È crisi, ma le famiglie italiane sono le più ricche del G7

Maledetta sfortuna. Dopo aver sbeffeggiato Berlusconi per aver dato dei “benestanti” agli italiani, la sinistra si trova tra le mani la patata bollente dei dati (ufficiali) di Bankitalia. Che confermano la tesi del Cavaliere: «Le famiglie del Belpase sono le più ricche del G7». Nel 2009 – sottolinea Via Nazionale – la ricchezza netta (somma di attività reali e finanziarie) detenuta è stata pari a 8,3 volte il reddito disponibile lordo, contro l’8 del Regno Unito, il 7,5 della Francia, il 7 del Giappone, il 5,5 del Canada e il 4,9 degli Stati Uniti. E adesso che dicono Pd, Idv,  organizzazioni sindacali e ai grandi organi di stampa di casa nostra? Strano, nessuno dice una parola, nessuno fa battutacce su Ignazio Visco e sull’Ufficio studi della Banca d’Italia. Anche perché sarebbe molto difficile contestare cifre concrete, mentre è stato facilissimo dare del visionario all’ex premier che tentava di tranquillizzare gli investitori, appesi in quei giorni all’andamento dello spread, tra i nostri Btp e il Bund tedesco, che ballava molto vicino alla soglia dei 500 punti base e allarmava non poco i risparmiatori italiani.

Fuga da Bot e azioni
Cosa significa tutto questo, che la crisi è un parto della fantasia? Per nulla. Lo dimostra il fatto che tra il 2007 e il 2010 la ricchezza delle nostre famiglie è diminuita del 3,2 per cento (ma nel 2011 sarebbe aumentata leggermente) pari a 8.640 miliardi di euro (9.525 miliardi se si considera il valore lordo, corrispondenti a poco meno di 400mila euro per ogni nucleo familiare). Le difficoltà economiche ci sono e sono reali. E la situazione è aggravata dal fatto che non tutti le vivono con la stessa drammaticità. Anche perché, sempre dai dati di Bankitalia, emerge che il 10 per cento della famiglie detiene il 45 per cento del patrimonio complessivo, mentre molte di esse hanno in mano livelli modesti o nulli di ricchezza (è necessaria l’intera metà più povera dei nuclei familiari per arrivare appena al 10 per cento). Cifre che denotano una sperequazione forte e che in qualche modo giustificano la crescita del risparmio e dei depositi postali (+0,2 per cento tra il 2009 e il 2010), che avviene ad opera di chi a meno preoccupato di cautelarsi rispetto alle cattive sorprese della vita, e la fuga da Bot e azioni, che avviene invece ad opera di chi ha di più e decide di parcheggiare le risorse sui depositi, mantenendoli liquidi per averli sempre disponibili.

Italiani più virtuosi
Ma le famiglie italiane non sono solo le più ricche: sono anche relativamente poco indebitate. Nel nostro Paese l’ammontare dei debiti è infatti pari all’82 per cento del reddito disponibile, mentre in Francia e Germania si raggiunge il 100 per cento, negli Stati Uniti e in Giappone il 130, nel Regno Unito il 170. A fine 2010 le abitazioni rappresentavano quasi l’84 per cento del totale delle attività reali degli italiani. E nello stesso anno la ricchezza in questo campo detenuta dalle famiglie ammontava a oltre 4.950 miliardi di euro, corrispondenti in media a poco più di 200mila euro per nucleo familiare. La ricchezza in abitazioni è crescita anche dal 2009 al 2010, ma il trend è rallentato (solo l’1 per cento), mentre  nei precedenti quindici anni (dal 1995 al 2009) l’incremento era stato del 5,9 per cento annuo. Qui, però, hanno giocato un ruolo importante le quotazioni di mercato che, dopo una corsa durata molti anni, hanno subito un rallentamento. L’investimento nel mattone, in ogni caso, continua a essere quello preferito dagli italiani che per circa l’ottanta per cento abitano in una casa di proprietà che, con la manovra economica del governo Monti è stata penalizzata attraverso l’introduzione dell’Ici, resa progressiva attraverso deduzioni legate alla composizione del nucleo familiare.

Padroni in casa nostra
Con un debito che è di 1.900 miliardi di euro e una ricchezza della famiglie molto vicina ai 9.000 si può dire che i “buffi” dello Stato mettono paura fino a un certo punto. dall’oggi al domani, infatti, se gli italiani lo volessero sarebbero in grado di acquistare senza problemi l’intero debito pubblico che, al momento, è in parte detenuto anche all’estero. Questo ci permette di dire che la crisi c’è ma l’Italia sta meglio di altri, anche se Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con l’aiuto dell’Eba recentemente hanno inferto un duro colpo alla capitalizzazione delle nostre banche che, finora, si erano caratterizzate per essere rimaste fuori dallo scandalo dei mutui subprime di provenienza Usa, e dalla crisi del debito greco di cui detenevano pochissime quote. Sul fronte privato, dunque, l’Italia è solida. I problemi vengono dal settore statale e dal debito accumulato in un trentennio di allegra gestione della cosa pubblica. Oggi paghiamo le conseguenze, e gli interessi, di quel modo di fare che ha reso debole lo Stato, mentre i cittadini hanno continuato a conservare la loro virtù di formiche. Questo stato di cose ha fatto sì che una buona parte della ricchezza si spostasse dagli investimenti al finanziamento del debito, con l’esplosione della spesa pubblica parassitaria e clientelare e la riduzione del capitale disponibile a supporto dell’economia produttiva.

L’austerità non paga
I provvedimenti di Mario Monti si inseriscono in questo contesto, con lo Stato che costituisce un freno per l’economia e con i privati che, dopo aver seguito Berlusconi sulla strada delle riforme radicali, si sono accorte che quelle promesse non sono state in gran parte mantenute. E nemmeno il governo tecnico dei professori sembra attrezzato per il raggiungimento dell’obiettivo. La manovra appena varata è fatta per due terzi di nuove entrate e, secondo Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e columnist del New York Times, non servirà  per risollevare l’Italia e per ristabilire la fiducia internazionale. «Una maggiore austerità – scrive –  non convincerà i mercati dei bond che l’Italia sta bene e rappresenta una sorta  di autogol, perché danneggerà l’economia italiana più che aiutarla a migliorare l’immagine nel breve termine». Secondo il premio Nobel, «l’Italia deve affrontare una crisi immediata di panico auto-alimentato, un gigantesco problema di aggiustamento a medio termine, mentre tenta di rimettere i costi e i prezzi in linea con l’Europa». Ma per fare questo, dice Krugman, «l’unico modo plausibile  di operare è attraverso una politica meno restrittiva della Bce, sotto forma di acquisti  immediati di bond e una implicita (ma consapevole) volontà di lasciare correre un po’ l’inflazione per un periodo esteso». Invece Monti, su richiesta del direttorio Berlino-Parigi e soprattutto della Merkel, sta mettendo in moto un meccanismo opposto che, c’è da scommettere, rallenterà ancora lo sviluppo.