«Voglio guardare in faccia quelli che mi tradiranno»

Non si dimette. Per lo meno non ora. Se vogliono mandarlo via da Palazzo Chigi, dovranno cacciarlo. Così, dice, «potrò guardare in faccia chi mi tradisce». Silvio Berlusconi non cede al pressing dell’opposizione, degli alleati, persino dei consiglieri a lui più vicini e tiene duro almeno fino al voto di oggi sul rendiconto, in programma a Montecitorio. Poi, dice, «porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce». Eppure le voci di imminenti dimissioni, presenti fin dallo scorso sabato, erano circolate con più insistenza ieri mattina, confermate da fonti di maggioranza. Poi lo stesso premier le aveva stoppate. Non prima di essere rientrato a Milano per parlare con i figli (ma anche con Fedele Confalonieri e Niccolò Ghedini) nel tradizionale pranzo in famiglia del lunedì.

Partita a scacchi
Quello svoltosi ad Arcore non è stato l’unico incontro politico importante della giornata. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, per esempio, ha tenuto un incontro con il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, il segretario dei centristi Lorenzo Cesa, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini e il leader dell’Api, Francesco Rutelli. Poco prima lo stesso Fini aveva incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, dato come possibile nuovo premier in un eventuale governo di larghe intese. La Lega Nord, invece, ha riunito il proprio stato maggiore in via Bellerio, a Milano. Dopo il summit, Roberto Calderoli ha raggiunto il premier e si è intrattenuto con lui per un paio d’ore. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma i rumors parlano di una richiesta di “passo indietro” arrivata al Cavaliere da parte del Carroccio. «No, grazie, ho i numeri per andare avanti», avrebbe replicato Berlusconi. E i leghisti non hanno potuto far altro che prenderne atto, puntando i riflettori sul voto di oggi (nel pomeriggio, peraltro, sarebbe giunta anche la smentita di Calderoli alle indiscrezioni: «Sulla mia visita ad Arcore stanno circolando notizie prive di fondamento», ha detto). L’aula, oggi, non dovrebbe presentare incognite (le opposizioni si asterranno, quindi il risultato è praticamente scontato) ma potrebbe essere un’utile cartina di tornasole: chi sta con chi? Chi ha mal di pancia? Chi passa all’opposizione? E chi, invece, si può riacciuffare in extremis? Se il rendiconto passasse con una maggioranza sotto quota 315, il Quirinale potrebbe chiedere a Berlusconi di verificare la fiducia alla Camera. Oppure, secondo un altro scenario, il Cavaliere potrebbe giocare d’anticipo e rassegnare le dimissioni, indicando a Napolitano le urne come via d’uscita preferenziale dalla crisi. Di sicuro le prossime ore saranno ricche di febbrili consultazioni.

Lo stillicidio
Le ultime fuoriuscite dal Pdl, del resto, hanno pesantemente indebolito la maggioranza. L’ultima – e una delle più clamorose – ha riguardato Gabriella Carlucci. L’ex showgirl, iscritta a Forza Italia fin dal 1994, ha definitivamente lasciato il Pdl per aderire al gruppo parlamentare dell’Udc. Un’ulteriore defezione che rende davvero pericolante il destino dell’esecutivo. Ieri Antonio Buonfiglio – ex esponente di governo di Fli recentemente entrato nella componente “Fare Italia” con Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Pippo Scalia – ha spiegato che non voterà sul rendiconto «se diventa una conta sulla fiducia a Silvio Berlusconi». Stesso atteggiamento sarebbero pronti a tenere Adolfo Urso e Pippo Scalia, mentre Andrea Ronchi è fermo sul sì al rendiconto e ad un’eventuale fiducia. Ma anche fra i lealisti, lo scetticismo ha cominciato a serpeggiare. L’ultimo a certificare lo stato di salute pessimo della maggioranza è stato Brunetta, che ieri ha dichiarato: «Quando c’è un problema di numeri si va in Parlamento e, se si verifica che i numeri non ci sono, si va tutti a casa e si va al voto». Nel weekend, del resto, altri autorevoli esponenti della maggioranza avevano espresso forti perplessità sulla capacità di andare avanti da parte dell’esecutivo, a cominciare dall’uno-due a “Che tempo che fa?” di Roberto Formigoni e Roberto Maroni, che a Fabio Fazio avevano adombrato la possibilità di “staccare la spina” al governo.

Questione di ore, forse minuti…
Ieri, tuttavia, c’è stata un’accelerata che sembrava far presagire una rapida conclusione dell’avventura governativa di Silvio Berlusconi. Ad animare una giornata già ricca di copi di scena ci aveva pensato Giuliano Ferrara, direttore del Foglio e, da sempre, consigliere particolarmente ascoltato a Palazzo Grazioli e dintorni. «Che Berlusconi stia per cedere il passo ormai è una cosa acclarata. Si tratta di ore, qualcuno dice perfino di minuti», aveva scritto il giornalista nell’edizione on line del suo quotidiano. Smentiti i tempi strettissimi annunciati da Ferrara, “l’elefantino” ha precisato che sì, le dimissioni del Cavaliere arriveranno, ma non subito: «Berlusconi – ha detto il giornalista – si presenta alle Camere, chiede la fiducia per varare la legge di stabilità e il maxiemendamento, annuncia che si dimetterà un minuto dopo e che chiede le elezioni a gennaio». Per Ferrara, infatti, «un premier che non può imporre la sua linea e la linea del governo al ministro dell’Economia, o cambiarlo, non è un premier. Ogni soluzione diversa dalle elezioni è un pasticcio che indebolisce il paese e tradisce la grande riforma del maggioritario e del bipolarismo. La coalizione di Pdl e Lega non è disponibile a questi giochi».

«Voglio guardarli in faccia
L’iniziale boutade di Ferrara – quella che dava il premier dimissionario nel giro di poche ore o addirittura minuti – non era passata inosservata. Tanto da generare l’immediata smentita del presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.«Ho parlato poco fa con il presidente Berlusconi che mi ha detto che le voci sulle sue dimissioni sono destituite di fondamento», aveva detto. Ma poco dopo lo stesso Berlusconi spiegava: «Domani [oggi – ndr]si vota il rendiconto alla Camera, quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi». In serata, Berlusconi è tornato a parlare, sottolineando che «se gli schemi parlamentari portassero a un ribaltone nel quale la sinistra va al governo non saremmo in democrazia». Poi il Cav ha rassicurato i suoi: «Andiamo avanti e vediamo di superare lo scoglio del voto di fiducia nei prossimi giorni. Serve una maggioranza capace di fare le riforme costituzionali». Quanto alla sua situazione, il premier ha detto: «Non siamo attaccati alla cadrega  e sono convinto che avremo la maggioranza, per fare le riforme che anche l’Europa ci chiede e che servono a rilanciare l’economia». E nel frattempo cercherà di «guardare in faccia» i ribelli. Un incrocio di sguardi che, a quanto pare, potrebbe avverarsi molto presto…