Stampa estera: ecco perché ci odiano così

La bordata più pesante l’ha lanciata, qualche giorno fa, il britannico The Guardian, parlando di «povertà galoppante, prezzi dilaganti, criminalità organizzata più forte, mercato nero in crescita e una scioccante fuga di cervelli». È il bilancio dell’era Berlusconi tracciato con la mannaia da parte di chi, negli ultimi 17 anni, non ha mai visto troppo di buon occhio il Cavaliere. E se il Time se ne esce con Silvio in copertina sotto al titolo “L’uomo che sta dietro l’economia più pericolosa al mondo”, l’impressione generale è che gran parte della stampa estera si sia attestata su una visione più caricaturale che semplicemente critica del nostro Paese negli ultimi 17 anni. Per quale motivo? Si tratta di pregiudizio etnico o politico? C’è superficialità o malafede? Ignoranza o coordinamento?

Dal cucù ai gasdotti

«Il giudizio negativo della stampa estera deriva secondo me da diversi fattori», dichiara Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri uscente, ieri al suo ultimo giorno in Farnesina. «Intanto – spiega – c’è un fattore culturale. Gli anglosassoni vedono diversamente il rapporto tra media e istituzioni e danno per scontato che chi ha certi comportamenti si faccia da parte. Loro, peraltro, sono molto più formali, laddove noi basiamo i rapporti umani, anche in sede diplomatica, sull’amicizia (vedì il cucù alla Merkel). Il secondo elemento riguarda alcuni comportamenti di Berlusconi che hanno finito per confermare, ad occhi stranieri, i tradizionali pregiudizi sull’italiano visto come donnaiolo, gaudente, un po’ mafioso e un po’ pizzaiolo, uno che è sempre in ferie e non mantiene le promesse». Berlusconi, insomma, ha pagato alcuni errori di forma. Ma anche, aggiunge Mantica, alcune intuizioni di sostanza: «L’aver cercato di trovare una nostra autonomia sulla scena internazionale attraverso l’indipendenza energetica – dichiara – è stato un qualcosa che alla fine ci è costato caro, anche se io lo rivendico con orgoglio. Penso ai nostri rapporti con Putin, a ciò che abbiamo fatto in Libia, al gasdotto South Stream, ai nostri rapporti commerciali con il Medio Oriente e l’Iran… Spesso, peraltro, si tratta di tendenze diplomatiche che non ha inventato Berlusconi: l’Italia ha rapporti con Gheddafi dal ’73, tanto per dire. Ma alla fine tutto questo l’abbiamo pagato noi. Infine: Berlusconi non è mai stato passivo nei confronti dell’Europa. Monti ha subito specificato: “Basta parlare di noi e loro, siamo una cosa sola”. Il nostro governo, invece, ha sempre ritenuto che si potesse discutere anche ciò che diceva l’Ue, che le parole di Bruxelles non fossero mica Vangelo…». Tutta colpa degli altri? Non proprio, e infatti Mantica è pronto all’autocritica: «Se c’è una cosa che dobbiamo rimproverarci è l’aver trascurato proprio le nostre riforme, quelle che erano nel programma del Pdl: dalle pensioni all’articolo 18. Tutto questo dando la priorità ad altre questioni, come ad esempio la riforma della giustizia».

«Competition is competition»  
Di ciò che accade al di fuori dei nostri confini è piuttosto esperta anche Margherita Boniver, ex inviato speciale per le emergenze umanitarie per conto della Farnesina. «In generale – afferma – bisogna vedere di quale testata estera parliamo, ovviamente. Di solito è il Financial Times che fa la prima battuta, gli altri seguono a ruota. E sappiamo quanto il quotidiano britannico abbia pregiudizi consolidati contro l’Italia, tanto che a suo tempo criticò duramente anche Prodi». Da cosa nasca questa acrimonia è difficile dirlo. Boniver, comunque, sembra avere le idee chiare: «Proprio Prodi – prosegue – amava ricordare che per i britannici competition is competition: sulla scena internazionale non ci sono mai colpi abbastanza bassi per minare l’autorità dei propri competitor. La fretta sospetta con cui Cameron ha bombardato la Libia, per esempio, fa capire quanto gli interessi britannici fossero in competizione con i nostri in quell’area». Insomma, loro ci attaccano per i propri interessi di bottaga. E certa stampa di casa nostra abbocca. Provincialismo? «Credo – spiega Boniver – che pubblicare nelle prime pagine tutte le perfidie sul governo scritte all’estero sia un modo miserabile di condurre la lotta politica. Detto questo bisogna riflettere sul fatto che da una quindicina di anni l’informazione ha un ruolo di primisimo piano nella vita politica. Basta vedere cosa sta accadendo nelle presidenziali Usa. Il vero potere, ormai, è il quarto potere».

Spaghetti connection? Non più
Scendendo nel dettaglio, stupisce leggere sui quotidiani d’oltre confine che la criminalità organizzata avrebbe trovato nell’Italia di Berlusconi il suo Bengodi. «Mi sembrano clamorose stupidaggini smentite da dati obiettivi», taglia corto Alfredo Mantovano, ex sottosegretario agli Interni. Che cita a suo carico testimoni insospettabili: «Persino un giornale con noi non tenero, come il Financial Times, ha tracciato un bilancio molto negativo del governo Berlusconi salvando, tuttavia, solo la politica di contrasto alle mafie. Io non credo che sia l’unico merito del nostro governo, ovviamente, ma credo che il riconoscimento sia significativo». Malignità giornalistiche a parte, i numeri parlano chiaro: «Rispetto ai 30 più pericolosi latitanti in circolazione – spiega – 29 ora sono in carcere. Abbiamo quadruplicato i beni confiscati alla mafia, per un valore globale di 25 miliardi di euro. Non parliamo, poi, di modelli virtuosi come quello di Caserta, dove abbiamo posto in essere un modello innovativo di lotta alla criminalità organizzata che è facilmente esportabile in altre aree del Paese. Sono fatti incontestabili, che da noi nessuno, neanche l’opposizione ha mai messo in dubbio». Quanto ad Anna Maria Cancellieri, che succede a Roberto Maroni al Viminale, Mantovano ritiene che «Se il profilo doveva essere quello di un prefetto, cosa niente affatto scontata, allora è sicuramente un’ottima scelta. Anche l’esperienza maturata a Bologna, nel commissariamento del comune, credo le sarà molto utile».

Debito pubblico e corruzione

Un altro punto su cui si insiste, parlando del governo Berlusconi, è una presunta malagestione dei conti pubblici. Poco importa che, storicamente, i governi tecnici siano stati una vera e propria iattura per le casse dello Stato. «Parliamoci chiaro: i nostri conti pubblici sono migliori di quelli degli altri paesi. Il nostro problema è il debito pubblico, ma la nostra economia è sana», spiega Maurizio Leo, che proviene dalla commissione Finanze alla Camera. «Sul versante del deficit – continua – il governo ha fatto quello che poteva fare data la contingenza. Certo, in questa fase non potevamo mica ripianare i conti riempiendo gli italiani di tasse. Ma la gestione ordinaria è stata sempre tenuta in equilibrio. Ora a Monti non rimane che attuare ciò che il governo Berlusconi aveva scritto nella lettera alla Bce. Ma attenzione: nessuno ha la bacchetta magica». Difficile sostenere anche che l’ultimo esecutivo abbia portato al dilagare della corruzione, come pure si sostiene all’estero. Andrea Augello, tra i promotori del ddl anticorruzione, nega con decisione: «Intanto – spiega – questo provvedimento è in dirittura d’arrivo, è già passato al Senato e tra qualche settimana dovrebbe passare anche alla Camera. Non c’è alcun elemento reale, quindi, per affermare che noi abbiamo incrementato la corruzione. E i riconoscimenti in sede internazionale non sono mancati». Se le cose stanno così, tuttavia, c’è da chiedersi perché le malignità che arrivano dall’estero godano di tanto credito, da noi. «Il nostro vero provincialismo – conclude Augello – sta nell’enfatizzare tutti i nostri problemi senza comprendere che tanti altri stanno molto peggio di noi».