Che barba, che noia in tv: Benigni parla ancora del Cav

Goffo, banale, ingessato. Praticamente irriconoscibile. Sublime nella rilettura nazionalpopolare della Divina Commedia, emozionante dal palco dell’ultima edizione di Sanremo in versione tricolore, lunedì sera Roberto Benigni è stato un pianto.
Orfano di Berlusconi, a corto di ispirazione e di guizzi geniali, il comico toscano, ospite de ilpiùgrandespettacolodopilweekend, rimane inchiodato al passato che non passa. «Posso dire una cosa? Non c’è più! Non c’è più! Finalmente aria nuova…», sono le prime battute del premio Nobel, il più moscio tra gli artisti che siglano il finale pirotecnico di Fiorello, che ha battutto tutti i record di ascolto (13 milioni 401mila spettatori con il 50.23 per cento di share).
Smoking nero, faccia da guitto, Benignaccio delude tutte le aspettative della vigilia, costretto a destreggiarsi tra remake antiberlusconiani (un evergreen dal 1990, quattro anni prima della discesa in campo), elogi musicali della cacca e orazioni civili di ispirazione partigian-pertiniana. Che barba, che noia!, verrebbe da dire parafrasando il siparietto degli indicamenticabili Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.
«Silvio, quanto ci hai fatto divertire! Ci hai regalato 18 anni di risate. Ma che ne sanno i tedeschi… Silvio, ti sarò sempre fedele, come l’arma dei carabinieri». E giù bordate a gogò sotto gli occhi di un Fiorello raggiante. Bordate scontate per esorcizzare la fine prematura della luna di miele della sinistra con Mario Monti, dipinto per settimane come l’uomo della provvidenza, il salvatore patrio che avrebbe riscattato l’Italia dal Medioevo berlusconiano. Proprio nel giorno della manovra lacrime e sangue firmata dall’europrofessore che mette in mora i compagni festanti, Benigni glissa sul nuovo inquilino di Palazzo Chigi e riaccende i riflettori sul predecessore che, udite udite, «ci ha regalato le più belle dimissioni degli ultimi 150 anni!». Saltella distrattamente sull’attualità del giorno per puntare lo stesso bersaglio di vent’anni fa. Un’ossessione, una malattia, un tic incurabile. «Gli altri non ne parlano più, io sì». Poi quasi a giustificarsi, fa sapere che non voleva ma «è colpa di Fiorello e del signor Mazza che insisteva dicendomi: dagli a Berlusconi…». Accontentati (per dovere di cachet?). E dire che di materiale fresco di giornata l’attualità politica e il nuovo governo ne offrono in quantità, tra lo spread e il rating, le gaffe montiane, le lacrime della ministra dal cuore di burro e la superstangata agli italiani.
Ma il mattatore osannato dalla sinistra pensa solo a Silvio, «perché gli vuole bene». La sua storia andrebbe raccontata ai nostri figli come la favola del Cavaliere e le principesse sul pisello. «C’era un Cavaliere con tanti cavalli, tanti servi, tanti stallieri e tante principesse sul pisello, una, la più giovane, era la nipote del gatto con gli stivali». Un remake di molti anni fa quando definì il premier un maiale. Per Monti, invece, guanti di velluto e tanta riconoscenza. «Monti è onesto: è ricco di suo, Berlusconi era ricco di nostro». Poi un passaggio soft sui tagli, appena accennato. «C’era la partita della Roma e ho visto che erano rimasti in otto: accidenti, ho pensato, Monti esagera, la serie A così diventa calcetto…». Tutto qua. Poco anche per i suoi fan che si aspettavano qualche novità e si sfogano tra le pieghe della rete, «basta, sempre la solita minestra…», commenta Barbara su facebook mentre Pietro invita il premio Nobel a rinnovare il “guardaroba”, «aspettiamo un monologo sul Caimano-Monti», «ci avrei giurato che il comico conosciuto in tutto il mondo avrebbe parlato di Silvio Berlusconi… anche se non c’è più», scrive Paolo. Ma Jovanotti, che si esibisce dopo Benigni, spiega che che c’è sacrificio e sacrificio, «dipende da chi te li chiede e con che faccia. Siamo tutti sulla stessa barca. Speriamo che questo nuovo equipaggio ci faccia superare rapide e tempeste». Insomma è un fatto di lineamenti, fa capire Lorenzo Cherubini in salsa lombrosiana.
E se la Camusso vuole celebrare l’uscita di scena di Berlusconi con una nuova festa della Liberazione, Benigni si tuffa (è proprio il caso di dirlo) su un’altra evacuazione. «Noi ci si svegliamo e dalla mattina, il corpo sogna sulla latrina, e le membra posano, in mezzo all’orto, è questo l’inno, l’inno sì del corpo sciolto…». Sgabello e chitarra, si esibisce nell’inno alla cacca duettando con Fiorello. Una performance di dubbio gusto, mitigata dalla retorica della goliardia d’antan di un brano dissacrante di molti anni fa, che non è piaciuta al mondo cattolico. Dopo l’omaggio al corpo sciolto, arriva il ricordo di Sandro Pertini, che disse “i giovani non hanno bisogno di discorsi, ma di esempi di onestà”». E per finire, la citazione del fumettista Andrea Pazienza: «Non bisogna mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa». Appunto, ma Roberto se ne è dimenticato.