Riforme-choc, così di euro si può morire

Nulla di nuovo sotto il sole. Sulla crisi l’Europa sta sprecando tempo prezioso. Il direttorio franco-tedesco non decide praticamente nulla mentre i mercati mandano in fumo decine di miliardi. I segnali non sono incoraggianti: Angela Merkel continua a chiudere la porta in faccia a chi sponsorizza gli eurobond e vorrebbe inserire modifiche di mandato per la Banca centrale europea, la Grecia vive con al collo il cappio costituito dalle richieste di Ue, Bce e Fmi, l’Italia fa gli scongiuri per non rischiare altrettanto. Per noi, sul tavolo, c’è l’amara minestra preparata dal governo Monti che si appresta a intervenire sulle pensioni, tassare la casa, con l’Ici e forse anche la patrimoniale, aumentare l’Iva. Miracoli del governo tecnico, che in questo modo, facendo quanto Berlusconi non ha voluto e potuto fare, punta a centrare il pareggio di bilancio nel 2013, recuperando quanto si è perso in queste settimane a causa dello spread e quanto perderemo in entrate per effetto della contrazione del Pil (-0,5 per cento) attesa per il 2012.

Lacrime e sangue
Lacrime e sangue che, almeno in questa prima fase, serviranno in buona parte a sanare i guasti conseguenti alla spallata di opposizioni, stampa e quant’altro che, con l’aiuto dello spread, sono finalmente riusciti a disarcionare Berlusconi. Mario Monti raccoglie questa eredità e presenta il conto agli italiani. Misure dolorosissime, contro le quali finora nessuno ha trovato da obiettare. Gli stessi sindacati, per molti giorni assenti, ieri, tirati per la giacchetta, sono intervenuti per dire che le pensioni non potevano essere usate per fare cassa. Angeletti, la Camusso e qualche seconda linea hanno fatto barriera: non si toccano i 40 anni di contribuzione per le pensioni d’anzianità e non si tocca la rivalutazione degli assegni. Tutto, però, sembra fermarsi alla pretattica. La segretaria della Cgil, infatti, dice di no anche alle modifiche all’articolo 18 e pretende di dettare le regole sulla patrimoniale: senza di essa, afferma, non ci sarà nessuna riforma fiscale. Troppe le richieste per pensare che possano essere tutte accolte. Lo sbarramento serve per tenersi le mani libere e poter poi dire di sì a tutto e al contrario di tutto. A confermarlo è il fatto che di proteste vere, come quelle effettuate quotidianamente contro il Cavaliere quando bastavano semplici indiscrezioni per scatenare la piazza, per il momento non si intravede neppure l’ombra. Tutti sonnecchiano: Cgil, Fiom, Cobas,  centri sociali, studenti, insegnanti e popolo viola.

Inglesi in sciopero
Sull’altare della crisi il Belpaese si prepara ad accettare rinunce che altrove stanno provocando grandi proteste. In Gran Bretagna, ad esempio, il cloroformio non sembra funzionare. Ieri l’intero Paese è stato sconvolto da un’astensione dal lavoro che ha interessato due milioni di pubblici dipendenti, in piazza per protestare contro la riforma della previdenza. Gli inglesi dovranno pagare di più per le loro pensioni e dovranno lavorare più a lungo prima di potersi ritirare in quiescenza. E questo non va loro giù. Hanno incrociato le braccia insegnanti, personale ospedaliero, guardie di frontiera, impiegati degli uffici governativi e dipendenti ministeriali che hanno così dato vita al più grande sciopero di massa dell’Inghilterra dal 1979 a oggi. Sul tavolo una dialettica del tutto simile a quella italiana, anche se la Gran Bretagna non fa parte dell’euro. Le persone vivono più a lungo e il sistema previdenziale rischia di andare in contocircuito.

Tempesta francese
La Francia non crede più a un “rapido” accordo con la Germania sul salvataggio della zona euro. Sarkozy si consulta quotidianamente con la Merkel ma poi non riesce a cavare un ragno dal buco. Lo scorso 24 novembre, secondo quanto riportava ieri il settimanale satirico Le Canard Enchainè, il presidente francese si sarebbe sfogato fuori onda, al termine dell’incontro a Strasburgo con la “cancelliera” tedesca e con Monti, affermando: «La Merkel ci crea un gran casino in Europa. Diventa complicato. Ci sta facendo correre verso la catastrofe». Tutto qui? No, c’è anche dell’altro. Sarkozy, forse per cercare di dimenticare i guai che ha in patria, l’11 novembre aveva già  definito Berlusconi «patetico». Poi era partito con il piede sbagliato nei confronti di Monti, quando aveva manifestato il desiderio di venire a Roma per fornirgli il suo sostegno. Una gaffe dopo l’altra a cui si uniscono considerazioni poco lusinghiere fatte a Barack Obama e riguardanti il premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Non posso sopportarlo – ha detto Sarkozy al presidente Usa – è un bugiardo». E l’ex premier greco George Papandreou? Non sta meglio. Per il presidente francese era un «pazzo» e un «depresso». Considerazioni imbarazzanti fatte da un personaggio  in caduta libera nel gradimento, con i sondaggi che lo inchiodano al 20 per cento dei consensi. Le cose in Francia vanno male e per lui ancora peggio: il debito pubblico ha raggiunto l’87,7 per cento del Pil e viaggia  a velocità sostenuta,  la disoccupazione è al 10 per cento e l’esposizione nei confronti della Gracia raggiungerebbe i 150 miliardi. E pensare che in una situazione simile Nicolas Sarkozy aveva trovato anche il coraggio di ridere dell’Italia, mentre i mercati attaccavano i titoli pubblici francesi, lo spread rispetto al Bund tedesco sfiora i 180 punti, il pericolo di declassamento del rating AAA è dietro l’angolo, le banche sono  indebitate fino al collo e da ricapitalizzare. Fantasie? Per nulla. Secondo Marine Le Pen, Parigi ha già perso la tripla A, i tassi d’interesse aumentano e il costo della vita anche. Giorno dopo giorno – dice la leader del Front national – il timore che la Francia sia prossima nella lista dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia si fa più concreto. Avvertimenti sono già arrivati dalle Agenzie Moody’s e Fitch, mentre Standard & Poor’s (che giorni fa aveva erroneamente annunciato il taglio della valutazione) si appresta a porre il rating in outlook negativo entro una settimana, al massimo dieci giorni. Oggi il presidente francese pronuncerà a Tolone un grande discorso sulla crisi dell’Europa, ma il ministro degli Esteri Alain Juppè ieri intervistato dal settimanale L’Express ha detto senza mezzi termini che  l’Europa attraversa una «crisi esistenziale» e che «l’esplosione della zona euro corrisponderebbe a un’esplosione  della stessa Unione europea». Più chiari di così… Anche perché Juppè non esclude che dalla tempesta attuale si esca «mettendo in discussione tutto ciò che abbiamo costruito, non solo da una ventina d’anni, ma anche dalla fondazione».

Scenari di crisi
Prima di tarare tutte le nostre riforme sulla base dei desideri della Merkel, dunque, sarebbe il caso di fare una qualche riflessione. E domandarsi se è questo che serve, a noi e agli altri partner europei. La stessa Germania, infatti, quando sarà riuscita a imporre a tutti lacrime, sangue e sacrifici sarà costretta a rifare i conti e a ripensare il suo futuro. A chi venderà i suoi prodotti se tutti gli europei saranno poveri in canna e intenti a fare nuovi buchi alla cintura? I tedeschi, per ora non lo capiscono, ma è evidente che la loro ricetta rischia di lasciarci tutti  stecchiti. Dice Giuseppe Vegas, presidente della Consob, che se non si scioglie il nodo della Bce, colmando il divario con la Fed, cambiandogli missione e mettendola nelle condizioni di stampare moneta in momenti come questo, il rischio del «credit crunch» è reale. In Italia, in questo momento, le banche non hanno più liquidità e rischiano di bloccare il sistema economico. Tutta colpa nostra? No. Il fatto è che l’Eba (European Banking Authority) con le sue decisioni ha tramutato in titoli “tossici” i 160 miliardi di Btp detenuti dai nostri istituti di credito che, invece, sono poco esposti sul fronte dei Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Un nostro punto di forza si è così tramutato in un punto di debolezza..