Paperoni e lobby lavorano per Monti

Bruegel e Rockefeller: il primo, detto “il Vecchio”, è un pittore fiammingo del tardo rinascimento, famoso per l’opera “La parabola dei ciechi”, gioiello del Museo di Capodimonte di Napoli; il secondo, David senior, è un banchiere statunitense massone, ultimo erede di una famiglia famosa in tutto il mondo per avere un patrimonio sconfinato che Forbes stima in circa 2 miliardi di dollari. Intorno a questi due nomi ruota la storia personale dell’uomo della presunta Provvidenza, Mario Monti, l’economista invocato da tutto lo sconfinato universo anti-berlusconiano come il tecnico in grado di tranquillizzare i mercati e allontanare l’Italia dall’incubo greco. C’è lui dietro l’angolo, per il dopo Berlusconi, a lui il Capo dello Stato potrebbe affidare il compito di cercare una maggioranza in grado di sostenere il piano finanziario chiesto dalla Ue, integrandolo con ulteriori misure “lacrime e sangue” che regalerebbero a lui un’aurea di prestigio internazionale ma che colpirebbero duramente il tenore di vita degli italiani. Ponendoli, probabilmente, su una dimensione greca che le immagini di disperazione che ci arrivano ogni giorno da Atene ci restituiscono in tutta la sua disperazione.

Monti, Bruguel, Rockefeller e le super lobby
Una riflessione sull’artista fiammingo del ’500 e sul banchiere ormai 96enne può essere utile per comprendere i legami di Monti con l’alta finanza mondiale. A parte la sua nota collaborazione con la banca d’affari statunitense Goldman Sachs (esperienza condivisa con Prodi e Draghi), Mario Monti è stato il primo presidente dell’istituto “Bruegel”, un think-tank, nato a Bruxelles nel 2005, composto e finanziato da 16 Stati membri e 28 multinazionali. Il nome dell’istituto trae ispirazione dal pittore Peter Bruegel “il Vecchio” perché l’artista si ispirava, nelle le sue opere, all’osservazione della realtà sociale, dandogli un taglio politico talvolta anche mistico, come nel caso della “Parabola dei ciechi”, del 1568, ispirata a un passo del Vangelo di Luca dove ci si chiede se un cieco possa guidare un altro cieco lungo la strada della salvezza. Occhio e croce sembra la metafora perfetta del governo dei tecnici destinato a mazzolare ciecamente gli italiani agganciando una cordata che parte da Monti e si snoda su un asse che passa per Barroso, Draghi, Sarkozy, Merkel, per approdare a banche d’affari e fondi speculativi che sull’Italia hanno già scommesso e guadagnato. Senza alcun collegamento con il consenso politico, ovviamente, senza alcuna intenzione di valutare l’impatto sulle tasche degli italiani. Quel think-tank era nato a Bruxelles su iniziativa del cancelliere socialdemocratico Schroeder e dell’ex presidente francese Chirac, contando sul contributo di Monti e di altri due economisti transalpini, Jean Pisani-Ferry e Nicolas Véron, a conferma di un legame forte tra l’aspirante premier “tecnico” italiano e l’asse franco-tedesco che spinge per il commissariamento dell’Italia. Ma Monti è anche presidente della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller, che oltre a fare il banchiere è anche considerato uno dei più potenti registi mondiali del lobbismo finanziario, al pari di George Soros. Ma Rockefeller senior è anche uno dei membri fondatori del contestato Gruppo Bilderberg, di cui fa parte anche Monti: è un “consiglio” che riunisce le personalità più influenti in campo economico, politico e bancario e si riunisce annualmente in hotel o resort di lusso in varie parti del mondo, svolgendo conferenze chiuse al pubblico e ai media. Qualcosa di simile al Britannia.

Il commissariamento sull’asse franco-tedesco
Il “commissario” Monti, che dal 2004 cova una sua personale ostilità nei confronti di Berlusconi, che gli negò la riconferma nel board della Ue, è il candidato ideale per i poteri forti del Vecchio e del Nuovo Continente: è l’uomo chiamato a fare il “lavoro duro” per tutelare i Paesi più esposti dall’effetti domino di un default italiano, il profilo ideale per usare la mano pesante sul Paese senza doverne rispondere all’elettorato quanto piuttosto ai suoi referenti istituzionali e finanziari, che non aspettano altro. In definitiva, Monti, persona indubbiamente preparata e stimata, è il tecnico giusto al posto giusto per consentire all’Europa di commissariarci e ai partiti italiani di opposizione di preparare l’alternativa al centrodestra scaricando su altri il peso politico di scelte impopolari, come la riforma delle pensioni e la patrimoniale, che Berlusconi invece si ostina a non voler fare, proprio perché pagherebbe dazio in popolarità e consenso. Ecco perché la curiosità di sapere dopo l’eventuale spallata a Berlusconi come si comporterebbe il mondo sindacale, culturale e politico che ruota intorno alla sinistra, è forte: come si regolerebbe con manovre in stile Amato e Ciampi del governo Monti? Scenderebbe in piazza contro l’uomo che li ha liberato dal demonio?

L’affronto di Berlusconi

Già agli inizi di settembre Mario Monti dichiarava la propria disponibilità ad un impegno in prima persona per salvare dall’impasse la politica italiana, dicendosi pronto ad una eventuale chiamata del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’ottica di formare un governo tecnico di transizione nel dopo-governo Berlusconi. Ma perché tanto interesse nei confronti del Cavaliere? Sicuramente per motivazioni nobili, di interesse nazionale, ma anche, forse, per qualche antico astio personale. Monti fu infatti segnalato per la nomina a commissario europeo nel 1994 dal governo Berlusconi come candidato indipendente, assieme ad Emma Bonino. Nel 1999 Monti venne riconfermato dal governo D’Alema  per la Commissione Ue guidata da Prodi ed ebbe la delega alla Concorrenza. Nel 2004, però, il governo Berlusconi decise di non appoggiare la sua rinomina per la commissione Barroso, preferendogli Rocco Buttiglione (successivamente sostituito da Franco Frattini dopo il rigetto della candidatura di Buttiglione da parte del Parlamento Europeo). Da quel giorno, ogni qual volta ne ha avuto occasione, Monti s’è tolto lo sfizio di attaccare il governo Berlusconi. E adesso, ostentando un’apparente indifferenza, è pronto a consumare la propria, cieca, rivincita politica.