Tra Alfano e Maroni, il Cav ricuce il filo con la Lega. E attacca

Umanamente inarrivabile. Trasparente. Leale. Intelligente. Entusiasta. Equilibrato. Saggio. Vecchio, “come noi”. Strano, Silvio Berlusconi stavolta non parla di se stesso, ma infila otto aggettivi di fila per chiarire come la pensa su Angelino Alfano. E per spiegare subito a tutti che non è lì per dare una spintarella al libro del suo segretario, ma per conferirgli un’investitura reale molto più “pesante” di quella avvenuta a luglio, al consiglio nazionale. Per almeno tre ragioni: perché il Pdl esce da una fase turbolenta, seguita alla caduta del governo; perché solo un paio di giorni fa il Cavaliere ha annunciato ufficialmente che non si ricandiderà; perché accanto ai due è seduto Roberto Maroni, l’uomo che oggi guida l’opposizione leghista al governo Monti ma con il quale il partito ha intenzione di coltivare un’alleanza politica, a prescindere dalla divaricazione tattica di questa fase.
La serata di ieri al Tempio di Adriano, gremito all’inverosimile dentro e assediato da tanta gente comune all’esterno, ha visto Alfano, Berlusconi e Maroni discutere di giustizia, criminalità, del libro “‘La mafia uccide d’estate” dell’ex Guardasigilli, ma anche del futuro del centrodestra, che il Pdl immagina con il Carroccio e che la Lega finge di immaginare da sola, per giustificare la sua scelta di stare all’opposizione. Il gioco delle parti è andato in scena anche lì, ieri sera, al Tempio di Adriano. Come da copione.

Il “grazie” di Maroni

Gli scambi di affettuosità tra il Cavaliere e Maroni sono la dimostrazione di un orgoglio che accomuna tutti i presenti in sala per l’esperienza di governo appena conclusa. «Non smetterò mai di ringraziarlo per avermi dato la possibilità di fare il ministro…», dice Maroni, che spende parole importanti anche per Alfano: «L’ottimo ministro della Giustizia, e l’ottimo ministro degli Interni…», scherza l’ex titolare del Viminale, che ricorda come questo esecutivo appena sostituito dai tecnici non abbia “strizzato l’occhio alla mafia, ma qualche altra cosa…”. E Berlusconi coglie l’assist: «Roberto, ci sono delle donne in sala, dai..». Poi Maroni lo punzecchia, quando Berlusconi annuncia che riprenderà la presidenza del Milan: «Silvio, da quando non ci sei tu vinciamo sempre» gli dice, da grande tifoso rossonero.

Lo scacchiere della sala
L’imperativo della serata è esserci, ma anche farsi vedere. Ecco perché tutti si guardano attorno, salutano, stringono mani. «No, non è solo una presentazione di un libro», spiega il senatore Domenico Gramazio, «è l’apertura di una fase nuova in cui Berlusconi ci dice: resto a fare il padre nobile del Pdl, ma ora dovete dare tutti una mano ad Alfano». Nella sala affollata, prenotata in extremis quando ci si è resi conto che quella piccolina dell’auditorium non sarebbe bastata, la disposizione dei politici è strategica. I big entrano dall’ingresso secondario, nelle prime fila siedono Gianni Letta, Fabrizio Cicchitto, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Renata Polverini; in piedi, alla sinistra del tavolo, c’è una platea democristiana nella quale svetta Mario Baccini; in piedi, a destra, le pasionarie berlusconiane, Laura Ravetto, Nunzia De Girolamo e Daniela Santanché, tra le altre; dietro a tutti, appoggiato al banco che vende i libri di Alfano, c’è Denis Verdini, posizionato nel piccolo corridoio dell’ingresso principale, quello dal quale entrano le seconde file, deputati o aspiranti tali, ai quali il coordinatore riserva un buffetto, un sorriso, una stretta di mano, un cenno del capo. Come a dire: sì, vi ho visto. Qualcuno prova a scalare la platea, come l’ex ministro Saverio Romano, ma finisce in decima fila, e non si lamenta mentre all’esterno sono tanti i deputati che si mischiano tra la gente comune per ascoltare e commentare il dibattito proiettato su uno schermo in piazza di Pietra. In tutti, una certezza: da oggi si parla con Alfano. E una conferma: il partito non è spaccato, ci sono tutti, anche Berlusconi, che al tavolo dei lavori parla ancora da leader, ma col rimpianto di un’esperienza prematuramente interrotta. Della quale porta ancora addosso i segni, come racconta Alfano: «Angelino, mi ha detto Berlusconi – riferisce il segretario – ma se non io che ho governato 8 degli ultimi 16 anni, chi può capire le difficoltà di un governo che si insedia? Se non io che ci sono passato chi è che può dare comprensione a Monti?».

I paletti del Cav

È un Berlusconi vecchia maniera quello che strappa l’applauso sull’arringa elettorale. «Sono convinto che noi, con una campagna adeguata di comunicazione, potremmo nel tempo recuperare il voto di coloro che si sono situati tra gli indecisi e ora sono il 40%». Ma Berlusconi non rinuncia a confermare il sostegno “condizionato” al governo dei tecnici, cui però lancia messaggi precisi: «Nelle conversazioni con il professor Monti siamo stati molto chiari. Noi diremmo no in Parlamento a un’imposta patrimoniale e ad una riforma della legge elettorale», dice il Cavaliere. E sulla durata del governo Monti spiega: «Le elezioni ci saranno quando si verificherà un evento che richiederà lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni», per poi smentire di aver detto di avere una “golden share” su Monti o di volergli staccare la spina. «La decisione che abbiamo assunto di consentire questo governo tecnico, che di per sè è una negazione della democrazia, è stata decisione saggia e necessaria», conclude.

Alfano-Maroni, il filo resiste

«Questa non è un’alleanza con la sinistra, ma il sostegno a un governo di tregua, di emergenza, per preparare il futuro successo del centrodestra», dice il segretario del Pdl Alfano. E non si scompone quando Maroni puntualizza: «Noi siamo in opposizione, voi siete in maggioranza. L’alleanza è finita». Poi smorza: «Non lo dico per propaganda. La propaganda si fa quando serve e cioè quando le elezioni sono vicine. Sarebbe tempo perso farla ora, perché si voterà nel 2013». Altro discorso è quello delle alleanze locali dove, dice Maroni, «lealmente continueremo a governare insieme». Interviene Berlusconi, con il consueto ottimismo: «Fanno gli spiritosi ma restano nostri alleati. Ho un appuntamento con Bossi che mi ha telefonato personalmente tutti i giorni da quando abbiamo dato vita al governo Monti».