Show dei peones in aula: dalle “Ferrari nelle stalle” al “cripto-premier”

La metafora più ardita della giornata è di Elio Belcastro, avvocato calabrese iscritto al gruppo dei leghisti meridionali, che attacca a freddo gli odiati padani: «Signor presidente, io vengo dalla Calabria, dove crisi non significa non poter mettere la benzina nella Ferrari che sta nelle stalle degli allevatori del nord: significa fame….». Forse è quella che gli fa perdere lucidità quando s’infila nel vicolo cieco di una frase: «Perché le cose sono andate come sono andate e anche visto come sono andate le cose…».
Lui, come tanti altri “peones” del Parlamento – ignorati, snobbati, incompresi dalla grande stampa italiana per tre anni e mezzo – ieri ha vissuto la sua giornata di gloria, alla Andy Warhol. Due, tre, quattro minuti per dire sì a Monti e chiedere qualcosina per la propria, piccola ma onorata sigla politica che vive e lotta all’interno del gruppo Misto, dando libero sfogo alla propria dialettica, mai banale. Come il “responsabile” Pippo Gianni, che ieri mattina s’era svegliato pensieroso e tra un caffè e un’abluzione mattutina aveva spulciato un libro di Bertrand Russell, filosofo e matematico gallese. In aula ci tiene a farlo sapere a Monti: «Questa mattina leggevo che Russell sosteneva che un uomo deve essere valutato per quello che fa e non per quello che dice…». Ecco, appunto. Gli viene in soccorso il solito, immancabile Domenico Scilipoti, che illumina l’aula definendo Monti un “precursore della terza Repubblica di matrice cripto-presidenziale”. Si getta sui classici, invece, Ugo Maria Giancarlo Grimaldi, geometra di Enna, che ricorda al premier il motto di Eduardo De Filippo, “gli esami non finiscono mai”, manco Monti fosse un professore della Bocconi. Il leghista Sebastiano Fogliato, agricoltore torinese, scarpe grandi e cervello fino, per qualche oscuro motivo non aveva digerito che Monti al Senato si fosse autodefinito “professore”: «Presidente, lei ha espunto la denominazione senatore!». Espunto, sì, proprio come un fagiolo dal baccello. Con Vincenzo D’Anna, biologo di Popolo e Territorio, si torna sul terreno della politica, con un ragionamento strettamente economico che non sfugge però a qualche riferimento personale, vagamente ironico. «Presidente Monti, la ringrazio per aver trasformato Cirino Pomicino e Casini, indefessi produttori di debito pubblico, in strenui difensori dei conti pubblici…». Poi D’Anna si avventura anche su Napolitano, sostenendo che «tra l’altro anche lui è un nominato», frase che provoca la censura del presidente Fini. Si inerpica lungo i sentieri impervi della lingua italiana anche Daniela Melchiorre, transitata un po’ a destra un po’ a sinistra e ora fermamente indecisa a sostegno del neopremier Monti con i suoi Liberaldemocratici: «È parimenti significativo…», esordisce: così, giusto per impressionare un po’ i giovani studenti assiepati in tribuna ospiti. Il salto di qualità, sul fronte letterario, arriva con l’intervento di Roberto Antonione, fresco di addio al Pdl per approdare nel groppuscolo dei Liberali per l’Italia. A sua insaputa, si presume, il deputato friuliano cita il grande poeta Rabindranath Tagore parlando del “periglioso mare” nel quale naviga l’Italia. Come non trovarci un’altissima vicinanza con gli immortali versi del pacifista indiano: «Un’ incessante vita scivola sulla corrente dell’eterna morte / quale ignota, inutile riva / quest’esile zattera affronta il periglioso mare».
Poi arrivano le citazioni storicamente più dotte, come quelle su Aldo Moro, a cui si aggrappano Domenico Iannacone e Pino Pisicchio, per ardite metafore politiche sul governo di emergenza. «Diceva Aldo Moro, in un passaggio drammatico della vita pubblica italiana, che questo Paese non si salverà se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere», dichiara il secondo. Senza tema di smentita. Ma tocca già alle minoranze linguistiche, quelle rappresentate da Karl Keller, che si mostra leggermente altoatesino-centrico quando annuncia a Monti: «Noi giudicheremo valutando i provvedimenti che saranno adottati e prestando particolare attenzione al rispetto dello Statuto di autonomia del Trentino, Sud Tirolo e della Valle d’Aosta». Il premier fa cenni col capo, come a dire: ja, ist gut, partiremo da lì. Intanto in aula spunta il recordman della assenze, Antonio Gaglione, che si presenta a sorpresa a Montecitorio e spiega: «Sono qui per votare la fiducia a Monti, perché è un governo serio». Come il suo inseparabile papillon.