La falsa morte di Paul tra satanismo e marketing

Due storici rigorosi, Fabio Andriola e Alessandra Gigante, affrontano una delle leggende più misteriose della storia del pop: la presunta morte di Paul McCartney e la sua sostituzione con un altro personaggio. Una leggenda metropolitana che non nasce dalla fantasia di fan stralunati, ma che fu alimentata dagli stessi Beatles. Perché? In Il codice Mc Cartney (Rizzoli) gli autori indagano sul lato oscuro del gruppo musicale più famoso: ne viene fuori una storia complicata che intreccia le vite dei Beatles a quella del santone stragista Charles Manson, e che alla fine – con l’omicidio di Lennon – mescola  i piani della realtà e della invenzione cinematografica. Ne parliamo con Fabio Andriola, storico, autore di documentari televisivi e direttore del mensile “Storia in Rete”.

Jim Morrison, Elvis Presley, Paul McCartney: i fan non accettano che i loro idoli possano essere comuni mortali…

Morrison e Presley sono star delle quali non si accetta la morte. Nel caso di McCartney al contrario si sospetta che sia morto e che sia stato un altro ad averne assunto l’identità, con la complicità del gruppo.

Sono stati proprio i Beatles ad alimentare la leggenda metropolitana.

Sicuramente,  perché hanno inserito nelle loro canzoni riferimenti inequivocabili. C’è una traccia a ritroso in “I’m so tired” in cui Lennon canta “Paul is dead man, miss him” (Paul è morto, mi manca).

I Beatles furono tra i primi a usare questa tecnica dei messaggi al contrario.

Se non i primi in assoluto furono tra i primissimi a lanciare messaggi segreti “a ritroso”.

Negli anni Settanta però la tecnica delle tracce all’incontrario diventa patrimonio del rock più estremo quello con riferimenti satanici.

Per tradizione, l’elemento demoniaco tende a compiere una “inversione”: il diavolo scrive all’incontrario. Per quanto riguarda i Beatles vi erano continui rimandi al mago nero Crowley. Vi è poi un curioso libro di un californiano che allinea una serie di indizi riguardo alla vocazione “satanica” di Lennon: Lennon era uno che avrebbe venduto l’anima al diavolo. Ovviamente sono esagerazioni. Ma queste esagerazioni sono alimentate da quello straordinario  senso di magia, di estraniazione che i Beatles suscitavano.
 
C’è però una contraddizione formale tra le giacchette così ben ordinate da bravi ragazzi dei Beatles e tutto questo sottofondo, se non satanico, almeno dionisiaco.

Lennon fu il primo a contestare questo cliché dei bravi ragazzi che il marketing musicale gli aveva cucito addosso. A un certo punto i Beatles cambiano: appaiono con i  capelli più lunghi, i baffi, le mise dai colori psichedelici. Curiosamente questo cambiamento coincide con il diffondersi del “mito” della morte di Paul.

Paul sarebbe morto in un incidente stradale nel 1966. E sarebbe stato sostituito da un’altra persona che aveva forme antropometriche simili, ma non perfettamente coincidenti.

Le analisi scientifiche oggi confermano che, nel confronto di varie immagini, la testa di Paul appare diversa in alcuni particolari significativi.

Sosia?

È ragionevole pensare che nel novembre 1966 non sia morto Paul, ma a partire da quella data si dice che uno o più sosia in alcune circostanze pubbliche lo abbiano sostituito. Ovviamente è difficile pensare che i sosia lo rimpiazzassero al microfono o al momento di incidere canzoni, ma anche secondo il “Times” di Londra, in alcune apparizioni pubbliche, in alcuni video musicali Paul non è Paul. E intanto i Beatles, con insistenza tra il 1966 e il 1969, disseminano tracce nei loro testi e nelle copertine che alludono alla morte di McCartney. Questo scherzo macabro continua, saltuariamente, anche dopo lo scioglimento del gruppo.

Se è vero che i Beatles amavano scherzare con la morte, uno che non scherzava affatto era Charles Manson. L’oscuro personaggio che provocò la strage in casa di Roman Polansky e uccise anche la moglie del regista Sharon Tate, incinta, sosteneva di essere stato ispirato da alcune canzoni dei Beatles. Da “Helter Skelter”.

Qualche giorno dopo la strage, la polizia va a perquisire la fattoria di Manson e tra le varie scritte sui muri trova la filastrocca: “One, two, three, four, five, six, seven, all good children go to Heaven”. I Beatles avevano pensato di dare proprio quel titolo all’album che poi si sarebbe chiamato “Abbey Road”. La filastrocca comunque appare nella sequenza finale di “Abbey Road”.

Sono lievi indizi di un contatto ravvicinato?

Alcuni sostengono che Paul McCartney nell’estate del 1968 fu negli Usa e che lì a un party nella villa di uno dei componenti dei Beach Boys abbia potuto incontrare Manson.

Un curioso filo di coincidenze collega anche la vicenda della morte di Lennon. Lei ne parla nel “Codice Mc Cartney”.

Sì, Lennon vive per anni e muore nello stesso palazzo in cui Polansky ambienta il suo “Rosemary Baby”, film di argomento satanico, in cui si descrive una setta che cerca di far nascere il figlio del diavolo. Viveva nel Dakota Building, edificio storico di New York. E all’uscita da quel palazzo viene assassinato da uno squilibrato.

Se fossimo lettori di un romanzo noir diremmo che il cerchio si chiude.
Manson ordina la strage nella villa di Polansky e dice di ispirarsi a “Helter Skelter”. Compie la strage proprio nel giorno in cui i Beatles scattano la foto che compare sulla copertina di Abbey Road e che allude in qualche modo alla “morte” di Paul. Sui muri della casa di Manson si legge  la stessa filastrocca che i Beatles avevano pensato di utilizzare come titolo di “Abbey Road” e che poi viene inserita nel finale dell’album. Lennon va a vivere a New York nello stesso palazzo in cui è ambientato il film satanico di Polansky e viene ammazzato da uno squilibrato. Pare che negli ultimi giorni Lennon ripetesse ai suoi amici che sapeva di stare per morire e che il suo tempo era finito…