«Vuole tassare i cani». E la “bufala” del web colpisce anche Monti

Da ieri, finalmente, qualche isolato paladino di verità è passato al contrattacco, con ironia. Alle catene di Sant’Antonio con false notizie fatte circolare sui social network, c’è chi ha risposto postando un avviso: “Attenzione, il governo Monti ha intenzione di mettere una tassa su tutti  quelli che credono a qualunque cosa venga scritta su Facebook, purché sia tutta in maiuscole. Se vuoi continuare a credere gratis a qualunque minchiata fai copia-incolla sul tuo stato. È importante!”. Meno male che spesso è la rete stessa a trovare gli antidoti alle sue distorsioni, come quella, ormai insopportabile, che da mesi prende di mira i politici con notizie costruite a tavolino su presupposti completamente falsi. Ma che finiscono per passare da bacheca a bacheca, da twit a twit, arricchendosi di commenti indignati, demagogici, spesso volgari, come un enorme buco nero lastricato di mistificazioni nel quale convergono le frustrazioni dell’uomo qualunque. Che con un semplice click ci si vendica delle ingiustizie del mondo, incarnate, nei falsi scoop, dalla “casta”, ovviamente. Vendetta che qualche volta colpisce gli stessi fomentatori dell’odio politico, come Antonio Di Pietro, massacrato sul web per aver provato ad assumere dieci stagisti nel suo partito, con stipendi da fame. Più che falso, era tutto inventato.

Monti, nemico degli animali
L’ultima bufala, in ordine di tempo, sta colpendo l’ultimo arrivato sulla scena politica, il premier “tecnico” Mario Monti. Da quando s’è insediato a Palazzo Chigi contro di lui, sul web, s’è scatenata una campagna violentissima. Pensioni, patrimoniale, Ici? No. La leggenda metropolitana ama viaggiare su questioni di nicchia. Ed ecco che il professore bocconiano finisce per diventare il nemico degli animali, quello che vuole tassare i cani considerandoli “beni di lusso”. Una panzana clamorosa, anche perché Monti non ha ancora messo mano neanche a un decretino, è impossibile perfino un attacco preventivo. Eppure sui social network impazza il Monti aguzzino dei cani e dei loro proprietari, con una girandola di commenti che si moltiplicano in rete sotto un messaggio indignato e dai toni lapidari: “Ci mancava solo questa: il governo Monti sta emanando nuove leggi da approvare, una tra le quali la legge sugli animali domestici. Ogni famiglia dovrà pagare una tassa su ogni animale domestico in quanto il signor Monti li definisce “beni di lusso” non beni affettivi. La ringraziamo, professor Monti, perché in questo modo lei sarà complice dell’aumento degli abbandoni, delle uccisioni e della sofferenza di tante povere bestie, che o saranno abbandonati da chi non può permettersi ulteriori spese, o che non verranno mai e poi mai adottati da un canile. Copia e incolla”. E tutti a copiare e incollare, come i pecoroni. E per di più in maiuscolo, perché così arriva meglio.

Come si crea il falso scoop
L’origine di questa bufala è un articolo apparso sul Corriere della sera qualche settimana fa, in cui Marco Melosi, presidente dell’Associazione nazionale medici veterinari, segnalava amareggiato che “tra le sette categorie del nuovo redditometro sperimentale presentato all’Agenzia delle Entrate comparirebbero le spese veterinarie per gli animali una volta detti da compagnia e che oggi si preferisce chiamare d’affezione”. Una notizie vera, ma profondamente falsa. Nel senso che in un modello di redditometro sperimentale che l’Agenzia delle entrate sta elaborando, anche le spese del veterinario (peraltro deducibili) vengono considerate tra le decine di elementi su cui provare a delineare il vero reddito di una persona. Ma questo non significa certo che se hai un cane vieni considerato ricco e quindi più tassabile. In più, il modello di calcolo è solo sperimentale e soprattutto è di molto antecedente al governo Monti. Il quale, poverino, ora passa per l’anti-animalista, senza che neanche lui possa interrompere la “catena”. E senza poter invocare nessuna legge, visto che anche la cosiddetta norma ammazza-blog del governo Berlusconi, che garantiva una tutela almeno minima rispetto alle diffamazioni sul web, fu bloccata dalle piazze in rivolta contro il “bavaglio”.

Berlusconi sodomizzatore
Per tutta la durata del governo Berlusconi, ovviamente, la catena del falso sul web ha impazzato, alimentata dalla sinistra e dai fautori dell’anti-politica, massacrando il Cavaliere e i suoi ministri senza esclusione di colpi. Sorvolando sulle leggende metropolitane sulla Carfagna e la Gelmini, ovviamente elaborate sul filone bunga-bunga, contro Berlusconi la macchina del falso ha toccato vette inarrivabili. Su Youtube è attualmente disponibile un video nel quale si vede un sosia di Berlusconi, peraltro quasi identico all’originale, che uscendo da un palazzo, prima di salire su un’auto blu, si ferma un attimo a sodomizzare una vigilessa. Divertente? Dipende dai punti di vista. Il problema è che su Internet naviga uno sconfinato universo di varia umanità che comprende anche tanta gente che non ha i mezzi per distinguere un “fake”. E che finisce per credere anche a una manipolazione così pesante.   

I presunti pedofili del Senato
Un altro caso clamoroso, qualche mese fa, ha riguardato alcuni senatori del centrodestra, accusati, dalla solita “catena”, di aver firmato un emendamento in favore dei pedofili. Il titolo del post, rimbalzato da bacheca in bacheca, era: “Emendamento 1707: niente obbligo di arresti per chi verrà sorpreso a compiere violenze sessuali di lieve entità verso i minori. Firme in calce all’emendamento: Gasparri (Pdl), Bricolo (Lega), Quagliariello (Pdl), Centaro (Pdl), Berselli (Pdl), Mazzatorta (Lega), Divina (Lega)”. La quantità e la qualità degli insulti rivolti ai malcapitati e incolpevoli senatori, per mesi ha assunto i contorni del linciaggio. Era tutto falso. Il testo di quell’emendamento si riferiva non alla “violenza sessuale di minore entità” bensì ad “atti sessuali di minore gravità”: ciò che determina la “minore gravità”, infatti, è il fatto che tali atti siano compiuti tra quasi coetanei entrambi consenzienti. Un concetto, quello di “minore gravità”, peraltro già presente nel Codice Penale. E in più si trattava solo di applicarvi la non obbligatorietà (che non vuol dire esclusione assoluta) di arresto. Ma intanto la bufala ha viaggiato e continua a viaggiare.