Graziani, il fascista “corteggiato” dai partiti

La Storia è memoria e tempo ritrovato, cronaca e documento, commento e interpretazione, ricognizione e magistero. E anche mito e icona. Come lo erano i libri di “storia patria”, editi dalla Rivista Romana e distribuiti dal Centro editoriale nazionale. Uscivano nel nostro ambiente negli anni Cinquanta e Sessanta e avevano come obiettivo quello di recuperare l’Italia fascista alla storia nazionale e alla sua continuità, nel segno di una restaurazione patriottica e cristiana.
Libri- miti-icone: “strenne” politiche, ci verrebbe fatto di chiamarle, stampate su ottima carta, eleganti, ben rilegate, con collaboratori prestigiosi e un ricco apparato fotografico. Come il Graziani edito nel 1956: una raccolta di scritti e testimonianze, a firma di Piero Pisenti, Alessandro Sardi, Emilio Canevari, Magno Bocca, Fausto Belfiori, Luigi Villari, Pierre Pascal, Vanni Teodorani. Un volume da conservare, un volume che conserviamo volentieri. E volentieri gli mettiamo accanto il saggio Rodolfo Graziani fascista conteso, or ora pubblicato da “Storia Ribelle” (pp. 240, euro 20, Casella Postale 292, 13900 Biella). Ne è autore un ricercatore pisano trentottenne, Alfredo Villano, che si è preso l’incombenza tutt’altro che lieve di ricostruire  il rapporto di Graziani con il Msi, i contatti che ebbe col Pci e con altri ambienti politici e “l’evoluzione del combattentismo nero”.
Cominciamo a sfogliare l’album di famiglia partendo da quel 1953 che vede il “Leone di Neghelli” al tempo stesso leader carismatico delle organizzazioni combattentistiche “repubblichine”  e presidente onorario del Msi. Icona vivente in camicia nera, Graziani vanta un medagliere di tutto rispetto: è stato vicegovernatore della Cirenaica, ha represso con determinazione la rivolta libica guidata da Omar al Mukhtar, si è guadagnato i galloni di viceré al comando del fronte meridionale nell’impresa di Etiopia, in guerra ha esercitato per un paio di anni la carica di capo di stato maggiore e infine, nell’Italia divisa, ha scelto Salò, diventando ministro della Difesa e comandante dell’esercito. Poi, gli anni di carcere e il ritorno alla libertà il 29 agosto 1950.
Intorno a lui spira l’aura del combattente duro e puro. Un idealista da ammirare. Ma anche una bella “carta politica” da giocare. Non solo per il Msi. Ma anche per gli ambienti della destra democristiana: non potrebbe Graziani incarnare il guerriero dell’Italia anticomunista e saldamente ancorata all’Occidente, che taglia le teste dell’idra rossa? Il celebre “abbraccio di Arcinazzo” del maggio 1953 tra un Graziani che non nega attestati di merito all’azione di governo dello scudocrociato e un giovane Giulio Andreotti già lanciato in una spregiudicata “politique d’abord”, documenta una reciproca attenzione. Testimoniata da altri materiali d’archivio che Villano compulsa.
E i contatti col Pci? Ci furono. Un politico spregiudicato come Togliatti aveva tra i suoi intendimenti quello di recuperare in nome della lotta al capitalismo sfruttatore e all’Occidente guerrafondaio in salsa yankee  tutti quei “movimentisti” in camicia nera che avevano scelto Salò nel segno dell’onore patriottico e della rivoluzione sociale antiborghese. Bisognava offrir loro spazio nel Pci o, quanto meno, conquistarli alle tesi dei “fascisti rossi” di Stanis Ruinas, che, dalle colonne del Pensiero nazionale (finanziato dalle Botteghe Oscure), dopo aver dato, nel ’48, un aperto sostegno ai partiti del Fronte popolare, tuonavano contro i quadri dirigenti nel Msi. Accusati di spengere la Fiamma in una fangosa palude “demoplutocratica”, clericale, conservatrice e filo-americana. E addirittura neo-badogliana, vista l’alleanza con i monarchici di Stella e Corona, devoti ai “traditori” di Casa Savoia. La strategia togliattiana era quella di infiltrare le organizzazioni giovanili della Fiamma e le associazioni combattentistiche (a partire dalla Federazione dei Combattenti repubblicani, presieduta appunto dall’ex-maresciallo d’Italia), le une e le altre sensibili al richiamo dell’intransigenza rivoluzionaria. E Graziani? Secondo il giornalista Lando Dell’Amico, ex marò della Decima e convinto “fascista rosso”, nel 1952 ci fu uno specifico accordo stipulato da Graziani con esponenti comunisti, al fine di inserire nella Fncr, cellule pacifiste e antiatlantiche, coordinate dall’ammiraglio Ferruccio Ferrini, già sottosegretario alla Marina nel governo di Salò e  da tempo collaboratore del Pci e del Pensiero nazionale. Di fatto, dopo la nomina di Ferrini a ispettore nazionale della Fncr, entrano nell’associazione numerosi ex-repubblichini iscritti al Pci. Non dimentichiamo, poi, che c’è nell’aria, sostenuta dall’Associazione degli Arditi, l’idea di una lista intercombattentistica da presentare alle elezioni politiche del 1953.
È questo che vuole il Maresciallo d’Italia? Fino a che punto arrivano i contatti col Pci? Perché Graziani, alla fine, il “suo” fascismo lo trova nella Fiamma tricolore? E perché, dopo poco, la separazione? Il fatto è che il Msi, ben lieto di accogliere nelle sue file il Maresciallo, visto che l’immagine dell’eroe repubblichino ha un valore, eccome, per i militanti, ha anche innescato una strategia di inserimento nel sistema, che non può svilupparsi se non a destra. E con un occhio di riguardo per l’elettorato moderato di quell’Italia meridionale che non aveva conosciuto né la Resistenza né la Rsi. Graziani è una garanzia per la minoranza combattentistica, giovanile e intransigente: ma è anche una presenza ingombrante. E lui se ne rende conto: pesa senza poter avere un peso. Questo ne spiega le dimissioni nel luglio del 1954. Ma, alla sua morte, nel gennaio del 1955, il Movimento, già segnato da numerose fughe a sinistra, si ricompatta in camicia nera: il funerale del Maresciallo, in una selva di braccia tese, è una delle più riuscite manifestazioni neofasciste degli anni ’50.