Sacrifici? Sì ma chi ha di più paghi di più

Non voglio entrare nei meandri delle soluzioni con cui l’Italia potrebbe uscire senza farsi troppo male da questa crisi politica. Non lo faccio non perché non abbia un’idea precisa, ma perché non voglio perdere l’occasione di parlare a nome delle persone che rappresento, facendo come sempre sindacato. Non sfuggirà ormai più a nessuno che ci troviamo come Paese, tutti quanti insieme, davanti ad una delle prove più difficili della nostra storia, dalla quale volenti o nolenti usciremo “come nuovi”. Che intendo? Dobbiamo compiere un’impresa che prima non abbiamo saputo o voluto fare e che cambierà inevitabilmente ognuno di noi. Siamo sotto gli occhi di tutti, tutti ci osservano e si aspettano da noi fatti, prima ancora delle soluzioni politiche. Lo ha detto a chiare lettere il Commissario Ue Olli Rehn, che per oggi attende dal ministro Tremonti riscontri dettagliati a ben 39 domande. «Le risposte sulle misure da attuare in Italia ci devono arrivare il prima possibile, con questo governo o con un altro» e lo ha detto proprio il giorno in cui l’esecutivo si è trovato alla Camera davanti alla situazione paradossale in cui, pur avendo ottenuto l’approvazione del rendiconto generale dello Stato, è finito in minoranza con 308 voti favorevoli contro 321 astenuti. «Con questo o con un altro governo» significa che chi si è impegnato a salvare i nostri titoli sul mercato pretende per continuare a farlo che da parte nostra si agisca di conseguenza. Un monito chiaro per la maggioranza ma anche per l’opposizione che ambisce a conquistare la guida del Paese.

La dittatura dei mercati

Ma il giorno dopo, di fronte all’annuncio di prossime dimissioni del premier che arriveranno non prima di aver attuato gli impegni assunti davanti all’Europa, mentre non accennava a smettere la pioggia di ipotesi sul “dopo-Berlusconi”, lo spread ha continuato ad impennarsi a quota 575 punti, i rendimenti sono arrivati al 7 per cento. Il segnale dei mercati è stato molto chiaro anche per chi di finanza non se ne intende: servono fatti e la situazione, nonostante appaia mutata, non consente di immaginare che tali fatti si verificheranno così come ci si aspetta. Perché è difficile credere che il nostro Paese riesca a fare ciò che deve. Bisogna ricordare che in effetti la legge di stabilità sarebbe già dovuta essere approvata insieme al decreto sviluppo, ma siamo ancora in attesa del via libera al maxiemendamento nel quale ci sarà di tutto e di più, dalle misure di rigore a quelle cosiddette per la crescita, al cui contenuto potrebbero essere aggiunti “rinforzi” alla luce di quanto sta accadendo sui mercati finanziari e delle maggiori richieste provenienti dall’Europa. E veniamo al “rinforzo” del maxi emendamento: inutile girarci intorno, lo spettro sono i licenziamenti per motivi economici anche per i contratti a tempo indeterminato, nonché le pensioni. Qualcuno nel governo, e non solo, è convinto che con questa misura si può conseguire la crescita; così infatti era scritto nella lettera consegnata dal presidente del Consiglio all’Europa alla fine di ottobre. Quello che manca all’Italia, si sostiene, e di cui hanno bisogno le imprese è la flessibilità, senza la quale è bloccato lo sviluppo. Mi chiedo sinceramente quali vantaggi diretti possa portare la libertà arbitraria di licenziare – perché di questo si tratta – in termini di prodotto interno lordo e di conti pubblici. In realtà nessuno, anzi tutto il contrario. Perché a fronte di una vasta evasione fiscale e alla luce di una delle poche certezze rappresentata dal fatto che a pagare le tasse sono quasi esclusivamente i lavoratori dipendenti e le aziende sane, sono convinto che lo Stato perderebbe molto in termini di entrate, così anche le imprese. Riducendo, come si sta già facendo, il numero dei lavoratori è decisamente difficile immaginare di aumentare il numero dei consumatori.

Siamo il Paese della precarietà
Ricordo poi molto chiaramente che noi eravamo e siamo ancora il Paese della precarietà perché la riforma Biagi è rimasta incompleta proprio nella parte più delicata del suo impianto ovvero le garanzie, quindi gli ammortizzatori sociali, con cui si sarebbero dovuti controbilanciare gli strumenti di flessibilità, che ormai sono tanti, troppi. Se alla nostra attuale condizione di precarietà del mondo del lavoro, nel quale è cresciuto a dismisura il fenomeno degli inattivi, segno di una grave patologia del sistema, si dovesse aggiungere ulteriore flessibilità, a prevalere e a moltiplicarsi sarebbe la prima e non la seconda. Perché chiedere ancora interventi sulle pensioni quando è noto a tutti che il sistema è in equilibrio e che nei fatti sono in molti ad andare in pensione in età avanzata? Perché i lavoratori, e tutti coloro che vivono alla luce del sole, non possono sottrarsi né a nuove tasse né a nuove tariffe o ad altri provvedimenti, come tagli alle agevolazioni fiscali o ai servizi, decisi  mano a mano che la crisi si è intensificata. Non solo non possono sottrarsi, ma dovranno provvedere di tasca propria a tali ulteriori carenze. Adesso basta, però. In momenti di una simile gravità i sacrifici si accettano e si comprendono, ma devono essere necessariamente condivisi da tutti. Con ciò intendo che a partire da un drastico e immediato taglio dei costi della politica, di cui dalla manovra-bis non sentiamo più parlare né dalla maggioranza né dall’opposizione, fino ad una seria e strutturale patrimoniale bisogna chiedere ora maggiori risorse a chi le possiede, non a chi fatica per arrivare a fine mese o a chi vive di solo reddito da lavoro e da pensione. È un semplice principio, direi quasi, matematico e anche etico, sociale, morale. Perché è anche di questo che si tratta: occorre recuperare da parte della politica, di tutta la politica, valori, moralità, credibilità e sensibilità sociale.

Crisi di sistema
Di fronte all’Italia che rischia di crollare non tanto per le sue debolezze economiche, che sono ormai ataviche e che si sono semplicemente aggiunte ai riflessi di una crisi di sistema, quanto per la sua scarsa credibilità, maggioranza e opposizione, governo e parti sociali si sarebbero dovute sedere di fronte a un tavolo per trovare soluzioni concrete e condivise. Al posto di ingiuste e improprie richieste da parte dell’Europa, come una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, si sarebbe potuta trovare insieme un’alternativa, perché tutti sanno che di fronte alla perdita di un lavoro in Italia non esistono adeguati strumenti per ritrovare un’occupazione, a meno che non si possa contare su una vasta rete di amicizie e parentele. Non siamo la Grecia, è vero, ma non siamo neanche la Francia, la Germania e l’Inghilterra, perché in Italia non esiste il merito.  Alla crisi italiana vanno date soluzioni italiane, dimostriamo al mondo intero che ci sta osservando, e a quello che non vede l’ora di mettere le mani sulla nostra ricchezza, anche sulle nostre banche, che abbiamo a cuore il nostro Paese.