Dall’Iraq al Texas è un Natale horror

In comune hanno solo la data sul calendario. Per il resto, le stragi delle ultime ore che si sono registrate a diverse latitudini, dalla Nigeria a Baghdad, passando per una anonima cittadina del Texas, non sono legate da alcun nesso.
Una striscia di sangue che impressiona più di quanto farebbe in un altro periodo dell’anno, perché irrompe con tutta la sua oscena virulenza andando a infrangere quel che nel nostro immaginario resta un tabù. Il Santo Natale, l’oasi di serenità, una tregua per gli animi. Migliaia di racconti, centinaia di film, di storie edificanti, una tradizione popolare che vorrebbe un armistizio globale, foss’anche per poche ore. Una lettura autoconsolatoria non soltanto per chi crede. L’illusione di una pausa, di una boccata d’ossigeno dall’apnea di male e di violenza nella quale l’umanità dolente è immersa per tutto l’anno.
Non è dato sapere se la comunicazione istantanea e globale abbia dissipato questa illusione nella quale c’eravamo crogiolati per anni. Ovvio che l’orrore non si sia mai fermato, da 2011 anni (almeno secondo i calcoli di Dionigi il Piccolo) a questa parte. Certo impressiona la concomitanza proprio in queste ore. Su tutte quel che sta accadendo in Nigeria all’indomani dei sanguinosi attentati contro chiese cristiane, rivendicati dal gruppo terrorista di matrice islamica Boko Haram, che hanno fatto almeno 40 morti, e circa 110 complessivamente se si contano altri attentati compiuti nell’ultima settimana..
La prima esplosione è avvenuta nella chiesa di Santa Teresa, nel popoloso quartiere di Madalla alla periferia della capitale Abuja. Poi la seconda deflagrazione, ancora in una chiesa, questa volta a Jos, nella Nigeria centrale. Quindi il terzo attacco, contro un’altra chiesa cristiana, nella città di Gadaka nello stato settentrionale di Yobe. Ma gli attacchi sono proseguiti, con altri morti, tre poliziotti e un kamikaze, in un altro attacco nel nord-est del Paese, a Damaturi, dove il kamikaze ha lanciato la sua auto-bomba contro un mezzo della polizia. Il bilancio ufficiale del Natale di sangue è di 40 vittime. Ma il terrore era cominciato già giovedì scorso, quando si sono registrate una serie di esplosioni nel nord-est della Nigeria e scontri con le forze dell’ordine con decine di vittime. La nuova ondata di violenza nasce dall’offensiva dei militanti di Boko Haram che ha il dichiarato obiettivo di instaurare lo stato islamico nel più popoloso paese africano, con una rigida applicazione della sharia. Lanciato nel gennaio 2004, il gruppo estremista nigeriano si ispira ai talebani afghani e ha legami con il ramo maghrebino di al Qaida (Aqmi).  Una guerra di religione? Non secondo chi conosce bene questo movimento terrorista. Mohammed Yusuf, il fondatore di Boko Haram, che in lingua locale (Hausa) significa «l’istruzione occidentale è sacrilega» predicava soprattutto contro la corruzione della classe politica locale senza però azioni armate o violente. Dopo la repressione del governo nigeriano che, nel 2009.  La moschea di Yusuf viene rasa al suolo e nell’ambito dell’operazione militare vengono sterminati un migliaio di seguaci. Lo stesso imam viene catturato e ucciso in prigione. Da qui la svolta del braccio destro di Yusuf, Mohammed Abubakar Shakau, che ha avviato da due anni a questa parte la strategia del terrore prendendo contatti con al Qaeda intessendo contatti con la rete terroristica internazionale. Ieri il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha parlato di attacchi «ingiustificati» che hanno «ucciso tanti innocenti in un giorno in cui milioni di persone celebrano la nascita di Cristo» e ha promesso che «questi crimini non resteranno impuniti». Il rischio, però, è quello di una escalation di violenza.

Baghdad, guerra infinita
Non erano nel mirino i cristiani nell’attentato di Baghdad contro il ministero dell’Interno iracheno. A poco più di una settimana dalla partenza degli ultimi soldati americani lo scorso 18 dicembre, la situazione è già sull’orlo della guerra civile. Prima le crescenti tensioni tra sunniti e sciiti per un mandato d’arresto spiccato dalla magistratura contro il vice presidente sunnita Tareq al Hashemi nell’ambito di un’inchiesta per terrorismo e il primo ministro sciita, Nuri al Maliki, che ha chiesto al Parlamento di ritirare la fiducia al vice premier sunnita Salih al Mutlaq, che aveva definito il capo del governo «un dittatore peggiore di Saddam Hussein». Poi, cinque giorni fa, la serie di spaventosi attentati che hanno scosso Baghdad: 14 esplosioni, 63 morti, 180 feriti. Domenica sei membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi in due province a maggioranza sunnite, quella di Salaheddin e Al Anbar. Ieri l’ennesima giornata di sangue: un kamikaze alla guida di un’autobomba si è schiantato contro la sede del ministero dell’Interno nella capitale irachena uccidendo almeno 6 persone e ferendone altre 30.

Il killer come Santa Claus
Nulla in comune, se non la scia di sangue assurda e insensata, nella strage di Grapevine, in una zona tranquilla e benestante a cinquanta chilometri da Dallas, in Texas. Sette corpi crivellati da colpi di arma da fuoco sono stati trovati tra la cucina e la sala da pranzo di un appartamento ancora addobbato con l’albero di Natale la mattina del 25. Le vittime, quattro donne e tre uomini, avevano tra i 18 e i 60 anni. «Tutto lascia pensare che avessero appena aperto i regali e stessero festeggiando tutti assieme», ha detto il sergente Robert Eberling, della polizia locale. Più tardi, sempre gli inquirenti hanno reso noto un dettaglio ancora più impressionante: ad aver aperto il fuoco sugli amici e i parenti, prima di suicidarsi, è stato uno dei componenti della famiglia vestito da Babbo Natale. «Non abbiamo udito nulla. È stata una cosa terribile. Questa è una zona tranquilla. Ma ora abbiamo paura», racconta alla Abc Christy Posch, una hostess che assieme al figlio s’é trasferita in questa zona appena sei mesi fa, per abitare vicino alla scuola del bimbo. «Qui abitano solo famiglie. Nessuno mi ha mai parlato di un furto, o un problema di criminalità». Sconvolto anche Josè Fernandez, un operaio specializzato padre di un bimbo di dieci anni, che abita in zona: «È tremendo, qui non è mai successo nulla. Ma ora non mi sento più sicuro. Ho paura a lasciare mio figlio giocare da solo in giardino». Alla Cnn Claire Comparato, una residente della città texana, ha commentato con le lacrime agli occhi: «È Natale. Non capisco, questo è un posto sicuro, è un posto meraviglioso dove vivere». In poche frasi la donna ha continuato a ripetere più volte la parola «safe», «sicuro», come a cercare di convincere se stessa. Che cosa lega, dunque, questa scia di sangue con le altre? Nulla, tranne la coincidenza temporale. In uno stridente contrasto tra festa e orrore tale da renderci tutti improvvisamente indifesi davanti al male. Ecco, forse questo è il grande miracolo del Natale: non ci fa diventare per un giorno più buoni, semplicemente ci rende meno impermeabili davanti all’orrore del mondo.
Valter Delle Donne