Luca Carboni: «Noi figli dell’ideologia che ci dividiamo su tutto»

Il talento lo ha sempre avuto, la capacità di scandagliare le dinamiche dell’amore e le pieghe più private dei sentimenti non lo ha mai abbandonato. Ma più cresce più Luca Carboni – oggi quasi cinquantenne – si cimenta nel mescolare nei suoi dischi privato e pubblico. Non sentirete nemmeno in questo Senza titolo il cantore politico che deve urlare alla piazza e fare da capopopolo profeta, ma sentirete comunque un romantico pop singer che partendo dal privato spinge a riflettere gli appassionati di oggi e quanti sono cresciuti con l’autore di Ci stiamo sbagliando o Mare Mare e ancora Farfallina.

Carboni alle prese con un disco intimista e poetico…

È un disco in parte intimista, che cerca di essere molto poetico.

Con un gioco di parole hai scelto il titolo “Senza titolo”. Sei sempre più un cantore minimalista?

Nella mia storia ci sono album che portavano il nome il cognome o tutte e due insieme; stavolta volevo lasciare libertà di entrare nelle canzoni senza condizionamento, quindi ho preso in prestito dall’arte pittorica questo classico titolo non titolo che usano i pittori per definire le loro opere.

Nel disco canti “Provincia d’Italia”. Come vedi l’orizzonte di questo Paese?

Il mio non è uno sguardo privilegiato, in passato ho voluto raccontare la dinamica della città (anche perché sono sempre vissuto e cresciuto a Bologna) ma ultimamente ho vissuto una nuova esperienza di vivere in un paese sull’Appennino bolognese dove è nato questo disco; ho raccontato la provincia non solo nei lati belli ma anche nelle chiusure del piccolo centro, quella mentalità che resta un po’ indietro ed è poco incline ai cambiamenti.

Suggeriresti una bella abbuffata di sana provincia?

Sto vivendo una bella esperienza non per fuggire dalla città ma qui in provincia vivo una dimensione che apprezzo molto e che mi ha dato stimoli nuovi.

In passato scrivesti “Inno nazionale”. Credi sia una canzone ancora attuale?

Secondo me lo è, parlava di una chiusura che c’è tra regione e regione, tra paese e paese, esaltava i localismi a discapito dell’unità nazionale. Ti dico che tutto sta cambiando, è vero questo, ma certi vecchi campanilismi sono ancora attuali e lontani dall’essere superati.

In che direzione va il nostro Paese? Come possiamo tirarlo fuori dalle secche?

Guarda, in questo cd c’è una canzone come “Riccione-Alexander Platz” nella quale parlo del fatto che in Italia la nostra generazione, quella di noi che siamo vicini ai 50 anni e che negli anni ’80 avevamo grandi sogni e grandi intuizioni, siamo rimasti un po’ in silenzio, direi isolati. Non abbiamo saputo contribuire ad arricchire in modo romantico, nuovo, con nuovi pensieri e idee la vita sociale, la politica. Siamo rimasti fermi ai vecchi schemi di destra e sinistra, questa è ovviamente una critica a noi stessi, al nostro paese.

È un Paese ancora diviso in steccati?

Sì, siamo sempre figli dell’ideologia e ci dividiamo per tutto.

Poesie in musica: quali ambizioni contiene questo disco?

Speriamo che sia come dici tu, cioè che possa fare qualcosa contro le brutture e gli egoismi dei nostri giorni.

Di sicuro contiene amore…

Dai, speriamo sia una botta di vita.