Attenzione, il Cav può dare dipendenza

Confessiamolo: ci avevamo creduto, per un attimo. Nei momenti in cui l’idillio tra la grande stampa e il governo Monti era più forte e solido, ben oltre il limite della spudoratezza, Il Fatto Quotidiano si era distinto. Il quotidiano dell’antiberlusconismo militante sembrava persino aver trovato altre ragioni di vita. Ad esempio la denuncia, tra il divertito e l’indignato, del tripudio di panegirici familiari e quadretti commoventi sulle virtù bocconiane che aveva accompagnato l’insediamento di Sua Sobrietà Mario Monti. Purtroppo, però, è già tutto finito. Come tutte le forti dipendenze, anche quella da Berlusconi può concedere soste e tregue apparenti. Ma alla fine è la solita illusione e quel tarlo nella mente torna a farsi strada nei pensieri. No, non potete smettere quando volete. E così ieri il Fatto se ne è uscito urlando al “Ritorno del Caimano”. E vai con il tripudio di nomignoli e scherzi da “asilo Mariuccia”: torna il “Cainano” (la storpiatura del soprannome: era dalla terza elementare che non si arrivava a tale raffinatezza) mentre Alfano diventa “Angeliono Jolie”. Al massimo, nel consueto editoriale di Travaglio dedicato al processo Mills (ce n’è uno in ogni numero), si arriva a prendersela con “B.”. Solo una lettera, muta e terrificante. Un po’ come per M – Il mostro di Düsseldorf, il noto film di Fritz Lang. Mentre il governo dei tecnici mette in fila una gaffe dietro l’altra, che al confronto Berlusconi sembra un mormone, mentre la stangata fa piangere i ministri, ma soprattutto lavoratori e pensionati, c’è ancora chi non può separarsi dal proprio feticcio. E così si continua a discutere di “lui”, a maledire “lui”, ad analizzare “lui”, mostrando ancora una volta che l’adorazione dell’uomo di Arcore messa in atto da alcuni devoti trova il proprio doppione speculare nell’antiberlusconismo ossessivo-compulsivo. Eppure dicono ancora di poter smettere quando vogliono…