I parlamentari avvertono: «Senza vitalizi la politica sarà solo per i Montezemolo»

Il segnale era necessario, ma attenzione a non cadere nella demagogia. All’indomani del rigoroso giro di vite sui vitalizi di senatori e deputati, molti parlamentari (ed ex parlamentari) sottolineano che è giusto partecipare ai sacrifici richiesti a tutti gli italiani, ma anche che una lotta cieca alla “casta” comporta dei rischi. Quali? Le risposte sono diverse, ma puntano in una stessa direzione: attenzione, dicono, il pericolo è che il Parlamento diventi davvero un luogo per pochi privilegiati o, di contro, per chi a entrare nel Palazzo ha solo da guadagnare.

«C’è un rischio degrado della politica»
Paola Frassinetti, avvocato nella vita “civile”, avverte che tagliando con la mannaia l’effetto potrebbe essere che «i professionisti e la classe dirigente non vengano più, si rischia un degrado della politica». La Frassinetti concorda che i parlamentari debbano farsi carico della crisi come tutti gli italiani, ma «non significa che si debba inseguire una campagna antipolitica congetturata ad arte». Si tratta di argomenti che vanno «trattati con cautela». «Il vitalizio – prosegue la parlamentare del Pdl – serve a garantire che tutti, compreso il cittadino non abbiente o che vive del suo lavoro, possano entrare in Parlamento». La valutazione è trasversale. Il verde Paolo Cento ha un’estrazione politica opposta a quella della Frassinetti e non è più deputato, ma la vede come l’ex collega: «Attenti a non far diventare la politica una cosa per ricchi». Mario Pepe, del gruppo misto, fa anche i nomi: «I prossimi parlamentari saranno i Ricasoli, i Minghetti, i Colaninno e i Montezemolo e cioè solo i ricchi, che non avranno bisogno del vitalizio. Perché d’ora in poi per una legislatura si prenderanno 900 euro, come una pensione sociale».

Attenzione alle “super caste”
Altri poi fanno notare che se di provvedimenti di equità si vuole parlare allora lo si deve fare per tutti. Altrimenti per colpire una “casta” si finisce per creare delle “super caste”. «Siamo d’accordo con queste decisioni e – è il commento del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri – da oggi l’impegno sarà ancora maggiore nei confronti delle altre caste di questo Paese, come quella accademica e quella bancaria, che saranno monitorate, essendo numerose le persone che ne fanno parte stando al governo». Alessandra Mussolini si chiede «perché i membri del governo Monti, che non sono eletti dal popolo, sommano all’indennità da ministri e sottosegretari anche quella da parlamentari?». Stefano Pedica dell’Idv invita a tagliare «tutti i benefit partendo dai presidenti delle Camere».

Rimpiangendo la pensione aziendale
Ma i mugugni che si registrano in Parlamento riguardano anche le posizioni personali, pensando a ciò che si è lasciato nel mondo del lavoro. Circola pure la voce che qualcuno stia pensando di dimettersi prima che entri in vigore il nuovo sistema, che dal primo gennaio passa da retributivo a contributivo e innalza l’età in cui si percepisce la “pensione”. L’idea che qualcuno stia valutando una exit strategy dalle Camere per non perdere denari non suona esattamente edificante e rischia di aumentare quel «livore» verso la politica da cui ha messo in guardia l’ex presidente della Camera Irene Pivetti. Eppure non è né più né meno dei calcoli che ogni lavoratore fa quando si profilano riforme del sistema previdenziale. Con un elemento in più: non sono pochi i parlamentari che sottolineano che, se non avessero lasciato la professione per la politica, oggi sarebbero all’apice della carriera, con tutele previdenziali maggiori o con la garanzia di quei diritti acquisiti che in Italia non si toccano. Nemmeno per i parlamentari.

Parlamentari di serie A e di serie B
La mannaia, infatti, non riguarda l’esercito di oltre duemila e duecento ex parlamentari che già ricevono il vitalizio e che, tutti insieme, costano oltre duecento milioni di euro all’anno. Il famoso “caso Cicciolina” è solo quello che colpisce maggiormente l’opinione pubblica, ma la situazione è assai più diffusa. Soprattutto dimostra che, anche in Parlamento, a pagare di più è sempre l’ultima generazione, anagrafica o politica. Allo stato attuale, infatti, i parlamentari al primo mandato sono esclusi da qualsiasi forma di previdenza, con buona pace delle professioni avviate o che si stavano avviando. O degli anni dedicati in precedenza all’impegno pubblico. Barbara Saltamartini del Pdl è alla prima legislatura ed è arrivata in Parlamento dopo 12 anni negli enti locali. In quel periodo ha continuato a seguire la sua attività imprenditoriale, poi lasciata per dedicarsi a tempo pieno al lavoro di deputata. «Sono contenta che la politica dia un segnale e certo non sono in Parlamento per il vitalizio, ma non posso non rilevare – dice – che con queste misure si creano deputati di serie A e di serie B».

Se i deputati fanno causa allo Stato
Ma c’è anche un rischio ulteriore, messo in luce dal Questore della Camera Antonio Mazzocchi: «Da avvocato devo dire che se un deputato è entrato alla Camera con un certo regime di vitalizi e vede cambiare le regole in corsa, potrebbe anche decidere di fare causa allo Stato. E da avvocato devo aggiungere che credo che vincerebbe».