“Berlusconi assolto per non aver commesso il fatto”

Innocente. La sentenza arriva dopo un “errore giudiziario” enorme, false testimonianze, teoremi senza fondamento, prove costruite a tavolino. Berlusconi assolto per non aver commesso il fatto, con la crisi non c’entrava niente e ora, quando ormai la situazione è degenerata, cominciano ad ammetterlo tutti, persino quelli che lo incolpavano. I mercati erano in allerta e lo sono ancora, continuano gli alti e bassi in Borsa, lo spread viaggia a livelli sostenuti, la recessione è dietro l’angolo. Berlusconi non è più a Palazzo Chigi ma i problemi restano tutti. Identici. Mario Draghi, presidente della Bce, trae le conclusioni: «I cambiamenti alla guida di alcuni governi della zona euro, dalla Grecia, alla Spagna, all’Italia non hanno – dice – ancora prodotto molti risultati». Una volta di più, e da fonte molto autorevole, viene sfatato il luogo comune con cui i partiti del centrosinistra e i grandi organi di stampa cosiddetti “indipendenti” imputavano la crisi economica a Berlusconi. Così invece non è. E finalmente lo ammettono un po’ tutti. Persino Rosy Bindi, incalzata a Ballarò da Angelino Alfano, alla fine ha riconosciuto che è vero, non erano in pochi a dire che le dimissioni del Cavaliere valevano tra i 200 e i 300 punti di spread. Una fesseria, visto che il gap dei nostri titoli pubblici rispetto a quelli tedeschi viaggia ancora intorno ai 500 punti base e solo ieri ha segnato ribassi. Un quadro difficile che coinvolge l’Italia ma anche gli altri Paesi europei che i mercati tengono sotto assedio: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e adesso anche la Francia, alla vigilia di un possibile declassamento da parte delle agenzie di rating. Draghi chiede ai governi dei Paesi Ue di «recuperare credibilità», dando un segnale forte per i mercati «anche cambiando i trattati dell’Unione per andare verso una politica di bilancio omogenea. La Bce – ha sostenuto – è l’ultimo baluardo dell’euro». Considerazioni che Corrado Passera, neo-ministro dello Sviluppo economico porta alle estreme conseguenze sottolineando che «l’Italia sta rischiando di entrare in recessione ma per ragioni esterne, che non sono nostre». Quindi Berlusconi e Tremonti non c’entravano niente.

Mario Monti dà un dispiacere al Pd
Di Mario Monti, per il momento, non si può dire altro che sta facendo bene. La stangata con tagli e tasse per complessivi 20 miliardi di euro dovrebbe arrivare lunedì prossimo ma, intanto, il presidente del Consiglio ha rivendicato la continuità con i provvedimenti del precedente governo e ha riconosciuto che l’Italia, parte avvantaggiata rispetto ad altri Paesi, perché i conti pubblici sono stati mantenuti in sicurezza dal governo di centrodestra. Il resto è argomento all’ordine del giorno nel nostro Paese, ma lo è anche all’estero. È la crisi è dell’euro non dell’Italia, che può fare la propria parte ma certamente non ha la possibilità di rovesciare il tavolo e fare la rivoluzione. Lo dice, con molta chiarezza, anche Romano Prodi che, certo, non può essere accusato di accondiscendenza nei confronti del di Berlusconi: «Angela Merkel – afferma il Professore –  non cambia la linea di una virgola, non vuole nessuna forma  di collaborazione e non vuole i rimedi che potrebbero risolvere i problemi». Le conseguenze di questo atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti. «Il problema della Grecia – sottolinea Prodi – si poteva risolvere in cinque minuti, si poteva fare in fretta, con una riunione e in silenzio, invece è diventata una tragedia. Da allora – conclude l’ex leader del centrosinistra – si sono continuati a prendere provvedimenti in ritardo e inferiori alle necessità». Berlusconi, quando qualche settimana fa faceva trasparire la sua contrarietà rispetto alle decisioni assunte dal direttorio Merkel-Sarkozy, aveva più di una ragione. Allora, però, anche questo veniva preso a pretesto per dire che a causa sua Francia e Germania ci isolavano e le decisioni venivano assunte senza l’ok di Roma.

Si lavora alle soluzioni per lo sviluppo
Corrado Passera parla di rischio recessione, l’Ocse dà la propria pagella e ci informa che nel 2012 il Pil italiano farà segnare una diminuzione dello 0,5 per cento, Goldman Sachs prevede una contrazione produttiva dello 0,8 per cento in zona euro e che l’Italia, la Spagna, la Grecia e il Portogallo si collochino in recessione. Cosa che non è difficile da prevedere, visto che il Centro studi di Confindustria sottolinea che l’Eurozona fa già i conti con un Pil potenzialmente negativo e stima per l’Italia un indice della produzione industriale in calo nel quarto trimestre del 2,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti. Standard e Poor’s, comunque, rivede le previsioni ma mantiene le attese in terreno positivo: dallo 0,2 passeremo allo 0,1 per cento, ma per ora niente recessione. Con queste premesse, le misure che il Consiglio dei ministri varerà lunedì prossimo e poi dovrebbero usufruire di un iter parlamentare accelerato in modo da essere approvate prima di Natale, diventano fondamentali. Senza crescita e con un debito pubblico di 1.900 miliardi, infatti, sarà praticamente impossibile uscire dalla crisi. La stangata in arrivo, su Ici, pensioni e forse patrimoniale e Iva, deve racimolare una ventina di miliardi, necessari per farci centrare il pareggio di bilancio a fine 2013, il resto verrà dopo e non sarà indolore. Edward Luttwak, ieri a Venezia per partecipare al convegno sulla “Crisi degli Stati: crescita e debito nell’era della recessione”, ha sottolineato che di fronte all’Italia c’è comunque lo spauracchio dell’insolvenza, a meno di una riduzione drastica del debito che cresce del 5 per cento l’anno mentre l’economia non cresce». Lo sviluppo dell’economia è sempre più un imperativo. La spinta dovrebbe arrivare dalle riforme del fisco e del mercato del lavoro. Ma si riuscirà a farle?

In pensione a 58,7 anni
Al difficile sentiero della crescita si accompagna la complicata questione dei tagli. Il primo scoglio sul cammino di Monti è la previdenza. Dovrebbe aumentare l’età della pensione di vecchiaia, per accedere all’anzianità potrebbero essere necessari tra i 41 e i 43 anni, il contributivo dovrebbe essere esteso a tutti, anche a chi con la riforma Dini ha conservato il sistema retributivo o beneficia del trattamento misto. I sindacati annunciano le barricate per bloccare i propositi del ministro del Lavoro Elsa Fornero, ma si capisce che non fanno troppo sul serio. In un modo o nell’altro la riforma si farà, anche se Cgil, Cisl e Uil fanno il proprio mestiere sollecitando un incontro con Monti e chiedendo di vedere le carte. Il ministro lancia a Camusso, Bonanni e Angeletti una ciambella di salvataggio aprendo al reddito minimo garantito e promettendo che una norma in tal senso sarà inserita in un «pacchetto ancora da congegnare». Così potranno fare retromarcia senza scorno. Intanto però, arriverà subito quella che la stessa Fornero ha definito «una riforma incisiva che rispetta l’equità tra le generazioni». Equità ma, a ben vedere, pure sostenibilità del sistema previdenziale pubblico. Anche perché, a fronte dell’età media che aumenta c’è un ritiro dal lavoro di operai e impiegati che non sembra improntato a un trend positivo. Guardando gli ultimi dati dell’Inps, infatti, si scopre che nei primi dieci mesi del 2011 l’età media degli italiani che sono andati in pensione di anzianità è stata di 58,7 anni, in lievissimo aumento rispetto ai 58,6 del 2010. Troppo poco. Anche perché se all’anzianità di somma la vecchiaia viene fuori che da gennaio a ottobre di quest’anno si è lasciato il lavoro a 60,2 anni, mentre nel 2010 lo si era fatto a 60,4. Limitando il dato ai soli lavoratori dipendenti si scende addirittura a 59,7 anni, mentre nel 2009 era stata di 60,9 e nel 2010 di 60. Alla fine, dunque, nonostante i continui interventi degli ultimi anni, la strada per andare in pensione troppo presto risulta ancora aperta. «Siamo lontani dall’Europa», fa sapere l’Inps che rivela come nel 2010, in materia di pensioni di anzianità, due lavoratori su tre (116.013 persone) hanno lasciato il lavoro con quarant’anni di contributi. Una perdita potenziale enorme in termini di produttività. Secondo il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, infatti, se «in azienda c’è un dipendente anziano può diventare il tutor della persona che entra».