Pdl: niente ribaltoni, ma si divide sul voto subito

Alle elezioni, alle elezioni! Anzi no. Il day after del Pdl, dopo le dimissioni annunciate da Silvio Berlusconi, si snoda tutto attorno a questo dilemma: spingere per andare alle urne, rifiutando ogni ipotesi governativa transitoria (ed è l’intenzione più volte espressa dal Cavaliere) o cercare soluzioni alternative, come sempre più esponenti del centrodestra chiedono? Al Pdl l’ardua decisione, anche se bisognerà fare in fretta, dato che Napolitano, anche per rassicurare i mercati, ha dettato ieri un’agenda serrata con scadenze fisse e inderogabili. E intanto, sul dibattito, si allunga l’ombra lunga di Mario Monti…

La maratona mediatica del Cav

Posta l’alternativa fondamentale e naturale – nuovo governo o elezioni – la palla passa ora al Pdl. Ma le cose non sono così semplici. Dopo il vertice notturno con i leghisti e quello mattutino con con Alfano, Chicchitto, Gasparri, Bondi e La Russa, Berlusconi ha mostrato di avere le idee molto chiare: niente sovvertimento della volontà degli elettori, si va alle urne. Un concetto, questo, ribadito nella maratona mediatica che ha visto il premier confidare le proprie impressioni a diversi organi di informazione. «Dopo le mie dimissioni si aprirà la fase delle consultazioni e sono sicuro, anche se questo naturalmente rientra nelle responsabilità del capo dello Stato, che non si andrà alla formazione di nessun altro governo diverso dal nostro e che si tornerà alle urne», ha per l’appunto dichiarato Berlusconi a “Mattino 5”. Alla domanda su chi sarà il candidato premier del centrodestra, il premier ha risposto: «Ci saranno le consultazioni tra il milione e duecentomila iscritti al Pdl, ma penso che in pole position ci sia il nostro bravissimo Angelino Alfano grazie al quale ci sarà finalmente un cambio generazionale». Con il passo indietro di martedì, ha spiegato poi al Gr Radio Rai, «ho anteposto l’interesse del Paese a quello mio personale, del mio governo e della mia parte politica». Le indiscrezioni giunte in serata, tuttavia, davano un Berlusconi ormai rassegnato a valutare l’ipotesi di Mario Monti premier.

Subito al voto

A favore del ricorso immediato alle urne, comunque, è anche la Lega e un gruppo di esponenti del Pdl (ex aennini come La Russa, Gasparri, Matteoli, Ronchi ma anche pidiellini come Sacconi, Brunetta, Gelmini), che si schierano nettamente contro un esecutivo delle larghe intese e spronano il premier ad insistere per la via del voto. «La nascita di un governo di tutti insieme è una iattura definitiva», ha chiosato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. «Come possiamo chiedere a Berlusconi – si è chiesto retoricamente – di fare un governo con il Pd? Io sono per votare immediatamente: in una situazione di crisi è il corpo elettorale che deve prendersi la responsabilità di chi mandare al governo». Anche il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni è sulla stessa linea: «Avviso ai “tentati” dal ribaltone: la difficile situazione economica mondiale è figlia soprattutto della debolezza della politica. Agli sciacalli della speculazione finanziaria l’Italia deve ribadire il primato della politica sull’economia. Non è il momento di cedimenti agli interessi di lobby e di palazzo. È tempo di rispettare la centralità della sovranità popolare: il Pdl fa bene a ritenere il voto l’unica risposta possibile alla crisi». Più articolato il quadro disegnato dal vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, secondo il quale «le strade sono due: il voto anticipato o un governo di emergenza nazionale ampiamente condiviso che non può però essere composto da transfughi o singoli ma dai partiti». Il pericolo, per Lupi, è la possibile nascita di uno, o anche due, nuovi gruppi parlamentari, a cui si starebbe alacremente lavorando per sostenere un governo di larghe intese, anche nel caso Pdl e Lega fossero contrari. «L’orientamento è quello di fare un nuovo gruppo», raccogliendo i malpancisti, ha in effetti confessato Roberto Antonione.

La fronda Pdl contro il voto
Intanto, però, cresce in queste ore il numero di ministri che chiedono al premier di non escludere aprioristicamente un appoggio del Pdl ad un governo di unità nazionale, rappresentando a Berlusconi i rischi che comporterebbe lanciarsi in campagna elettorale in un momento di così grave crisi. «Conclusa la fase di approvazione dei provvedimenti urgenti bisognerà fare tutti un ragionamento in cui muoversi senza pregiudizi nè paraocchi», ha detto ad esempio il sindaco di Roma Giani Alemanno, precisando che «tutte le ipotesi devono essere vagliate alla luce del bene comune e dell’interesse dell’Italia». Il governatore lombardo Roberto Formigoni, dal canto suo, ha sottolineato che «andare a elezioni anticipate nelle attuali condizioni drammatiche per l’economia sarebbe un grave danno per l’Italia». Ostili alle urne anche gli scajoliani: «Andare alle urne ora sarebbe sbagliato», si legge sul sito Caravella.eu, nella rubrica di Claudio Scajola. «Occorre – aggiunge – assicurare immediatamente stabilità di governo al Paese». Al Senato, intanto, Beppe Pisanu sta lavorando a un documento, con le firme di un gruppo di senatori pidiellini, per dire un no chiaro alle elezioni. Si schierano contro un ritorno alle urne anche tutti i partiti di opposizione (inclusi i Radicali), tranne Antonio Di Pietro, che però non si opporrebbe a un governo breve per le riforme.

La Lega: che bella l’opposizione…
Insomma, la situazione è fluida e in continuo divenire. Uno dei punti fermi, invece, rimane l’opposizione della Lega a ogni ipotesi di governo tecnico. A chi gli chiedeva se era «pronto ad andare all’opposizione», Umberto Bossi ha risposto che «è bello stare all’opposizione». E ha ribadito: «Noi, tendenzialmente, vogliamo andare al voto». E ancora, Roberto Calderoli: «La Lega non sosterrà mai, ribadisco mai un governo tecnico, di unità nazionale, di tregua, di maggioranze allargate o come diavolo lo si voglia chiamare che altro non sono che “pastrocchi” di Palazzo. Il popolo con il voto ha scelto questo governo e se questo governo cade la parola deve tornare al popolo». Indiscrezioni, tuttavia, danno un Carroccio diviso tra i bossiani, fermi sul voto anticipato, e i maroniani favorevoli d un governo tecnico. Al momento la quadra non ci sarebbe. E in ambienti della maggioranza si ipotizza anche la possibilità di un appoggio esterno del Carroccio ad un eventuale esecutivo di transizione.