«La Francia sulla Palestina? Vorrebbe, ma non può»

«I francesi hanno il loro interesse politico in Nord Africa, in Medio Oriente, perché dovrebbero mollare gli arabi per Israele? Per quanto importante sia strategicamente, loro lì non hanno interesse, lì ci sono gli americani». Pierluca Pucci Pocci, giornalista italiano di origini francesi, corrispondente del settimanale Valeurs Actuelles e autore di un libro su Gheddafi uscito pochi giorni prima della fine del Raìs, spiega così la posizione della Francia nella questione mediorientale e quel voto all’Unesco favorevole alla Palestina. Ma, aggiunge, c’è anche «una sorta di velleitarismo da parte loro: “Eravamo una grande potenza, non lo siamo più, facciamo di tutto per esserlo ancora”».

La Francia non si sta giocando le sue carte per determinare la politica europea in Medio Oriente? All’Unesco s’è fatta capofila del fronte comunitario per il sì e ieri è stata la prima a criticare duramente Israele per la decisione di tagliare i fondi all’Anp e accelerare sugli insediamenti a Gerusalemme est. Poco dopo anche la Commissione, attraverso Catherine Ashton, ha invitato Israele a tornare sui suoi passi…

Non so se la Francia voglia farsi potenza tutelare nei confronti della Palestina. Se vuole, è libera di farlo, è senz’altro un grande Paese, ma non so bene dove possa andare se Israele, Stati Uniti e Germania assumono un’altra posizione. I Paesi europei sono spaccati e delle dichiarazioni dell’Unione gli israeliani nemmeno ridono più. Dal punto di vista diplomatico l’Europa cos’è? Un’impotenza. Cosa può importare a Israele di quello che dicono Barroso, Van Rompuy o la baronessa Ashton se questi personaggi non hanno alcuna capacità di intervento diretto? La Ue è una colossale potenza economica, ma quando si parla di Israele, Medio Oriente e territori occupati contano le grandi potenze che hanno capacità operative, la Francia è una di queste grandi potenze, ma come dicevo Israele, Stati Uniti e Germania lo sono di più.

La Francia, però, si comporta da pari della Germania. Pensiamo alla gestione della crisi, all’attivismo dell’asse franco-tedesco.

Oggi nell’Unione europea, dal punto di vista economico, la Francia viaggia in prima classe con un biglietto di seconda. È come se i tedeschi tollerassero il suo velleitarismo, che non ha più ragion d’essere. La coppia franco-tedesca non funziona più bene come ai tempi di De Gaulle e Eisenhower, quando una Francia arrembante, con il suo enorme peso politico, si permetteva di legittimare una Germania forte economicamente ma non politicamente.

Allora parliamo delle proverbiali capacità diplomatiche di Parigi…

E diciamo che lo stesso Senato francese sostiene che la loro diplomazia non serve a un tubo. All’inizio della cosiddetta primavera araba la Francia non ha detto niente. Il commento dell’ambasciata a Tunisi è stato “ma figuriamoci se quattro ragazzotti possono rovesciare Ben Ali”. Parliamo della seconda rete diplomatica al mondo, che da due anni si è dotata di un osservatorio sulle grandi evoluzioni negli scenari internazionali. Fa base al ministero degli Esteri e dovrebbe essere all’avanguardia. Solo che non ha visto niente delle rivoluzioni arabe in Egitto e Tunisia, che sono zone fondamentali per gli interessi francesi. Il Senato, quindi, si è chiesto a cosa servissero tutti questi strumenti e la risposta è stata: a nulla, perché i diplomatici francesi sono intossicati dal politicamente corretto, scrivono note per far piacere al ministro di turno e fare carriera. A questo punto i francesi si sono detti “siamo stati ciechi sulla Tunisia e sull’Egitto, in Libia magari facciamo qualcosa”. Per la Palestina è più o meno sempre la stessa cosa, con una politica blandamente filo-palestinese e blandamente anti-americana.

Che però non è di oggi…

No, è da dopo la fine della Quarta Repubblica che è così. Dal ’45 al ’58 la Francia è filo-israeliana, al punto che fa la bomba atomica praticamente insieme a Israele, parallelamente. Hanno un nemico in comune: gli arabi. La Francia deve difendere il suo impero nordafricano dai movimenti nazionalisti di liberazione. Lì c’è la convergenza e Israele vince la guerra dei sei giorni con i mirage francesi. Con De Gaulle le cose cambiano, lui molla l’Algeria, l’ascesso algerino, che per la Francia è una palla al piede, e si ritrova libero di fare la politique arabe francese. Dopo la guerra dei sei giorni disse che gli «israeliani sono un popolo sicuro di sé e dominatore» e ci fu anche una tremenda vignetta su Le Monde con un campo di concentramento e quella frase come didascalia. Con De Gaulle la politica di Parigi diventa anti-israeliana – ma definirla in questo modo è semplicistico – sulla base di un ragionamento che identifica i vicini dei francesi negli arabi. E le cose rimangono così per tutti questi anni, con Giscard, con il socialista Mitterand e fino a Sarkozy, che è un po’ l’amerikano col K come Cossiga.