“Camera jungla”. E si riapre il nodo delle firme d’oro

Benvenuti nella jungla, cantava qualche anno fa il selvaggio solista dei Guns and Roses. “Siamo in una jungla” ha esclamato ieri a Montecitorio il mite democristiano friulano Angelo Compagnon, uno di quelli che sussurra perfino quando è incazzato nero. Come ieri, nel giorno in cui Camera e Senato hanno dato via libera alla riforma dei vitalizi per i parlamentari per placare l’ordalìa contro la “casta”, quando il timido esperto d’arte dell’Udc ha aperto la seduta dedicata alla manovra per manifestare tutta la propria indignazione per come sia difficile per un parlamentare dimostrare di voler lavorare, di volerlo fare nelle migliori condizioni possibili e di non essere costretto a fare la trottola tra aula e Commissioni per guadagnarsi la diaria giornaliera attraverso il sistema delle firme “d’oro”, recentemente introdotto alla Camera. Da metà novembre nelle Commissioni incassa 500 euro in meno chi non partecipa all’80 per cento delle sedute e 300 euro in meno chi salta la metà delle convocazioni, meccanismo che ora sarà introdotto anche al Senato. Bella idea, ma a detta di Compagnon, confortato anche dal Pd Giachetti e dal Pdl Baldelli, il problema è che in un Parlamento commissariato dai tecnici ormai le riunioni delle Commissioni si accavallano spesso a quelle delle Bicamerali e talvolta, come ieri, anche alle discussioni generali in aula, impedendo di fatto ai parlamentari di partecipare agli organismi cui sono destinati e costringendoli ad apporre in tutta fretta le firme “d’oro” per non  perdere la diaria, per poi sgusciare via, non avendo il dono dell’ubiquità. «Dato che ultimamente si è voluto dare un segnale forte, giusto e legittimo, che costringe i parlamentari ad apporre la firma, come dimostrazione di presenza nelle Commissioni, ciò rischia di essere veramente qualcosa di poco credibile. Infatti, a questo punto, si fanno correre i parlamentari in Commissione magari ad apporre la firma per poi andare via, stante il fatto che, nelle Commissioni, la firma non è prevista solo per le votazioni, ma per tutto il lavoro delle stesse, anche per le indagini conoscitive e quant’altro», è sbottato Compagnon all’indirizzo del banco della presidenza, dove in quel momento sedeva Rocco Buttiglione. Lo sfogo contro il trattamento-casta ricevuto, anche grazie al governo Monti, è proseguito così: «Credo che la stragrande maggioranza dei parlamentari da tempo lavori in silenzio, arrivando nelle Commissioni la mattina ed andando via la sera. Adesso, per essere più realisti del re, cerchiamo di mettere un po’ di ordine in questa jungla, che vuol far vedere all’esterno quello che poi non c’è. Diciamo le cose come stanno, mettiamoci nelle condizioni di poter lavorare bene, in modo tale che si capisca quello che si può fare e quando lo si può fare».  Poco prima anche Roberto Giachetti aveva denunciato lo stesso disagio dei parlamentari, sollecitando anche un miglior coordinamento con il Senato per evitare sovrapposizioni tra i lavori delle Commissioni e quelli delle Bicamerali. «Il sistema è radicalmente cambiato, signor presidente. Se noi vogliamo da una parte consentire ai deputati di partecipare, ad esempio, a discussioni importanti come quella in corso o nelle Commissioni bicamerali e, contemporaneamente, di svolgere il loro lavoro in Commissione dobbiamo trovare una soluzione che, a mio avviso, non può essere rinviata a gennaio. Il problema non è semplicemente quello di firmare ma di essere in condizione di poter partecipare ai lavori della Commissione».
La chiosa finale di questo prologo di dibattito sulla manovra è venuta da Simone Baldelli, del Pdl, che rilanciava anche sul tema delle interrogazioni, chiedendo l’esenzione dall’obbligo di firma per coloro che , durante lo svolgimento di strumenti di sindacato ispettivo in assemblea, nel caso dovessero esserci delle contemporanee sedute di Commissione, «sono impegnati come primi firmatari o nella illustrazione o nella replica».