La stangata? Arriva solo il 5 dicembre

Piove sul bagnato. L’Ocse dà i numeri (ieri è stato pubblicato l’outlook semestrale) e annuncia che nel 2012 l’Italia sarà in recessione. Ne deriverà un Prodotto interno lordo minore del previsto e, quindi, un gettito fiscale inferiore alle attese. Come dire che la voragine già in atto potrebbe allargare ulteriormente i suoi confini e le necessità economiche aumentare con la conseguenza di nuove possibili stangate. Moody’s, infatti, parla di escalation della crisi del debito e delle banche, che mette a rischio il rating dei Paesi europei, e si sbilancia fino a ipotizzare “default multipli”. Ad arretrare sarà tutta l’area dell’euro, compresa la Germania che dovrà accontentarsi di una crescita dello 0,6 per cento annuo. Ma per noi la medicina sarà amarissima: sei mesi fa si ipotizzava uno sviluppo dell’ordine dell’1,6 per cento, oggi l’organizzazione parigina è sicura che la crescita sarà negativa e si fermerà a meno 0,5 per cento. Poi una successiva “debole” ripresa  che dovrebbe consentire al nostro Paese di tornare a uno sviluppo dell’ordine dello 0,5 per cento nel corso del 2013. Già da questo scorcio di fine 2011 camminiamo nelle sabbie mobili della recessione. «L’attività si è fermata – certifica l’Ocse – con produzione industriale, fiducia ed export tutti molto deboli». Così i disoccupati raggiungeranno la bella percentuale dell’8,3 per cento l’anno prossimo e dell’8,6 nel 2013. Con questi scenari Piazza Affari prova a rimbalzare (più 4,6 per cento l’indice di ieri) sulla base della speranza che i leader europei trovino finalmente soluzioni capaci di mitigare gli effetti della crisi del debito (starebbero negoziando un patto fiscale), ma non convince nessuno. Lo spread del nostro Btp decennale rispetto al Bund tedesco si mantiene infatti vicino ai 500 punti base (482), in presenza di una paura folle che le aste dei nostri titoli pubblici (anche ieri sono stati piazzati 567,12 milioni di Btp a quindici anni con una domanda buona e rendimenti del 7,1 per cento) si possono concludere senza il completo collocamento, nonostante i tassi di interesse siano volati a livelli insostenibili (il Btp a due anni ha sfondato la barriera dell’8 per cento). Fantasie? No, tutto è possibile dopo che anche la Germania, la scorsa settimana, ha subito l’onta di un collocamento parziale dei suoi Bund.

Il piatto continua a piangere
Complici i molti miliardi bruciati sul fronte dello spread durante le ultime settimane e l’andamento asfittico della nostra economia la necessità di risorse economiche aumenta e il pareggio di bilancio a fine 2013 diventa impossibile da raggiungere se il governo non varerà subito una manovra economica aggiuntiva che si ipotizza dell’ordine di 15-20 miliardi di euro. Fmi e Ue smentiscono l’esistenza di un piano di aiuti all’Italia, ma Monti non sembra avere fretta. Impelagato con la nomina dei sottosegretari e dei viceministri del suo governo fa sapere che i provvedimenti allo studio arriveranno soltanto lunedì prossimo, 5 dicembre, subito dopo l’Eurogruppo di oggi e domani e prima del Consiglio europeo. Palazzo Chigi pensa al varo di uno o due decreti, ma non prima di aver consultato le forze sociali e i partiti che lo sostengono. Per ora la necessità di tranquillizzare i mercati, viene barattata con l’opportunità di non fare passi falsi a livello politico. Nei prossimi giorni, infatti, il premier vedrà i leader dei partiti che lo sostengono e i rappresentanti della parti sociali. Intanto, però, la voragine dei conti pubblici cresce e il presidente francese Nicolas Sarkozy entra in fibrillazione e attraverso un comunicato dell’Eliseo fa sapere che l’impegno di Francia e Germania per sostenere Roma è molto forte, ma spetta all’Italia «fare quello per cui questo Paese si è impegnato». Insomma, formalmente una dichiarazione di fiducia, ma – di fatto –  un nuovo richiamo a fare presto.

La ricetta è sempre più amara

La ricetta economica di Mario Monti è molto amara. Il governo Berlusconi ha fatto i salti mortali per non mettere le mani nelle tasche degli italiani e si è dimesso per non tagliare le pensioni, tassare la casa e fare la patrimoniale. Adesso, invece è diventato tutto lecito e per certo versi auspicabile. Della necessità di riqualificare la spesa, invece che agire sul fronte delle entrate, non si parla quasi più, con il risultato che – a furia di sottrarre risorse all’economia produttiva per vincolarle alle necessità dello Stato – si finirà per ridurre ulteriormente i consumi rafforzando le cause della recessione. Sul piatto c’è la prima casa, con il ripristino dell’Ici o la Super Imu, una possibile patrimoniale, un intervento sulle pensioni, ritocchi all’Iva, tentativo di affrontare il problema degli ordini professionali e delle tariffe minime. La chiamano strategia per la crescita, stabilità ed equità, ma vista così è più che altro un’azione tesa a incrementare le entrate a scapito dei bilanci delle famiglie italiane. In materia di previdenza la ricetta è ormai chiara: aumenterà l’età e diminuiranno gli assegni, perché il contributivo dovrebbe essere esteso a tutti, anche a chi al 31 dicembre 1995 aveva più di 18 anni di contributi e a chi a quella data era in mezzo al guado. Adesso c’è chi vede liquidata la propria pensione su base retributiva, chi su base retributiva e contributiva assieme, chi su base contributiva. In futuro vivrà soltanto il sistema contributivo. L’Imu, Imposta municipale unica, sarebbe dovuta scattare nel 2014, verrà invece anticipata già al 2012 e garantirà dodici miliardi l’anno.

La casa nel mirino
L’Imu è una delle soluzioni possibili, ma non la sola. L’imposta federalista potrebbe anche scattare dal 2013 ed essere anticipata, nel 2012, dall’Ici accompagnata da una rivalutazione delle rendite catastali e dall’aggancio al reddito. Sia l’Ici che l’Imu, così come previste, non sono infatti imposte progressive perché legate al valore catastale degli immobili e non al reddito del proprietario o alla sua ricchezza. In futuro non sarebbe più così. Alcuni dovrebbero pagare cifre molto superiori alle attuali, ma tutti finirebbero per dover corrispondere un’imposta più pesante. Il valore degli immobili calcolato con l’attuale rendita catastale è di fatto, secondo l’Agenzia del Territorio, di 3,4 volte inferiore ai valori di mercato. Una differenza che vale circa 60 miliardi di euro l’anno, che Monti vorrebbe recuperare. L’attuale legge prevede che le rendite catastali vengano aggiornate ogni dieci anni, anche se è dal 1989  che nessuno si incarica di farlo. Nel 1997 fu introdotta una rivalutazione del 5 per cento ma, rispetto a quello che si appresta a fare l’attuale governo dei tecnici, si tratta di una goccia nel mare. Oggi la stangata che si prepara è di quelle destinate a lasciare il segno, anche se Ici e nuovi estimi dovrebbero vedere la luce assieme a correttivi destinati a ridurre l’onere per chi dichiara redditi inferiori a 26mila euro l’anno.