifestazione più nazionalpopolare del neo-liberismo». E che cosa di più pericoloso per la costruzione del consenso di una soap ambientata in un centro commerciale?. Inutile dire che il bravo intellettuale di sinistra ha avuto nei confronti di questo genere televisivo lo stesso atteggiamento di un vampiro nei confronti dell’aglio. Prendete quel che scriveva lo scrittore Francesco Piccolo, scriveva di Centrovetrine  in un reportage sulla “fabbrica” delle soap, per Diario del giugno 2001: «È questo il vero potere mediatico. Non per niente i direttori di rete ultimamente la smettono di fare i direttori di rete e si mettono a dirigere società di produzioni o ne fondano di proprie: hanno capito ormai che la sostanza della televisione è lì». Avvertimento chiaro: George Orwell dovendo riscrivere 1984 lo avrebbe ambientato a Cologno Monzese. Quindi, la chiusura dovrebbe essere una vittoria per chi ha paura di un prodotto che produce «suggestioni emotive che si traducono facilmente in suggestioni pubblicitarie» (Piccolo dixit).
Ieri nessuno ha tirato in ballo la pericolosità delle serie berlusconiane, Anzi, l’annunciata chiusura della serie di Mediaset fa eco con il ridimensionamento delle soap e delle fiction di viale Mazzini. Ecco perché insorge anche l’associazione Cento Autori, in rappresentanza degli sceneggiatori e dei registi del cinema e della tv: «L’annuncio di nuovi tagli sul piano di produzione della fiction Rai, la ventilata, inspiegabile, chiusura di una soap-opera di successo come Centovetrine cosi come la minacciata cancellazione dei progetti in sviluppo per Rai 3 – amenta l’associazione – a fronte di una totale assenza di nuova progettualità editoriale e nuovi investimenti».
Resta, tuttavia, una speranza per i lavoratori di Centovetrine. Si ipotizza un poker di appuntamenti in prime time per la serie, che qualora portasse risultati potrebbe far riaprire i “cantieri” di Telecittà. In questo caso gli iscritti al Bo.Bi. farebbero meglio a lasciare lo champagne nel freezer.