Aspettando le urne i malpancisti crescono (e i partiti cambiano)

Il confine tra il senso di responsabilità per evitare il baratro, ammesso che sia dietro l’angolo, e il riscatto della supremazia della politica sull’economia è sottile. Più che mai in queste ore di manovre lacrime e sangue ingoiate per il bene nazionale, di proteste soffocate dal bon ton, di mal di pancia dissimulati per non disturbare il manovratore. I più gongolanti, nel dissestato quadro politico che fa da cornice al governo Monti, sono i centristi del Terzo Polo, entusiasti della caduta del governo Berlusconi e tifosi accaniti fin dalla prima ora dell’europrofessore a Palazzo Chigi.  Lo strano triumvirato Casini-Fini-Rutelli, infatti, ha tutto da guadagnare nel galleggiamento della legislatura per organizzare le scarne truppe in vista del voto: se si andase a elezioni anticipate, invece, rischierebbero di uscirne con le ossa rotte. Qui malpancisti non se ne vedono, anzi Rutelli sogna di rimescolare le carte e di incrociare la strada con tutti («è il momento di unirsi perché c’è una tempesta terribile da affrontare»).
I leghisti fanno il loro gioco, “lotta dura senza paura” nel nome della Padania e dell’euroscetticismo che è da sempre nel loro dna: quel governo tecnico che usurpa la democrazia, e «succhia il sangue alle classi più povere» ha finito per ricompattare le correnti interne (non solo bossiani contro maroniani) e le crepe sempre più vistose aperte sul territorio. Le gazzarre alla Camera obbediscono a uno stanco rito per ringalluzzire i militanti addormentati, rassicurati dal nuovo celodurismo contro i poteri forti, la massoneria e il palazzo romano. Nel Pd e nel Pdl la matassa è più complicata e si aggroviglia e si dipana di ora in ora. I due maggiori partiti italiani hanno dato la fiducia all’ex numero uno della Bocconi: i primi al buio, pur di togliersi dalle scatole il Cavaliere («il resto si vedrà», pensava Bersani sbagliando i conti), i secondi solo dopo aver visto l’agenda e ricevuto garanzie di un governo a tempo finalizzato al varo delle manovre anticrisi. Ma anche, inutile nasconderlo, per non apparire gli sfascisti di turno. Oggi il Pd paga lo scotto di aver festeggiato anzitempo il crollo del “dittatore Silvio” e di doversela vedere con una base indignata dall’intelligenza con il nemico. La rabbia dei compagni “senza se e senza ma” corre sul web, rimpalla di bocca in bocca, solletica strategie movimentiste costringendo Bersani e l’establishment a zigzagare tra aperture di credito all’esecutivo (vedere il pizzino di Enrico Letta per credere) e promesse di equità sociale. Non è un caso se ieri il segretario Pd ha “consigliato” al governo di lasciare da parte la questione dell’articolo 18. Ma metà del partito non lo segue, nella pancia del Pd si fa strada un nuovo cartello, il partito dei “Monti boys”, smanioso di utilizzare questa fase di stallo per archiviare in un colpo solo vendolismo, dipietrismo, cigiellismo e per scaldarsi i muscoli in vista di un governo politico da guidare in prima persona. L’esperienza di questo governo non può che fare bene al Pd – dicono apertamente – per «sbianchettare la foto di Vasto ed evitare di arrivare alle elezioni con le caratteristiche dell’armata di Occhetto del ’94». Gli azionisti del fronte antibersaniano si chiamano Enrico Letta, che ha ottime entrature nella squadra dei ministri montiani, Enrico Morando, riformista, europeista, liberista, napolitaniano quanto basta, Walter Veltroni con Fioroni e Prodi, ma anche Matteo Renzi, rottamatore quanto si vuole, ma riformista quando serve, che lavora a una terza via tra montiani e antimontiani.
All’ombra di Angelino Alfano l’appoggio a Monti e la fiducia alla manovra non sono incondizionate, il centrodestra è della partita a patto che al pesante giro di vite segua la fase dello sviluppo. Qui mal di pancia e disagi non mancano: non è stato facile all’indomani della salita al Colle di Berlusconi archiviare una stagione di governo, per quanto complicata e non priva di errori, rinunciare alle elezioni anticipate ritenute quasi da tutti la via maestra, assecondare lo schema di Napolitano “prendere o lasciare”. Ex ministri, deputati, amministratori locali (trasversali alle componenti ex An ed ex Forza Italia) hanno masticato amaro ma poi hanno evitato le fronde e gli Aventini. Mentre la sinistra deve giustificare perché le stesse misure targate Berlusconi erano un oltraggio al Paese e ora, firmate dall’austero Monti, sono un toccasana, il Pdl preferisce lavorare per migliorare quello che «deve essere fatto» spronando il premier a passare alla fase due e, perché no, a riconoscere l’eredità del governo precedente. Se il Cavaliere non intende andare in pensione a scrivere le sue memorie, il segretario pidiellino dimostra di non vivere all’ombra del suo mentore facendo da cerniera tra i più entusiasti della tregua (Frattini, Scajola, Alemanno) e i più freddini nell’adesione al montismo. Scajola è l’apripista dei filomontiani, convinto che «un governo di tregua rispetto allo scontro permanente cui ormai ci eravamo assuefatti, potrebbe favorire nei mesi che abbiamo di fronte la ricomposizione di quelle fratture che si sono consumate e la ricostruzione di un soggetto politico di riferimento per tutti i moderati e i riformisti italiani». Alfano media e non si nasconde: «Troppa austerity, uccide l’ammalato, a mettere tasse sono buoni tutti, non c’era bisogno di professori universitari. La vera prova per Monti saranno le misure per la crescita». Alla vigilia del decreto sulla manovra Fabrizio Cicchitto spiegava il voto favorevole con il senso di responsabilità: «Abbiamo piena consapevolezza della gravità della situazione finanziaria internazionale che deriva dalla crisi dell’euro e dai suoi meccanismi interni. La situazione politico-parlamentare non consente il gioco tradizionale degli emendamenti, ma lavoreremo per modificare il decreto in aspetti significativi». E così è stato, senza esultare né remare contro. Anche la scelta della fiducia (per Maurizio Gasparri una strada obbligata per evitare l’imperizia) viene caldeggiata per evitare papocchi e maggioranze estemporanee su questa o quella misura. Il decreto è insufficiente «perché rischia di creare recessione e inflazione», dicono apertamente le seconde file mentre Sandro Bondi mette in guardia da giochetti nascosti: «Se fosse vero che all’ombra del governo tecnico alcuni ministri e esponenti politici lavorassero a nuovi equilibri politici, ciò sarebbe in contraddizione con la natura e le finalità del governo che anche il Pdl ha concorso a sostenere».