La grande truffa: il Cav ha lasciato, lo spread se ne frega

«Fantastici i giornali italiani! Non gliene frega più niente dello spread. È a 475 ma parlano di “spread stabile”. Ah, se ci fossimo stati noi…». Sia pur nel tono colloquiale di Twitter, il segretario Pdl, Angelino Alfano, “cinguetta” una grande e triste verità: quella della grande presa in giro che riguarda gli italiani tutti e che concerne le presunte doti salvifiche e messianiche del professor Monti. Sembrava che dovesse bastare il governo tecnico e un premier che fosse abbastanza noioso nei meeting internazionali sembra improbabili barzellette. E invece Mr Mercati – sì, proprio la divinità totemica adorata dalla sinistra quando credeva che i suoi oracoli le dessero ragione – continua a fare le bizze. Evidentemente il problema non era l’uomo di Arcore…

Ma il mercato non abbocca
Anche ieri, in effetti, Milano ha perso l’1,54%, in linea con le altre borse europee – ma peggio di loro: giù dello 0,3% a 5.206,82 punti l’indice Ftse 100 di Londra. Arretra dell’1,22% il Dax di Francoforte e a Parigi il Cac 40 perde lo 0,84%. Madrid cede l’1,45%. Negli Usa, il Dow Jones scende dello 0,23% a 11.521 punti mentre il Nasdaq cala dello 0,17% a 2.518,77 punti. Dopo il tonfo della vigilia, in realtà la partenza era stata in rialzo, pur tra vari cambiamenti di passo. Attorno a metà giornata è però sfumato ogni entusiasmo, ancora sulle incertezze per la gestione europea della crisi del debito. Anche lo spread sembra fregarsene bellamente delle buone maniere di Monti e della sobrietà dei professori bocconiani. Lo spread Btp-Bund, infatti, è arrivato a toccare anche i 492 punti. Sotto tensione, inoltre, i titoli di Stato italiani a breve e medio termine. In chiusura dei mercati il rendimento del Btp a due anni si attesta sulla soglia critica del 7%, lo spread con l’equivalente bund tedesco sale a 660 punti base.
L’interesse sul titolo quinquennale sale al 6,93%, mentre la forbice con l’analogo bund a 5 anni si allarga a 591 punti. Quanto al differenziale fra i titoli tedeschi e quelli francesi la chiusura è a 161 punti, dopo un massimo intra-day di 168 punti. Poche oscillazioni anche per lo spread fra i Bund e i Bonos spagnoli che ha chiuso a 469 punti, oscillando fra quota 461 e 475. Per quanto riguarda la Francia, Moody’non cessa di tenere d’occhio Parigi: la tripla A dei nostri cugini d’oltralpe è seriamente a rischio, se lo spread resta su questi livelli. Anche alla Francia, quindi, sono richieste riforme e pesanti misure. Altro che chiacchiere su sobrietà e credibilità.

L’agenda di Monti: basterà?

Insomma, l’effetto Monti si è già affievolito o, forse, non c’è mai stato. Anche perché qui si ha a che fare con una crisi vera, che continua a prescindere dalle questioni di etichetta, dall’immagine o da concetti aleatori come la “fiducia” o la “credibilità”. Da noi, invece, si sono accontentati di mandare a casa Berlusconi, di rallegrarsi del ritrovato clima di coesino nazionale, una spruzzata di sobrietà, un paio di battute e si credeva che tutto si risolvesse così. E mentre le Camere sono ferme da giorni e lo spread aumenta, qui i media vanno in brodo di giuggiole per Monti parlando di una fantomatica “missione credibilità” del neopremier. Non credibilità, tuttavia, ma riforme è ciò che è richiesto al Paese. Riforme, probabilmente, assai prossime alla macelleria sociale, tanto che c’è da dubitare che persino un esecutivo tecnico abbia qualche scrupolo. Non sappiamo, insomma, se basterà reintrodurre l’Ici e tirar su una patrimoniale per sistemare tutto.

Quindi Silvio non c’entrava
In tutto questo, c’è comunque un dato che emerge con chiarezza e l’ex ministro degli Interni Roberto Maroni l’ha espresso con chiarezza: «Sono della stessa idea condivisa da Ferrara: si è trattato di un grande imbroglio, il cui principale obiettivo è stato far fuori Berlusconi e il suo esecutivo. Si diceva che bastavano le dimissioni per risolvere le cose, i risultati non mi sembrano esserci: ieri [lunedì – ndr] c’è stato il record negativo in borsa, ma ora sembra non interessi più nessuno», ha detto l’esponente leghista. Anche l’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si è espressa sull’argomento: «Lentamente, anche negli editoriali e tra gli opinionisti – ha dichiarato – l’idea di una crisi italiana figlia del governo Berlusconi lascia il passo a considerazioni assai diverse: le prime giornate della nuova fase politica non incontrano infatti l’attesa fiducia dei mercati e rivelano, al contrario, che non c’è un caso italiano, quasi una maglia nera nazionale, in Europa. C’è piuttosto, come ebbe a dire Berlusconi, inascoltato, la crisi dell’Euro e la inadeguatezza dell’architettura finanziaria europea, senza una Bce prestatore di ultima istanza, a lasciare visibilmente ancora al palo l’Italia, a suonare l’allarme per la Francia e a lambire la Germania. Verrebbe da dire: “Meglio tardi che mai”. Non mancherà comunque, per questo, l’appoggio del Pdl. Coerenza vuole infatti che le riforme contenute nel nostro programma, e richieste dall’Europa, vedano il nostro appoggio convinto». Il punto è chiaro: la sinistra ha accusato per anni il governo Berlusconi di “negare la crisi” e, così facendo, “danneggiare il Paese”, nonché “tradire gli elettori”. Dopodiché è stata essa stessa a perdersi dietro un’altra grande narrazione consolatoria: la crisi esiste – hanno detto – ma è colpa di Berlusconi. Insomma, quello che quasi dappertutto è un venticello appena fastidioso, in Italia sarebbe diventato un tornado a causa di Silvio e solo di Silvio. E così facendo, tuttavia, fanno propria la visione da loro criticata, poiché se la crisi dipende dal Cavaliere e il Cavaliere non c’è più, anche la crisi è destinata a sparire con lui. E invece alla fine si scopre che la crisi era strutturale e non, come si credeva, congiunturale.