Ma quale Berlusconi: lo sponsor della crisi è la grande finanza

Il grande bluff è finito. Dopo aver sparato botti su botti come nella notte di Capodanno, travolgendo l’opinione pubblica con il disfattismo più becero, nel tentativo (riuscito grazie ai media “amici”) di caricare tutte le colpe sulle spalle di Berlusconi – colpevole anche se il vicino di casa ascoltava la musica a tutto volume – il centrosinistra è entrato nella corte di “re” Mario Monti e non lancia più allarmi. Èppure nulla sembra essere cambiato. Ieri Borsa e spread veleggiavano entrambi in terreno negativo, come succede da qualche tempo, tenendo a battesimo un governo di tecnici che più tecnici non si può. Con l’economia in mano agli economisti e i rappresentanti delle banche entrati nelle stanze dei bottoni. Tanto che alcuni organi di stampa, ieri, tornavano a riproporre il problema del conflitto di interessi. Ma questa volta senza che Berlusconi c’entrasse nulla. I banchieri sono riusciti a ottenere le garanzie richieste. Le hanno ottenute in Italia e in Grecia (ad Atene il governo è in mano all’ex vicepresidente della Bce) e finiranno per ottenerle anche in Spagna e a Parigi. Magari, tra qualche tempo, vedremo Jean-Claude Trichet alla testa di un governo made in France, con buona pace di Nicolas Sarkozy, che dopo aver giocato a fare l’ironico con i problemi degli italiani, oggi si trova a fare i conti con un forte crollo di credibilità e con un vero e proprio assalto ai titoli pubblici francesi il cui spread, rispetto al Bund tedesco, ieri ha superato per la prima volta i 200 punti base. Le banche, all’origine della crisi secondo quanto insegnano le vicende Usa, con i mutui subprime e Lehman Brothers sugli scudi, oggi hanno in mano il bandolo della matassa, almeno in una cospicua parte dell’Europa. Oltreoceano, infatti, le cose vanno un po’ diversamente, con una vera lotta agli speculatori.

Le cause della crisi
Almeno per i più avveduti, in sostanza, le cause che hanno portato alla crisi mondiale sono abbastanza chiare: i mutui subprime, il debito privato e, successivamente, quello pubblico quando le banche hanno rivelato l’impossibilità di reggere l’impatto e hanno quindi richiesto ingenti finanziamenti da parte degli Stati. Cosa c’entri il Cavaliere in tutta questa storia lo sanno solo i suoi detrattori, la stampa che l’ha messo sulla graticola e i partiti di opposizione che hanno approfittato della crisi per portare sul palcoscenico le sceneggiate politiche. Tra l’altro, in Italia non c’è stata nemmeno la necessità di interventi che ricapitalizzassero gli istituti di credito. Perfino i Tremonti bond sono stati poco gettonati. Le nostre banche hanno più grattacapi adesso, a causa dell’Europa che vuole imporre loro una cura da 14,7 miliardi, che quando in tutto il mondo le loro consorelle ebbero a manifestare deficit di liquidità. Il problema è costituito da come valutare l’enorme mole di Btp, Bot e Ctz che le nostre banche hanno in pancia e in questo la Ue, imponendoci una svalutazione al valore segnato il 30 settembre scorso, certamente non aiuta. Berlusconi ha fatto la voce grossa a Bruxelles, ma Merkel e Sarkozy, impegnati a salvaguardare i bilanci delle banche casalinghe, fortemente esposte sul fronte greco, hanno fatto orecchie da mercante. Tirando le somme, in sostanza, si può dire che la politica è stata la “vittima” e non la “causa” della crisi. Gli errori politici, se ci sono stati, in casa Italia sono stati davvero pochi. Non altrettanto, invece, si può dire a livello europeo.

Errori in casa Ue
Merkel e Sarkozy hanno perso tempo, hanno speculato sulla crisi a fini elettorali interni e hanno mandato gambe all’aria la Grecia. Se alle prime avvisaglie sul fronte ellenico, infatti, ci fossimo dotati degli strumenti necessari per contrastare l’offensiva degli speculatori avremmo spento l’incendio pagando di meno e senza le ripercussioni sugli altri Stati Ue che invece si stanno verificando. Francia e Germania dapprima hanno retto il gioco alle agenzie di rating che, di volta in volta, disarcionavano Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia. Poi, quando l’assedio si è fatto più incalzante e gli “invasori” sono arrivati sotto le mura di Parigi, la musica è cambiata. Lo spettro di sanzioni contro Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e tutto il resto, condito anche dalla minaccia di dare corpo a un’agenzia europea che facesse da contrappeso allo strapotere Usa e delle grandi banche americane, è diventato una realtà. Addirittura, quando S&P ha avuto l’ardire di mandare in rete un comunicato che di fatto faceva perdere la tripla A alla Francia, si è giunti a costringerla a rimangiarselo con una smentita. E pensare che quando le uscite nei confronti dell’Italia venivano dosate per fare il maggior danno possibile nessuno protestava e i disfattisti di casa nostra battevano le mani addossando tutte le colpe a Berlusconi. Adesso il Cavaliere non è più al governo, alle agenzie di rating viene intimato di non rendere pubbliche valutazioni relative ai Paesi oggetto di programmi di aiuto da parte della Ue e del Fmi, per non vanificare gli sforzi connessi al loro salvataggio. Ciò malgrado, comunque, i crolli in Borsa continuano e lo spread si allarga sempre di più. Non basta mettere la polvere sotto il tappeto per avere la casa pulita come per incanto.

Servirebbe più Europa
Adesso che la tempesta mette a rischio l’Europa e l’intera architettura dell’euro, nelle stanze delle cancellerie europee si comincia a pensare ai possibili pompieri che dovrebbero spegnere l’incendio: ci vuole più Unione europea. Così com’è quel parafulmine, che in questi anni ha assicurato vantaggi ai cittadini del Vecchio Continente e ha costituito un paracadute per le nazioni che hanno aderito alla moneta unica non regge più. Chi si è illuso che potesse funzionare all’infinito è dunque servito. L’Europa deve fare l’Europa, avere un’anima politica e anche una banca in grado di operare come la  Federal Reserve americana, in caso contrario si riduce al direttorio Francia-Germania e questo non basta né a tranquillizzare i mercati, né a tutelare i popoli e gli Stati. Se anche Obama ha ritenuto di intervenire tirando le orecchie alla cancelliera Merkel e al francese Sarkozy è evidente che la misura è colma. Diciamo stop ai giochini o finiremo per mandare all’aria tutto.