Cazzola: sulla previdenza il governo Berlusconi era sulla via giusta. Ma la Lega…

L’effetto finestre si fa sentire sulle nuove pensioni. Crollano, stando ai dati che l’Inps ha fornito ieri, quelle liquidate nel 2011: nei primi 11 mesi dell’anno le pensioni liquidate sono state 224.856, oltre 94.000 in meno rispetto allo stesso periodo 2010. Questo è un segnale inequivocabile che anche prima del decreto Monti il governo aveva messo mano in modo corretto e in più riprese alla riforme del sistema previdenziale. Approfondiamo l’argomento con l’aiuto di uno dei massimi esperti in materia pensionistica, Giuliano Cazzola, vicepresidente della Commissione Lavoro a Montecitorio nel precedente governo.

Onorevole Cazzola, questi dati forniti dall’Inps sono la riprova che ben prima dei “tecnici” il governo Berlusconi aveva avviato una riforma sostenibile del sistema previdenziale?

Certamente. Si tratta di un dato molto positivo sul quale  hanno inciso soprattutto le nuove regole indicate nel 2010 e scattate nel 2011 sulla finestra mobile: ossia 12 mesi di attesa una volta raggiunti i requisiti per la pensione, 18 mesi per gli autonomi. Già nel 2009 Berlusconi aveva avviato la riforma del sistema previdenziale, parificando, per le pensioni di vecchiaia, l’età pensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico a 65 anni nel 2012; e l’aveva prevista nel 2022 nel privato. Nel 2026 era previsto, quindi, un innalzamento a 67 anni. Questo meccanismo,  aggiustato con la manovra di Ferragosto, era il frutto di un collegamento automatico dell’età anagrafica alle aspettative di vita.

Cosa ha impedito al governo Berlusconi di procedere su questa via?

Il governo Berlusconi è stato impotente rispetto alle pensioni d’anzianità perché la Lega non ha consentito che si ponesse mano su questo aspetto che rappresenta la vera tragedia di tutto il sistema. Ricordiamo che la pensione d’anzianità è essenzialmente “settentrionale” e maschile, propria dei settori più forti del mercato del lavoro. Si trattava di una riforma sostenibile, la cui unica lacuna erano, appunto, le pensioni d’anzianità che ora il ministro Fornero ha demolito con una severità eccessiva. Berlusconi, inoltre, non ha potuto procedere sulle pensioni d’anzianità perché non ha voluto esasperare i rapporti con i sindacati, in parte riuscendoci, visto che solo la Cigl ha proclamato lo sciopero generale. Ma in agosto il precedente esecutivo aveva riproposto la questione, in linea con la lettera del 5 agosto inviata all’Italia dalla Bce.

Proprio su questo problema già nel ‘94 il centrodestra aveva avviato una riforma che fu apprezzata da molti osservatori e anche dagli avversari, ma che sindacati e ancora una volta la Lega ostacolarono. È giusta questa lettura?

Giusto. Il Berlusconi del ‘94 intervenne tra le altre cose con una forte penalizzazione economica sulle pensioni d’azianità. Chi voleva cessare di lavorare prima dell’età prevista per le pensioni d’ anzianità (65 anni per gli uomini, 60 per le donne), era penalizzato con una riduzione progressiva, a partire dal 3% il primo anno. Avremmo guadagnato anni, avremmo curato quella “patologia” rappresentata dalle uscite anticipate dal mondo del lavoro. Inoltre, prima di uscire di scena, per via della Lega che causò la caduta del governo, Berlusconi  il 2 dicembre del ‘94 fece un accordo con le sigle sindacali che fu poi la base della successiva riforma Dini.

Vuol dire che abbiamo perso 16 anni di tempo?

Sì, il problema delle pensioni d’anzianità avrebbe potuto essere risolto allora. Invece è accaduto che dal ‘95 ad oggi sono andati in pensione ben 4 milioni di italiani che avevano allora poco più di 50 anni.

Quanto paghiamo il tempo perso?

Moltissimo. Questo vuol dire che le persone che hanno preso la prima pensione nel 2010 avevano smesso di lavorare tra i 50 e i 60 anni d’età. Ora questi 4 milioni di lavoratori rimarranno in pensione per 20-25 anni e quindi intaseranno il sistema previdenziale per almeno due decenni. Le loro pensioni saranno pagate dal lavoratori di oggi e da quelli di domni, i quali non hanno la prospettiva di andare in pensione così giovani e con lo stesso trattamento economico. A corollario di ciò va ricordato che il debito pensionistico pesa circa la metà del nostro debito pubblico.